Colapesce e Dimartino cercano Dio fischiettando

Qualche amico, ingelosito dalla mia sbandata senile per Madame, mi ha rimproverato di non aver dedicato alcuni pensieri al nostro oriundo in campo all’Ariston. Il nostro uomo pesce, che compensa l’inquietudine del gigante Encelado, che soffia irritato da dentro ‘a Muntagna, accettando di portare sulle sue fragili spalle tutto il peso di questo tempo grave per la nostra isola.

Eccolo servito.

Colapesce e Dimartino portano un brano tra i più orecchiabili e cantabili di questo Festivàl. A dispetto della sua fischiettabilità, come dimostrano intro e outro, i temi che propongono sono antinomici alla definizione di musica leggerissima. Seguendo le parole del testo, e le immagini del video ufficiale, questa leggerezza della musica ci potrebbe anche diventare insostenibile.

Umberto Eco, più di cinquant’anni fa, per spiegarci bene cosa aveva significato la rottura del Gruppo63, ci raccontava che non esisteva più la distinzione tra cultura alta e cultura bassa, e per farlo usava la musica classica e la musica leggera. Esemplificando come potesse parlarsi di cultura anche quando si analizza con cura ed attenzione Ventiquattromila baci (canzone sanremese appunto) di Celentano, e come non potesse parlarsi di cultura, di ascolto “culturale”, quando veniamo raggiunti dalla Quinta di Beethoven, alcuni frammenti, durante una salita o discesa in ascensore in un elegante albergo. Non è Celentano più culturale di Beethoven, o viceversa. È il nostro approccio, l’approccio del fruitore, a dare veste culturale al momento della fruizione.

I tempi cambiano e lo stesso Eco, in una famosa Bustina di Minerva, quarant’anni dopo, invocava il dono della sordità per sfuggire al “bagno amniotico che svilisce la musica e ci perseguita negli aeroporti, nei bar e nei ristoranti, negli ascensori, in un orribile stile New Age nello studio del fisioterapista”.

Anche Orwell, nella sua visione del 1984, aveva attribuito alla musichetta ipnotica e incessante, che riempie in ogni dove il vuoto e colma il silenzio, la funzione di narcosi della massa di prolet che si stordiscono fischiettando queste marcette. (Ancora di più questa dimensione la cogliamo in Brazil, il film di Gilliam, che a quel romanzo liberamente si ispira, con la tortura della samba, Brazil, appunto, che imperversa per ogni istante del film).

In questo quadro si inserisce la proposta sanremese del nostro Colapesce e del suo amico Dimartino.

I due amici ci fanno intuire che la vita di ciascuno è una vita speciale, unica, che richiederebbe la complessità di un’orchestra ben affiatata per essere raccontata, per essere accompagnata.

Se fosse un’orchestra a parlare per noi
Sarebbe più facile cantarsi un addio
Diventare adulti sarebbe un crescendo
Di violini e guai
I tamburi annunciano un temporale
Il maestro è andato via

Ma ci sono momenti in cui il temporale incalza, guardare il precipizio potrebbe essere fatale ed allora meglio rifugiarsi in una musica leggera, anzi leggerissima…

Metti un po’ di musica leggera
Perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre ma non troppo
Metti un po’ di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
Che sta ad un passo da noi, da noi
Più o meno

Il disagio di cui cantano e raccontano Colapesce e Dimartino è più ampio della dimensione individuale. 

Monsignor Staglianò nella sua ricerca sulla Pop Theology, ci ha insegnato a diffidare della logica dell’ipermercato che ci svuota di senso e ci lascia frastornati, in balia della musichetta, amniotica diceva Eco.

Così Colapesce e Dimartino ci descrivono l’assedio della musica leggerissima che ci gira intorno.

Rimane in sottofondo
Dentro ai supermercati
La cantano i soldati
I figli alcolizzati
I preti progressisti
La senti nei quartieri
Assolati
Che rimbomba leggera
Si annida nei pensieri
In palestra
Tiene in piedi una festa
Anche di merda
Ma è solo una fuga illusoria. 
Ripensi alla tua vita
Alle cose che hai lasciato
Cadere nello spazio
Della tua indifferenza
Animale

Torniamo alla musica, torniamo a ballare sull’orlo del precipizio.

Torniamo a fischiettare.

Anche per Colapesce e Dimartino il video ufficiale dice molto.

I due eroi passano come meme tra immagini di umanità dolente, annichilita, trascurata. 

Il Maestro è andato via

Così oggi i due rispondono al Paolo Conte che ci rassicurava anni fa che “il Maestro è nell’anima e dentro l’anima per sempre resterà”

Dio è morto, la nostra spiritualità è andata via, ci ha lasciato. Come nel Povero Cristo di Vinicio Capossela, la sua corona di spine è inutile ormai, troppa musica leggera, anzi leggerissima, risuona nella nostra anima spenta, ubriaca, dopata, drogata.

Non troviamo nel ritmo e nella nenia del Rosario la pace che ci trovavano le nostre nonne che ci guardano attonite.

Planiamo superficiali, sulle situazioni, come meme appunto, non modificandole non incidendo più sulla vita nostra e altrui.

Fischiettiamo per non pensare.

Questo video e questa canzone diventeranno certamente altre frecce per l’arco della Pop Theology del Vescovo di Noto, e ci accompagneranno nei prossimi mesi cercando una exit strategy da questa pandemia fisiologica ed umana.

P.s. Ma avete notato che bella figura di nocchiero fa il mio amico Peppe Patti nella barchetta dei due cantanti?

Se fosse un’orchestra a parlare per noi
Sarebbe più facile cantarsi un addio
Diventare adulti sarebbe un crescendo
Di violini e guai
I tamburi annunciano un temporale
Il maestro è andato via
Metti un po’ di musica leggera
Perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre ma non troppo
Metti un po’ di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
Che sta ad un passo da noi, da noi
Più o meno
Se bastasse un concerto per far nascere un fiore
Tra i palazzi distrutti dalle bombe nemiche
Nel nome di un Dio
Che non viene fuori col temporale
Il maestro è andato via
Metti un po’ di musica leggera
Perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre ma non troppo
Metti un po’ di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
Che sta ad un passo da noi, da noi
Più o meno
Rimane in sottofondo
Dentro ai supermercati
La cantano i soldati
I figli alcolizzati
I preti progressisti
La senti nei quartieri
Assolati
Che rimbomba leggera
Si annida nei pensieri
In palestra
Tiene in piedi una festa
Anche di merda
Ripensi alla tua vita
Alle cose che hai lasciato
Cadere nello spazio
Della tua indifferenza
Animale
Metti un po’ di musica leggera
Perché ho voglia di niente
Anzi leggerissima
Parole senza mistero
Allegre ma non troppo
Metti un po’ di musica leggera
Nel silenzio assordante
Per non cadere dentro al buco nero
Che sta ad un passo da noi, da noi
Più o meno

Musica leggerissima
Colapesce e Dimartino
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3 pensieri su “Colapesce e Dimartino cercano Dio fischiettando

  1. Recensione profonda e regalo per l’ amico che ti ha sollecitato.
    Il duo la coppia a mio avviso si fonda su una buona amicizia, tante sono le collaborazioni a cui va incontro un musicista. A mio avviso Lorenzo andrà avanti da solo in futuro, penso che le idee musicali siano le sue. Me li aspetto sul podio, freschi e felici.

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