Entusiasmi e delusioni – ESC, Maneskin, Malgioglio e la Rai

Dopo l’adolescenza impariamo ben presto a dosare le aspettative. 

Riconosciamo sempre più definitamente chi abbiamo davanti e ne individuiamo limiti e potenzialità.

Il frangersi delle illusioni, su cui Leopardi costruì la sua immortalità, noi, che immortali non saremo mai, possiamo evitarcelo proprio imparando a non aspettarci dagli altri nulla di più e nulla di meno di quello che possono darci, data la loro natura, la loro essenza, la loro esperienza di vita.

Ieri sera Rai Uno ha costruito una grande serata di televisione trasmettendo l’Eurovision Song Contest da Rotterdam. Lo chiamavamo più semplicemente Eurofestival, per ricollegarlo al nostro Festivàl canoro di Sanremo

Non ricordo, ovviamente, quello del 1964, quando Gigliola Cinquetti lo vinse. Ma non ricordo neanche quello del 1990, quando a portare in patria il trofeo fu Toto Cutugno.

Ma diciamoci la verità, fino al 2020, nessuno di noi, neanche gli appassionatissimi di Sanremo (che, appunto, regala la qualificazione all’ESC), abbiamo mai trepidato o ci siamo appassionati al festival della canzone europea. Non lo abbiamo mai cacato. Ammettiamolo.

Quest’anno, invece, forse perché i nostri qualificati, sfuggendo al mainstream nazional popolare di Sanremo, potevano ambire al successo europeo, siamo diventati tutti esperti o almeno cultori della materia.

I Maneskin (continuamente chiamati moleskin o moneskin dai conduttori italiani) hanno rimesso al centro delle sette note, sua maestà il Rock

In questa travagliatissima navigazione dentro e fuori la pandemia, per molti di noi è cresciuto il bisogno di verità, di sincerità. Abbiamo definitivamente seppellito l’edonismo reaganiano, con cui D’agostino imperversava a Quelli della notte, e i cui echi risuonavano nel libera tutti berlusconiano e ancora in certa destra.

Il Rock, il rock dei Maneskin, quella caratteristica ha: la sincerità. I Maneskin ti danno tutto quello che ti aspetti da loro. Che ci aspettiamo da loro da quando con Manuel Agnelli li abbiamo scelti a X Factor.

Per questo vincono, strameritatamente. Per questo li amiamo e li seguiamo, riconoscendo che Rock Will Never Die

Ma le delusioni non si possono arginare sempre.

Qualcosa che sfugge alle aspettative c’è sempre.

Ieri sera, come Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi nelle stagioni gloriose di Giochi senza Frontiere (un deux troisFischio) ad accompagnare i telespettatori italiani nella lunga maratona televisiva c’erano Gabriele Corsi e Cristiano Malgioglio.

Malgioglio è un sensibile autore di canzoni che tanto ha dato alla musica italiana. Da molti anni ormai, il suo personaggio televisivo, spintamente forzato nella sua caratterizzazione alla Michel Serrault (Il Vizietto – ma con molta eleganza in meno) ha preso il sopravvento.

Secondo l’assunto iniziale di questa riflessione, Malgioglio così è. Lo conosciamo. Sappiamo cosa aspettarci. Non ci delude, mai.

Ma Gabriele Corsi (Trio Medusa) e la Rai, la principale industria culturale del Paese, come ci hanno sempre detto, e come l’archivio di RaiPlay ci conferma costantemente, non ci avevano creato queste aspettative. Ci hanno deluso. 

I siparietti, gli urletti, lo striptease a scangio, non meritano di essere conservate nelle Teche di RaiPlay.

Quanto imbarazzo, quanta tristezza, quanta decadenza…

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