Riflessione di mezz’età in vista di una Pasqua prigioniera, tra ricordi e musiche

Fin da bambino ho amato più la Pasqua del Natale.

I riti della Pasqua di paese, le processioni del giovedì, Cristo alla colonna, del venerdì, il Cristo morto e l’Addolorata appresso (che con mio nonno accompagnavamo nella chiesa dove veniva ricoverata solo quella volta ogni anno), la festa della domenica, U Scontru, il Cristo risorto che incontra l’Addolorata che si leva il velo nero del lutto e ritrova il suo manto celeste della gioia.

Le musiche, i colori, la folla, la storia cruenta e violenta che punta alla redenzione finale, all’apoteosi della Risurrezione, mi emozionano più dell’albero e del vischio USA.

Mi attrae e mi incuriosisce la storia di questo uomo rivoluzionario, raccontata in tanti film epici, dalla lezione pasoliniana, a quella di Zeffirelli.

Alle medie la mia classe ed io fummo affascinati dalla storia e dalle vicende della Sacra Sindone che di quella storia cruenta e violenta è l’antologia. Ci appassionammo agli esperimenti del pediatra di tutti noi, lo scienziato Dott. Rodante, che sfruttava le nostre catacombe per ricreare le condizioni del Sepolcro di Giuseppe D’Arimatea.


Ero un bambino affascinato dalla musica e dalla Pasqua quando i miei genitori mi portarono al cinema a vedere Jesus Christ Superstar.

Fu una folgorazione. 

Grazie alla sensibilità del nostro professore di inglese al liceo utilizzammo Jesus Christ Superstar per delle lezioni di ascolto ed approfondimento della lingua. È stato un indimenticabile godimento condividere con tutta la V E le emozioni di questa opera rock.

Sempre al liceo, un altro professore mi prestò Non al denaro, non all’amore, né al cielo, la selezione anarchica di Fabrizio De André e Fernanda Pivano dall’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters. Fu amore indissolubile. Mi appassionai a tutta l’opera di Faber. 

Nel 1970 Fabrizio De André, prima di Non al denaro, non all’amore, né al cielo, aveva inciso un altro prezioso album, La Buona Novella, una rilettura dei Vangeli apocrifi. Una narrazione laica della vicenda umana del più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

«Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.
Fabrizio De André – durante un concerto live”

Che strano, intrigante periodo gli anni ‘70.

Esattamente cinquanta anni fa, da questa parte del mondo Fabrizio De André compone La Buona Novella, dall’altra parte del mondo due giovanissimi Andrew Lloyd Webber e Tim Rice scrivono il loro primo musical proprio sulla figura di Jesus Christ, anche se Superstar. Hanno tutti meno di trent’anni.

Mentre i giovani di ogni latitudine si sollevano per difendere i loro diritti e cambiare il mondo, testimoniando una radicale rottura con il passato, da due angoli diversi, nello stesso tempo, arrivano due opere artisticamente differenti, ma che pongono entrambi al centro della riflessione la figura di Cristo.

Mentre La Buona Novella è un’opera medievale, dallo spirito classico e sinfonico, con melodie antiche ed elaborazioni armoniche, Jesus Christ Superstar è un’opera rock, piena di riff di chitarra e di echi della musica giovane occidentale che stava rivoltando il pianeta, i suoi costumi e le sue tradizioni.

Nella Buona Novella Gesù non canta, non parla, non agisce, sono gli altri protagonisti a cantare, a parlare, ad agire. Il suo messaggio rivoluzionario prende forma e vigore nei versi cantati da coloro che gli stanno vicino.

Jesus Christ, invece, si mostra subito debole, sconfitto. La forza del suo messaggio non riesce a incidere sul mondo. Il protagonista è Judas (che nel film è allusivamente interpretato da un uomo di colore), il quale non comprende la reticenza di Jesus ad utilizzare i suoi poteri soprannaturali per guidare la battaglia contro Roma e i Romani. Jesus Christ sa che non servirebbe a niente. Che le forze del male, della corruzione, della cattiveria prevarranno, come avviene fuori dai teatri e dai cinema in cui è rappresentata l’opera. Non a caso quando Judas realizzerà di aver sbagliato tutto, i suoi demoni saranno rappresentati dai carri armati, maledettamente simili a quelli che attraversavano il Vietnam, l’ossessione di mezzo secolo per gli americani.

Il Gesù della Buona Novella è definitivamente umano, troppo umano secondo la visione ortodossa del mondo cattolico. (Anche se qualche anno più tardi dallo stesso mondo cattolico emergeranno le tesi di Vittorio Messori, che con Ipotesi su Gesù affronterà con il medesimo spirito laico l’indagine sulla figura del Cristo).
Eppure il Gesù della Buona Novella vince la sua battaglia, senza superpoteri. Il suo rivoluzionario messaggio d’amore, poggiando proprio saldamente su questa sua umanità, mettendo in ombra la sua pretesa divinità, semina e feconda la terra e si diffonderà nello spazio e nel tempo. L’opera iniziata con il canto Laudate Dominum, si chiude con il canto Laudate Hominem.

“Laudate hominem 
No, non devo pensarti figlio di Dio 
ma figlio dell’uomo, fratello anche mio. 
Ma figlio dell’uomo, fratello anche mio. 
Laudate hominem. “

Jesus Christ, invece, si trova a combattere una guerra non sua, con armi spuntate, senza averlo voluto.

“Then I was inspired. 
Now, I’m sad and tired. 
After all, I’ve tried for three years, seems like ninety. 
Why then am I scared to finish what I started, 
What you started – I didn’t start it.”

È sempre Judas che gli rimprovera di aver sbagliato tempo e luogo. 

Avrebbe dovuto scendere sulla Terra oggi, con i potenti mezzi di comunicazione e le mirabolanti tecniche dello star system. Allora si che il suo messaggio avrebbe superato mari e montagne ed avrebbe contagiato tutto il mondo.

“Why’d you choose such a backward time in such a strange land? 
If you’d come today you could have reached a whole nation. 
Israel in 4 BC had no mass communication.”

Se il Gesù di De André vince con la forza della sua umanità, Jesus Christ per vincere avrebbe dovuto essere super, una Superstar, appunto.

Gesù, la Pasqua e la musica, insomma, inestricabilmente intrecciate.

D’altronde anche la Chiesa lega spesso i suoi insegnamenti al veicolo della musica. Il fenomeno della cantillazione, con cui venivano rafforzate le parole sacre, dal medioevo giunge fino a noi, fino alla Pop Theology del Vescovo di Noto, S.E. Staglianó, che ruba suoni e versi alle canzoni che i suoi amati giovani ascoltano e glieli rilancia, anche cantando direttamente, impegnando interamente se stesso, nel solco dell’insegnamento di Cristo, facendoli risuonare dentro di loro, con echi e sensi che probabilmente non avrebbero colto. Contrabbandando a fin di bene, il suo alto insegnamento morale, umano, infinitamente umano (Credo negli esseri umani) attraverso le “canzonette”, arrivando fin dentro alla odiata società dell’ipermercato, facendone esplodere in musica le contraddizioni, come un moderno cavallo di Troia.

Infine la Pasqua, fin da bambino, è anche la festa della sorpresa. Ricordo tante uova e tante sorprese. Sono stato un bambino fortunato.

Anche questa Pasqua prigioniera, questa Pasqua senza liberazione e senza pasquetta, questa Pasqua senza processioni e misteri, senza folla dolente o gioiosa, ci ha portato una sorpresa, una sorpresa in musica:

Stefano Bollani ci ha regalato un prezioso capolavoro.

Piano Variations On Jesus Christ Superstar

Ricordando Glenn Gould, potremmo dire le Variazioni Bollani dell’opera rock più amata.

Bollani da solo nel suo studio smonta e rimonta le musiche, i ritmi, le melodie che ho amato fin da bambino. Lo fa con una maestria impareggiabile. I suoni del pianoforte, accordato a 432 hz, avvolgono di calore e di intimità quelle musiche e ci riecheggiano dentro proprio come se fosse la nostra anima a fischiettarcele, spogliate fino all’essenza.

Da quando avevo 13 o 14 anni e ho visto per la prima volta il film, innamorandomene – rivela il musicista -. Conosco a memoria ogni passaggio, ma solo l’anno scorso ho deciso di mettermi al piano per far rivivere quelle musiche che ho tanto amato. Ho scelto la forma del pianoforte solo perché la storia d’amore è tra l’opera rock e me. E una storia d’amore cresce in bellezza se resta intima”.
Anche per questo motivo ha scelto di avere il pianoforte intonato a 432 Hz. “La norma già dal XIX secolo è a 440. Furono i tedeschi a spingere in questa direzione perché avevano opere pieni di fiati – precisa Bollani -. Verdi, invece, preferiva 432, e anche io. In questo modo riesco ad ottenere un suono più caldo, più profondo e intimo che meglio restituisce il calore e la profondità dei personaggi. Anche per gli sciamani e per chi pratica la new age è una frequenza magica”. La stessa “intimità” che ha voluto dare al brano Superstar, l’unico sul quale canta, accompagnato dal coro delle sue donne (“mia moglie, mia figlia, mia sorella. Mia mamma no, perché è davvero stonata”). “Normalmente viene eseguito con tonalità acute e soul, per me è il sussurro di Giuda all’orecchio di Gesù”.
Stefano Bollani, La Repubblica 1/4/2020

Davvero una bellissima sorpresa di Pasqua.

Così mi preparo alla Pasqua più insolita della nostra vita, ricordando  e riflettendo, ascoltando e ripensando, interrogandomi e ancora riflettendo sulle tante suggestioni che la Pasqua e la musica, intrecciate, mi hanno offerto, sfuggendo alla ricorrenza di un’assenza ancora troppo dolorosa, che passerà senza abbracci consolatori, per la nostra volontaria prigionia terapeutica.

Ma se vogliamo che alla fine, delle tante suggestioni musicali legate alla Pasqua, non prevalga la Cavalleria Rusticana con  l’atroce invettiva della Santuzza ingelosita, che in preda al furore, urla al vanesio Turiddu

A Te la Malapasqua!

dobbiamo sforzarci di ritrovare dentro di noi tutte le gocce di splendore divino che l’uomo ha disseminato nel tempo, regalandoci film, versi, musiche, riflessioni teologali, variazioni al pianoforte, che la Pasqua riassume.
Ricordando che ciascuno di noi è umano, ma al contempo può essere divino.
Tutti possiamo essere Superstar.

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3 pensieri su “Riflessione di mezz’età in vista di una Pasqua prigioniera, tra ricordi e musiche

  1. Bellissima riflessione di un vissuto significativo,rievocato con intensità di sentimenti ed emozioni,oltre che espressione di raffinata sensibilita’ e competenza artistica

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