Mamma li turchi!- Come un respiro di Ferzan Ozpetek

Oltre alla locuzione “fumare come un turco”, i miei primi ricordi legati a cose turche, risalgono agli splendidi salami turchi che preparava mia mamma. Oro Saiwa sbriciolati in una pasta di cacao, che, solidificata in frigo in forma di salame, veniva affettata (ed ogni fetta presentava i pezzi di biscotto come grana del salame) e servita con piattino e forchettina.

Nella nostra quarantena ne abbiamo onorato la memoria.

La nota espressione “Mamma li turchi!” non è certo politically correct. E non solo per via del film omonimo del 1973 del genere sporcaccellone, di cui ho qualche vaghissima rimembranza. Ma perché racchiude in se tutti i pregiudizi razziali che conosciamo. I turchi evocati dall’urlo impaurito sono, violenti, irrispettosi, senza dio, feroci come bestie, terrificanti, tanto da spingerci alla ricerca d’aiuto più ancestrale che abbiamo, la Mamma.

Tante leggende si narrano intorno a questa espressione, che risalgono nei secoli. Secondo alcune sarebbe stata urlata la prima volta a Palermo, secondo altre a Roma. In ogni caso in reazione ad una invasione di pirati o barbari, molto scostumati.

Anche nel cinema della fuga per eccellenza, il cinema di Salvatores, in Mediterraneo, arrivano ad un certo punto li turchi. Nella figura dello spacciatore di fumo, che millantando “Italiani, Turchi, una faccia, una razza” deruba una intera guarnigione male assortita di uomini in armi.

Dall’Anatolia provengono anche quella specifica categoria di turchi, che con millenarie vicende, hanno affrontato una diaspora, che non ha goduto della stessa stampa di quella ebrea. Gli armeni raccontati da Jeffrey Eugenides nella saga di Middlesex. Professionisti della fuga, nel mio immaginario di bambino, rappresentati dall’epigono Aznavour che canta “ed io… tra di voi…” mentre Raimondo Vianello si trova tra Armando Francioli e Sandra Mondaini.

Più recentemente, ai turchi salumai, invasori o in fuga, ho sovrapposto l’immagine del fascino (in)discreto di Istanbul. La capitale cerniera dell’Eurasia.

Costantinopoli, Bisanzio, Istanbul. Una sola capitale che attraversa i secoli, cambia continuamente e resta sempre se stessa. La capitale dove uno dei segni più tangibili dell’arte umana può cambiare natura senza perdere la sua intrinseca traccia divina (Santa Sofia si appresta a tornare moschea).

Da Istanbul proviene anche Ferzan Ozpetek, un indiscusso genio del cinema, che da poco ha dato alle stampe il romanzo: Come un respiro.

Il cinema di Ozpetek è mediterraneo, è umano, racconta vite danzanti in fuga dalle convenzioni ed in fondo da se stesse.

Questo romanzo racconta una fuga, da due punti di vista diversi, generando per questo echi pirandelliani anche se molto lontani, comunque molto percettibili.

La storia di questa fuga si dipana nelle due versioni alternando ricordi e lettere. Questa scelta non può non farci pensare ad alcune scelte del Maestro Camilleri, di cui ci apprestiamo a commemorare il primo anniversario con la lettura del capitolo conclusivo della vicenda di Montalbano, Riccardino.

Due sorelle si dividono il palcoscenico di questa storia, l’una il primo atto e l’altra il secondo, mentre intorno a loro una platea di generone romano si affanna e più o meno distrattamente segue la storia.

Sorelle diverse, ma complementari. Una storia di fuga e di fuggitivi, di passioni irredimibili e di rancori irreversibili.

La vita che scorre come un respiro tra i giovani romani che ascoltano, e mentre si racconta e rappresenta una passata vita biforcuta, altre molto frastagliate e poco sincere si sviluppano nel presente, con i gesti, le intenzioni, i sotterfugi, le mancate verità tra gli spettatori della platea.

Se un film va in onda sullo schermo del racconto (orale e scritto) delle sorelle, un altro ne va in onda tra gli spettatori commensali del pranzo domenicale, bunuelianamente mai concluso. E non ci sono dubbi su quale dei due sia più intrigante, o più elegante, più affascinante.

La “turca” che invade il Testaccio ed irrompe con la sua storia sulle vite meschine di un gruppo di moderni impiegati del quotidiano mentire, non spaventa, ma affascina. Non ci spinge a gridare Mamma li Turchi!, ma Mamma li Romani!, (ribaltando il canone della canzone popolare di Lando Fiorini).

Questa enorme superiorità di stile e di eleganza della storia delle due sorelle non sappiamo se attribuirla al tempo passato che fa da cornice, o al bagno nel Bosforo che fa questa storia prima di essere di nuovo raccontata.

Comprenderlo ci aiuterebbe a capire quale direzione e senso l’autore voleva dare a questo romanzo. Ozpetek, infatti, come gli eroi di Salvatores, desidera fuggire, ma non sappiamo se voglia fuggire nel passato (con le sue magnifiche presenze) o a Istanbul (con i suoi Hamam). Con la complicazione che per Ferzan passato ed Istanbul coincidono.

Alla fine sono certo che mi sarebbe piaciuto di più vederlo come film. Il linguaggio cinematografico con tutti i suoi debiti, o citate ispirazioni, è più consono alle corde di Ferzan Ozpetek, della pagina di romanzo.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *