Lo Scarafaggio (The CoakCroach) di Ian McEwan, ovvero ogni scarrafone è bello ‘a mamma soja

Prima che diventasse la pandemia il timore ossessivo dell’umanità, abbiamo per anni temuto l’olocausto nucleare.
Quella guerra impossibile e senza superstiti in cui temevamo potesse evolvere la guerra fredda tra blocco Nato e blocco URSS riempì libri e schermi cinematografici e televisivi per anni.

Ci toccò da molto vicino all’epoca dei missili Cruise a Comiso, ci spinse in cortei e manifestazioni, rivestì di antimilitarismo e di sensibilità ecologica la nostra naturale ribellione adolescente.

Uno dei film simbolo del tempo della paura dell’Olocausto Nucleare fu The Day After. Tecnicamente uno B movie di lusso, ma che attirò molto la nostra attenzione, anche perché ci deportarono in massa dalla scuola al cinema a vederlo, nel malcelato tentativo di formare la nostra coscienza.

A ripensarlo oggi quel film, due scene mi vengono in mente forti. 

Ovviamente l’ultima con quell’abbraccio tra le rovine, che nella mia memoria si rafforzò con la sovrapposizione di un’altra immagine reale vissuta direttamente: all’uscita della città, un pomeriggio di pochi giorni successivi alla visione del film, un rovinoso tamponamento con macchine distrutte, e persone  sotto shock. I due conducenti scendono dall’auto infuriati, si dirigono uno verso l’altro e tutti pensiamo stia per scoppiare un corpo a corpo violentissimo. Poco prima di raggiungersi uno dei due si gira verso la sua auto e vede la moglie con i bambini scesi dall’auto che gli fa cenno che stanno comunque tutti bene. Istintivamente anche l’altro si gira e riceve la stessa rassicurazione. Si raggiungono, si affrontano a viso strettissimo e si abbracciano confortandosi a vicenda per lo scampato pericolo e la paura passata.
Una lezione di vita indimenticabile.

L’altra scena del film che mi ha colpito e che ho ricordato oggi è quella in cui due scienziati al servizio degli eserciti osservano alcuni scarafaggi muoversi dentro una teca e si dicono che alla fine di tutto, gli uomini si saranno estinti e resteranno solo gli scarafaggi (con grave smacco di Al Bano, oggi potremmo dire).

Negli anni successivi ho poi imparato che la capacità di sottrarsi a gran parte degli effetti radioattivi è comune anche ad altre specie (ad esempio i topi), ma l’immagine degli scarafaggi che, come i maiali di Orwell, si alzano in piedi e prendono in mano le redini del mondo rimase una grande ed indimenticabile suggestione.

In questi giorni in cui la pandemia ha assorbito ogni attenzione pubblica e privata, un grande scrittore inglese, Ian McEwan, esce in libreria con un pamphlet gustoso che ci riporta a prima del COVID 19.

Lo scarafaggio, titolo originale The Coakcroach, così escludiamo qualunque riferimento ai baronetti del rock.

È tutta una inversione questo racconto. Parte da Kafka e arriva a Swift

Gioca raffinatamente con il fenomeno dell’inversione. Ribalta come uno specchio l’esperienza di Gregorio Samsa, che qui diventa Jim Sams.

Attacca ferocemente la dissennatezza della Brexit, nascondendola in una riforma economica fantasiosissima quanto impossibile. 

Condanna senza appello le figure politiche che hanno portato a realtà la Brexit, che visto che stanno deliberatamente minando alla base il consesso civile umano, devono necessariamente essere dei Visitors, provenienti da altre specie.

Ironico, letterario, scientifico, politico, economico, un pamphlet breve ma intenso. Colora l’immagine degli scarafaggi in piedi come i maiali di Orwell che The Day After mi aveva suggerito.

Un gioco di qualità in cui McEwan distilla il meglio della tradizione britannica e della sua propria capacità di scrittura, prestandola ad un messaggio politico forte e chiaro, diretto a tutti noi. 

Il monito severo di McEwan si riallaccia al monito che ci veniva dal film The Day After:  non lasciamo il campo libero agli scarafaggi, difendiamo la nostra umanità.

Al di là delle sue portentose capacità di resistenza alle radiazioni, lo scarafaggio è repellente, è viscido, non ci piace. McEwan ci dà gli strumenti per riconoscerlo (ed evitarlo) e lasciarlo alle coccole e ai vezzi della mamma sua, che come è arcinoto è l’unica al mondo ad apprezzarne la singolare bellezza.

(Chissà se McEwan ha preso ispirazione anche da Pino Daniele).

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