Più libri, più liberi – Una fiera del libro a Roma (con sorpresina)

Quando ero bambino avevo pochi libri adatti in casa. Credo che anche oltre casa mia l’offerta fosse molto ristretta. 

I miei due libri preferiti erano:

Rasmus e il vagabondo di Astrid Lindgren (la stessa autrice di Pippi Calzelunghe). 

Un foto libro della Disney, Un magnifico imbroglio, tratto dal magnifico film Un cowboy con il velo da sposa, con le due gemelline bionde, che si scambiavano il posto per ricucire il matrimonio dei recalcitranti genitori. 

In questi giorni a Roma si svolge la Fiera della piccola e media editoria indipendente “Più libri Più liberi”.

Dal 4 all’8 dicembre, stand, esposizioni, incontri, eventi. Una moltitudine di eventi che si sovrappongono ed impongono scelte a volte strazianti. 

Abbiamo fatto i turni in fila per il disegnino o la firma di Zerocalcare. Lo stand della Bao publishing letteralmente preso d’assalto per l’ultimo libro da far firmare al più influente intellettuale del momento. 

La meravigliosa serie TV su Netflix corona un percorso importante. 

Mentre stiamo in fila occupando tutta la parete esterna dell’area stand, passo davanti a tanti stand di case editrici per bambini e per ragazzi. Sono tantissime e tutte interessanti. 

Oggi l’offerta è tutt’altro che ristretta. 

Mi mettono particolarmente gioia i gruppi scolastici di ragazzine e ragazzini, festanti e curiosi, che scivolano tra questi stand, fanno domande, chiacchierano con gli autori, esplodono di allegria e divertimento. 

Ci sono anche ragazze e ragazzi più grandi, stessa curiosità, stesso interesse, entusiasmo più contenuto. Non sono qui solo per Zerocalcare, sfogliano tanti libri, si soffermano, si richiamano l’attenzione l’un l’altra per condividere una scoperta, un riconoscimento. 

Se l’umanità è questa, la speranza ci sorride. 

Infine tra tante emozioni e tante sorprese, una sorpresa personale, davvero inattesa. 

Nello stand E06, del gruppo editoriale Historica edizioni, risulta esposta una raccolta di Racconti di Natale, pubblicata proprio oggi, che a pagina 163 contiene un mio racconto. 



Poiché per gli amici hanno previsto uno sconto del 15% su qualsiasi acquisto online sul sito. Vi lascio il link ed il codice sconto se volete utilizzarlo:

Racconti di Natale Vol.1 – AA.VV. | Rudis Edizioni

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Per quanto riguarda il mio racconto, nomi, date e fatti sono assolutamente veri. Riguardano gli avi della mia famiglia a Regalbuto, oggi provincia di Enna. Possiamo considerarlo un ricordo di Natale che attraverso le mie ricerche genealogiche tra archivi e documenti abbia risvegliato nel mio DNA tracce di questa memoria.

Lo ripubblico qui in calce

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NATALE IN CASA COSTA 

(a Matamuto nel 1887)

Di Gingolph

“Sarà una lunga notte Mastro Giuseppe. Preparatevi a non dormire in questa Santa Notte di Natale.” 

Gli aveva detto Melina, la levatrice.

Mastro Giuseppe, seduto al tavolone spesso, di legno massiccio, dove mangiavano tutti insieme, guardava Vita, la grande dei suoi figli, che dava una mano a sistemare i fratelli. Bella cena della vigilia avevano fatto!

Appena prima delle otto erano cominciati i dolori e Vito era andato a chiamare la levatrice.

Maria aveva avuto tutti parti facili. Era una donna forte, robusta e allegra. Quella era la decima volta che partoriva. Mastro Giuseppe aveva pensato che entro la mezzanotte si sarebbero sbrigati.

Mentre nella stanza da letto le donne armeggiavano, Mastro Giuseppe si avvicinò al presepio. Due anni prima con Vito si erano presi per la prima volta un giorno di riposo dalla falegnameria. San Nicola veniva di domenica, l’Immacolata di martedì, avevano riaperto mercoledì.

Ma non riuscivano a stare con le mani in mano. Con dei legni rimasti, cartoni, vetri ed altri materiali rimasti dalle lavorazioni avevano realizzato quel maestoso presepio. Avevano realizzato tutti i pastori in legno. La capanna era incastonata dentro un pezzo di tronco troppo cavo per ricavarci qualcosa, ma che per grotta andava benissimo. Era venuto così bene che lo avevano incollato su una base di legni e lo tenevano sempre montato nel magazzino della falegnameria, coperto con due lenzuoli, ed avevano creato la tradizione di famiglia che ogni anno per l’Immacolata, lui e Vito, con il codazzo dei piccoli, lo portavano in casa e lo posizionavano nell’angolo opposto alla finestra della stanza di mangiare.

Quest’anno era venuto il momento di aggiungere una nuova tradizione. Di nascosto da tutti, e da Vito, aveva realizzato un bellissimo bambinello con la veste bianca orlata d’oro, come le cornici degli specchi che gli ordinavano i suoi clienti. Anche i capelli li aveva resi splendenti con la stessa vernice dorata. Senza rendersene conto gli aveva disegnato il sorriso di Vincenzo, l’altro maschio che era morto sette anni prima a tre annuzzi, con quella stupidissima caduta spaccandosi la testa.

“Venite qua”. Chiamò i piccoli della famiglia, Giuseppina, Vincenzino e Nunziatina, e tirò fuori il Bambinello.

“Quando arriva la mezzanotte prendete questo Bambinello e tutti insieme lo posiamo nella sua mangiatoia. Se il picciriddu sarà già nato, lo portò in braccio io e farà anche lui parte della processione già da questo anno”.

I bambini esplosero in un tumulto di risate, battimani e gioia per la nuova trovata del padre. Ma durò poco. Dopo alcuni minuti il tumulto divenne litigio per chi avrebbe dovuto portare il bambinello. Per non disturbare la mamma nella camera accanto, li cacciò tutti fuori nel magazzino.

Se stanotte veniva un altro maschio, pensò, voleva chiamarlo Alfio come suo nonno materno. Sarebbe toccato Gaetano, che era suo nonno paterno, ma gli bruciava chiamarlo come suo fratello. Una rivalità antica, nata già da piccoli e mai sanata.

Suo padre, Mastro Vito, era stato il più famoso falegname della zona. La sua fama non si limitava al paese di Matamuto, si estendeva fino ad Avira e a Maternò. Tutto il paese poteva ammirare il confessionile della Chiesa di San Basilio, fatto tutto a mano da Mastro Vito. Veniva da una lunga tradizione di falegnami spagnoli venuti in Sicilia a Matamuto al tempo delle abbazie, che si erano, infatti sistemati nella contrada Sotto l’Abbazia, dove aveva sempre avuto sede la falegnameria fino ad oggi. 

Suo fratello Gaetano, di tre anni più grande, era entrato subito nella falegnameria con il padre. Era spavaldo ed arrogante Gaetano, quanto Giuseppe era più timido e meno sicuro di sé. 

Approfittando del fatto che Mastro Vito aveva costruito una casa nella strada Pietragrossa, per ingrandire i locali della falegnameria, aveva aperto un’altra falegnameria vicino casa. Quando il vecchio Mastro Vito aveva lasciato definitivamente la falegnameria dell’Abbazia a Gaetano, e i suoi figli Vito e Vincenzo, era cominciata la concorrenza tra le due falegnamerie.

Solo con l’ingresso di suo figlio Vito però la falegnameria di Pietragrossa ebbe la spinta necessaria a superare quella dell’Abbazia. Sembrava che la maestria del nonno si fosse concentrata tutta su questo nipote. E il paese se ne era accorto subito. Quando venivano alla bottega a chiedere un mobile, un armadio o qualsiasi cosa, Vito si zittiva, si concentrava, se lo disegnava nella testa e subito partiva a lavorare senza sentire fatica o noia.

Appunto il 1885 era stato l’anno del sorpasso e per questo si erano premiati con la pausa dell’Immacolata, visto che non avevano avuto giorni di tregua quell’anno.

Era Natale, stava arrivando un altro picciriddu a benedire la casa, Mastro Giuseppe non voleva guastarsi il sangue con questi pensieri arraggiati che gli venivano sempre quando pensava a suo fratello. Si girò verso i suoi figli.

Guardò Vito, aveva già ventun anni, si stava facendo un bell’uomo. Alto, con un taglio di capelli spagnoleggiante, e questo baffo malandrino, attirava tutte le ragazze. Ma lui sapeva che c’era quella Vita, la figlia degli Arconelli, che se lo mangiava con gli occhi. Ma anche Vito era sempre contento quando se la vedeva svolazzare intorno. Non gli dava sazio, scherzava sempre, si mostrava disinteressato, ma lui lo vedeva come la aspettava nella bottega tutti i giorni. Già si immaginava che tra qualche Natale ci sarebbe stato un altro Giuseppuzzu, oltre il figlio di Vita, la grande, a portare il bambinello.

I picciriddi erano tornati e le vuci erano tornate. A fare confusione ci si metteva pure Cettina, che gridava con sua sorella Vita. Cettina aveva fatto diciott’anni, ma non era cresciuta per niente. Era sempre arraggiata e faceva voci con tutti. Vito la buffuniava perché diceva che era innamorata di Vincenzo, suo cugino, il figlio di Gaetano, ma quello manco la scopriva. Meglio, pensò Mastro Giuseppe, non ci voleva proprio avere a che fare con i suoi fratelli e nipoti.

Eppure in tutto questo manicomio riuscì a sentire il tremolante pianto del bambino.

“Zitti tutti”, gridò Mastro Giuseppe.

Dalla stanza da letto uscì la zia Tanina, annunciando che in quella notte di Natale del 1887 era nata una bella fimminedda. Mastro Giuseppe d’istinto decise che per onorare la maternità ed il Natale l’avrebbero chiamata Maria, come la Madonna e come la sua Maria.

Come un lampo nella mente di Mastro Giuseppe passarono le nove volte che gli era già successo, in venticinque anni di matrimonio con la sua Maria. Dopo il lampo il tuono: si ricordò di Rosa, Concetta, e Vincenzo, che poi non ce l’avevano fatta ed erano morti piccoli.

Una punta di leggera ansia gli abbracciò i polmoni facendogli fare respiri più piccoli del dovuto. Anche perché Melina non si decideva ad uscire con la bambina. 

Vita, la grande, si fece coraggio ed entrò nella camera dove c’era la madre.

Nunziatina si era addormentata. Vito, Cettina, Vincenzino e Giuseppina aspettavano intorno a Mastro Giuseppe, con il cuore scuro ed il fiato sospeso.

Vita tornò con la faccia bianca come la farina. 

“’A mamá nun si senti bona”, disse sospirando.

Aveva in braccio una bellissima morettina, la neonata Maria, di cui cominciò a prendersi cura.

Vito mandò tutti a letto poi si sedette accanto al padre, non lo toccò, nè gli parlò, ma lì stette e con la sua sola presenza gli disse tutto il bene che gli voleva. 

Senza fiatare e neanche guardarsi, entrambi si dissero tutto lo spavento che provavano, stando fermi immobili sulle sedie che avevano fatto insieme, quando Vito aveva appena dieci anni.

Albeggiò, Melina non si era allontanata dal letto di Maria. 

La zia Tanina e Vita presero in mano la cucina e la casa.

Ma nessuno riusciva a sentire che era Natale.

Passò così tutta la giornata. Mastro Giuseppe entrava e usciva dalla camera della sua Maria, con lo sguardo sempre, sempre più serrato, e sempre più scantato.

Dopo la mezzanotte, era già Santo Stefano, un’ultima volta che Mastro Giuseppe era entrato a sedere vicino a Maria, questa si girò dall’altro lato come se si vergognasse e smise di soffrire.

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