Tre piani di Eshkol Nevo – Neri Pozza Editore – (Aspettando il film di Nanni Moretti)

Nei paesi di provincia del passato il concetto di condominio e di condominialitá come la viviamo oggi non erano molto diffusi. Solo nelle grandi città come Roma o Napoli, si trovavano  i grandi palazzi con il cortile interno, e immancabile portiere, fulcro di socialità e dinamiche varie. I nostri genitori abitavano in case, di fatto indipendenti, addossate l’una all’altra, che condividevano un tratto di strada, un cortile o qualcosa di simile, ma niente a che fare con gli intrecci umani, nonché contabili, amministrativi e giuridici che oggi appesantiscono la nostra vita.

Immagino che esista una letteratura che racconti in che modo la casa in cui viviamo, la sua relazione con le altre case, il quartiere, la città, influenzino il nostro modo di vivere, la nostra personalità.

Ad esempio la casa in cui viveva mio papà al suo paese era già un modello che anticipava alcuni elementi di modernità: una casa bifamiliare con scala in comune. Venne realizzata negli anni tra il 1943 ed il 1947 dall’UNRRA, United Nations Relief and Rehabilitation Administration, dipartimento Casas, impegnato nella ricostruzione delle case. Faceva parte di un gruppo che veniva chiamato Villaggio (cosi si chiama ancora quel quartiere del paese).

Fu un modello che funzionò molto bene. In Sicilia se ne trovano tanti ancora di questi Villaggi. Chi ha abitato nei Villaggi UNRRA ancora oggi è legato da una nostalgia particolare, anche se si trova negli angoli più sperduti del mondo.

Il condominio dove ho sviluppato la mia adolescenza era molto simile a questi Villaggi. Grandi spazi interni, portiere vigile e attento, incrocio di dinamiche sotterranee, ma potenti. 

La sua caratterizzazione era il grande turnover della porzione di abitanti che faceva riferimento al vicino polo industriale. Venivano da altre regioni o dall’estero, stavano due o tre anni e andavano via. Una moltiplicazione di rapporti ed occasioni.

Quante storie si sono intrecciate tra tutti questi abitanti transeunti del condominio e i permanenti.

Tra di noi in molti casi sono rimasti stabili contatti e grande nostalgia.

Le quattro palazzine del mio condominio sono tutte di tre piani.

Tre piani come il piccolo condominio di Tel Aviv dove si intrecciano le storie di questo romanzo di Eshkol Nevo. Tre piani, sei appartamenti in tutto. Tre storie principali che legano tutti gli abitanti. Forse un tentativo di analisi dell’effetto della morfologia della casa sull’anima degli abitanti.

Il romanzo è manifestamente un’allegoria freudiana della costruzione dell’individuo tra Ego, Es e Super Io.
Le tre storie principali giocano i tre ruoli ascendendo verso la comprensione del fondamento di umanità che vive in quella piccola comunità.
Le tre figure vengono smascherate nella loro sostanziale identità dalle evoluzioni delle storie che le raccontano.

La costruzione delle vicende del primo e del secondo piano rappresenta il passo necessario, la scala che dobbiamo salire, per giungere alla consapevolezza dell’ultimo piano, il terzo, il Super Io, il piano del giudice che si lascia giudicare, condannare e riabilitare, il piano del lutto, che lascia filtrare la nuova vita.

La terza storia ha colpito direttamente la mia sensibilità e mi ha trasmesso significative emozioni più profonde. Ma, onestamente, non saprei dirvi se leggendola direttamente, ignorando le altre due, risparmiandomi cioè la fatica delle scale, usando l’ascensore, avrei provato la stessa emozione.

Freud viene criticato apertamente nella terza storia, ma mentre lo si critica così apertamente, se ne aggiorna la lettura e vi si ritrova qualche fondatezza. Come quella che esplicitamente osserva Dvora. 

“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia”

In questa profonda ricerca di superare la distanza tra la nostra bocca e l’orecchio dell’altro risiede il messaggio di Eshkol Nevo. Una dimensione che potrebbe sembrare più sociale ed umana che politica. Infatti, Nevo, nel tentativo perseguito con tutte le forze di colmare questa distanza, rende umani, completamente umani, i suoi personaggi.

Ma, al contempo, svolge una funzione profondamente politica in questi tempi populisti e sovranisti, la funzione di riconoscere nell’altro, sé stesso, in qualunque piano della sua palazzina si trovi.

Il gioco di entrare e uscire dall’allegoria freudiana riesce benissimo a Eshkol Nevo, in ciascuno dei tre piani che ci racconta.
Ebraismo,  psicanalisi e politica si intrecciano spesso in letteratura, e qui lo fanno con una consapevolezza professionale importante: Nevo è psicologo, israeliano, e nipote di Levi Eshkol, terzo Primo Ministro di Israele. 

Questo intreccio lo ritroviamo spesso anche al cinema, basti pensare alla cinematografia di Woody Allen. Esiste un collegamento diretto tra il categorico divieto di ascoltare Strauss in casa, imposto dal giudice Michael e l’impulso ad invadere la Polonia che prende Woody Allen quando ascolta Wagner. (Qui trovate l’Overture di Also Spracht Zarathustra di Richard Strauss)

Era inevitabile che questo romanzo catturasse l’attenzione del Nanni Moretti che in Vespa ci mostra l’evoluzione delle abitazioni romane e le conseguenze sull’anima dei suoi abitanti (Caro Diario, Episodio I).

Era inevitabile che questo romanzo colpisse così tanto il Nanni Moretti che dalla Stanza del figlio, passando per Habemus Papam, fino a Mia Madre, si interroga sull’inadeguatezza con il piglio dello psicanalista.

Era inevitabile che questo romanzo offrisse un altro pretesto al Nanni Moretti di Santiago, Italia che, incredulo, confronta come si è chiuso e disumanizzato questo paese.

Ma quanta curiosità ci mette ora l’attesa del film di Nanni Moretti?

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