Terra Matta di Vincenzo Rabito – Einaudi – Il cunto adatto alle famiglie in quarantena

Mio papà amava molto il teatro dei pupi e la loro mitologia fatta di Orlando e durlindane, e di amor fou per la bella Angelica.

Mio papà amava molto anche i cantastorie, la loro capacità di appassionare e disegnare per quadri una vita, spesso eroica, anche se da punti di vista molto laterali.
Ricordo che parlava sempre della storia cantata del bandito Giuliano e della sua discesa nel mondo del crimine per rubare un sacco di farina per la sua povera mamma.
D’altro canto quando andammo al cinema (il Cinema Verga, per chi conoscesse la Siracusa degli anni ’70) a vedere Massimo Ranieri che interpretava il carabiniere Salvo D’acquisto, mi aveva raccontato della forte emozione provata da piccolo a sentirla raccontare dal cantastorie.

Probabilmente questi due amori di mio papà avevano in comune la nostalgia per i suoi anni di gioventù e pallone.

Amaselo 1955 (Regalbuto -EN)


Ma se vogliamo approfondire un po’ di più il concetto, la nostalgia era forse rivolta alle modalità di comunicazione emozionale, spiccatamente orali, e che richiedevano uno sforzo significativo della fantasia, che caratterizzavano il suo piccolo mondo antico.

A questo tipo di comunicazione appartiene a pieno titolo il libro di cui vorrei parlarvi oggi, in piena epoca di contagio e di preoccupazione.

Negli stessi anni ’70 di cui raccontavo, Vincenzo Rabito, un cantoniere nato a Chiaramonte Gulfi nel 1899, decide che deve raccontare la sua vita. Pur se semianalfabeta, si siede alla macchina da scrivere e in una lingua assolutamente orecchiata e grammaticalmente malpadroneggiata, riempie circa mille pagine tutte scritte a stampatello, per punteggiatura solo un punto e virgola al temine di ogni parola, senza distinzione in periodi, frasi, ecc.

Rabito attraversa il Novecento trovandosi testimone di tanti momenti storici, tra guerre, società e politica, ma così tanti, che il suo diario potrebbe sembrare inventato. 

Alla sua morte uno dei suoi figli ritrova il diario e lo presenta al Premio Pieve per la diaristica, che vincerà nel 2000.

Vivace, irruenta, non addomesticabile, la vicenda umana di Rabito deborda dalle pagine della sua autobiografia. L’opera è scritta in una lingua orale impastata di “sicilianismi”, con il punto e virgola a dividere ogni parola dalla successiva. Rabito si arrampica sulla scrittura di sé per quasi tutto il Novecento, litigando con la storia d’Italia e con la macchina da scrivere, ma disegnando un affresco della sua Sicilia cosí denso da poter essere paragonato a un Gattopardo popolare.
L’asprezza di questa scrittura toglie la speranza di veder stampato, per la delizia dei linguisti, questo documento nella sua integralità. “Il capolavoro che non leggerete”, cosí un giurato propone di intitolare la notizia sull’improbabile pubblicazione di quest’opera.”

Nelle motivazioni del premio il diario di Rabito viene indicato “Il capolavoro che non leggerete”. La casa editrice Einaudi vuole cogliere la sfida e affida a due valenti redattori la coraggiosa attività di rendere leggibile questa enorme mole di racconti, intimi e urgenti.

Il risultato è questo piccolo capolavoro.

Un libro dalla potenza narrativa insospettabile. Una lingua fonematica e non grammatica. Una prospettiva della storia del secolo assolutamente alternativa. Un libro da ascoltare.

Superato il primo attimo di sconcerto, si riesce ad entrare nella sua musicalità, e capita sempre un po’ di leggere a voce alta per ascoltarsi leggerlo, cogliendone sempre meglio il senso.

“Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa  31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata. Il padre morí a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzare piú alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare e per darece ammanciare.”

Rabito ha una appassionata e focosa voglia urgente di raccontare.
Pur senza conoscere le tecniche della narrazione è un narratore istintivo, efficace. Proprio come i cantastorie o i pupari, descrive fatti e vicende accattivando il lettore, affatandolo con il suo ritmo e la sua musicalità. Alcune scene di battaglia durante le guerre che ha combattuto, hanno foneticamente lo stesso suono del clangore delle armi che si scontrano e al lettore fortunato, che ha conosciuto cantastorie e pupari,  viene naturale ascoltarsi leggerle con le cadenze ritmate e raddoppiate alla Cuticchio.

Una riduzione del libro per il teatro è stata affidata alla voce ed alla cadenza di Vincenzo Pirrotta che ne ha esaltato la portata narrativa istintiva. (Qui ne trovate un significativo estratto).

Quando ho cominciato a leggere il libro sapevo che le vicende del diario di Rabito attraversavano in molti momenti topici la vita del nostro Paese. Quello che non potevo immaginare è che attraversavano in almeno tre momenti topici la mia vita personale.

Rabito racconta che nel dicembre del 1939 lavorava a Francofonte nella raccolta delle olive. Il giorno dell’Immacolata del 1939 è un giorno importante per lui, perché visto che era festa, lascia Francofonte e le sue donne che lo fanno stare ‘mparariso (tra cui la levatrice) e torna a Chiaramonte dove conoscerà la sua futura moglie.

Maie avesse venuto la Macolata! Perché, se non era per questa festa, io di Francofonte non mi avesse mosso. E a causa di quella sera mascherata, io tutto questo veleno nella mia persona non l’avesse, perché si hanno fenito tutte li mieie speranze e si ha conzimato tutto il mio avenire.”


Il giorno dell’Immacolata del 1939 a Francofonte nasceva mia mamma.

Rabito racconta che  in più occasioni si trova a Regalbuto per lavorare. In particolare racconta molto drammaticamente i giorni del 1943 quando gli americani sbarcano in Sicilia e dopo aver bombardato alcuni paesini dell’ennese, entrano a Regalbuto. Nella confusione del momento per Rabito le truppe amiche sono ancora i tedeschi, mentre gli americani rappresentano ancora l’invasore.
Il 21 luglio del 1943, un ragazzino di circa 12 anni di nome Tanino, avvisa Rabito che, nascosto fuori dal paese, aspettava gli eventi, circa la presenza di residui soldati tedeschi.

“Cosí, verso le ore 8 di mattina, immienzo a tante crante albere, che c’era quella matina umpoco di impuscatura, che era lo stesso della nebia, mi sento chiamare di Tanino con molto paura, che curreva per venire verso di me e mi diceva: – Don Vincenzo, don Vincenzo, voia vede! Che immienzo alle vacche ci sono ancora i tedesche! – Mentre tutte avemmo creduto che li tedesche si n’avevino antato, e l’ultime erino quelle 6 della notte.”

Rabito, che aveva anche lavorato in Germania, e sapeva un po’ di tedesco, esce dal nascondiglio  per parlare con i tedeschi e chiedere la loro protezione, ma scopre suo malgrado che sono americani.

La sua duttilità e capacità relazionale istintiva e tempestiva gli consentirà di salvarsi anche questa volta.

“Io tra di me penzava che Tanino mi aveva detto: «Don Vincenzo, ci sono i tedesche!» E menomale che parlaro prima loro, altremente poteva fenire a schifio, quella matina…”


Nel 1943 a Regalbuto mio padre, chiamato Tanino, di circa dodici anni, vive quelle giornate drammatiche, che lasceranno pure una ferita nella gamba a mia nonna.

Nel 2007 quando uscì il libro lo lessi subito. Lo aspettavo da quando avevo letto della vittoria del Premio Pieve e del progetto di Einaudi di pubblicarlo. Quello stesso anno, dopo averlo letto, partecipai alla presentazione che si tenne presso la CCIAA di Ragusa, dove vivevo da qualche anno per lavoro.
Fu così che mi sorpresi per la terza volta, quando scoprì che il primogenito di Vincenzo Rabito, il fratello del presentatore del diario e del libro, era proprio il mio padrone di casa a Ragusa.

In queste giornate difficili che ci vedono impegnati all’equilibrio tra la paura di un nemico invisibile e il desiderio di riprendere al più presto la vita normale, la nostra generazione sta vivendo esperienze in parte simili alle esperienze della guerra dei nostri nonni e dei nostri padri.

Noi non siamo abituati a queste esperienze. Ci sentiamo spaesati e spaventati, ed irritati.

Questi giorni agri sembrano la ripetizione dei giorni di guerra e povertà che ricordava mio papà, con la sua nostalgia della comunicazione orale emozionale da cantastorie e pupari.

Poiché per rispettare le prescrizioni delle istituzioni ci troviamo sempre più spesso in famiglia a casa, con i nostri figli, in orari ormai inconsueti, e poiché non possiamo riempire le nostre giornate solo di social, web, serie tv, ecc, faccio una modesta proposta:

Dedichiamo qualche ora di queste giornate a riunirci in famiglia, con i nostri figli, e leggiamoci ad alta voce brani di questo cunto, così emozionante. 

Probabilmente non tutti saremo capaci di leggerle come Cuticchio, Pirrotta o il mio amico Maestro Pippo Cardello, saprebbe fare insieme alla sua Compagnia di Encelado Superbo, ma la forza di queste storie ci darà la forza di farlo con la passione che meritano, e meritiamo.

Come in un domestico Decamerone, con la nostra stessa voce diamo corpo alle appassionanti storie di Vincenzo Rabito, che altro non sono che le storie e i cunti della nostra storia, e insieme, passa lu scantu…

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