Cento anni di modernità – un personalissimo ricordo di Giovanni Verga

Oggi ricorre il centenario della morte di Giovanni Verga, uno degli scrittori italiani più importanti di tutti i tempi.

Questo piccolo e modesto blog vuole condividere con i suoi tre lettori alcune riflessioni personali e grezze, prive di valore accademico, sullo scrittore di Vizzini.

Solo dopo tanti anni ho scoperto che il famoso super cinema e teatro Verga di Siracusa e lo scrittore di cui parlavano sempre in famiglia a Francofonte (soprattutto mio zio), non avevano niente in comune.

Giovanni Verga ho imparato davvero ad amarlo, quando nei primi anni ottanta ho assistito in rapida successione alle repliche dello sceneggiato televisivo Mastro Don Gesualdo, con l’indimenticabile Enrico Maria Salerno e Lydia Alfonsi, la nostra Lydia Alfonsi, la “compaesana”, e al nuovo sceneggiato Dramma d’amore, con Giuliana De Sio e un sorprendente Alfredo Pea, tratto dal romanzo Il Marito di Elena.

Quelle due storie così diverse, ma egualmente intriganti, mi convinsero che avrei dovuto approfondire la conoscenza dell’autore verista per eccellenza.

Questi sceneggiati televisivi arrivarono a me quasi contemporaneamente alla visione de I Promessi Sposi, con Nino Castelnuovo (ancora senza staccionata da saltare) e Paola Pitagora (con quell’incomprensibile rastrello dietro la nuca) e allo studio scolastico del romanzo italiano per antonomasia.

Da questa contestualità proviene quasi certamente la mia sovrapposizione e comparazione tra Verga e Manzoni, che mi sovviene quando penso all’uno o all’altro.

Verga come Manzoni detta nuove regole alla letteratura italiana, impone stile e modelli, laddove non c’erano.

Manzoni costruisce un carattere ed una lingua nazionale. Nei suoi Promessi Sposi, nelle evoluzioni da Fermo e Lucia ai Promessi del ‘40, traccia le linee identificative del carattere degli italiani, del loro modo di vivere e di parlare. Il potere, i modi di gestirlo e di reagirvi. La Provvidenza che regola e riequilibra, torti e forzature. Scrive pagine premonitrici sulla gestione pubblica e privata della pandemia.

Ma Verga non è certo da meno.

Giovanni Verga è uno scrittore inquieto. Proviene da una classe agiata e non ne fa mistero. Lascia la Sicilia per Firenze, per Milano. Torna in Sicilia, ritorna a Milano. Scrive romanzi scapigliati, racconta storie borghesi, con un linguaggio ricercato e costruito, adatto ai personaggi e alle storie raccontate, lo scrittore delle duchesse.

Ma è inquieto.

Durante uno dei soggiorni a Milano risente dentro di sé l’eco della sua Vizzini, dei suoi campi, attribuisce questa inquietudine alla mancanza del suo mondo.

Allora sfida se stesso e scrive Nedda, una novella sperimentale, con una lingua che nessuno mai aveva scritto, la parlata originaria della sua Vizzini.

È nato il Verismo.

Infatti una cosa che dobbiamo sottolineare è che Verga non aderisce al Verismo. Quando Verga cerca un nuovo linguaggio e nuove storie il Verismo non c’era. Il Verismo lo crea Giovanni Verga.

Basta una analisi appena attenta per cogliere anche le differenze tra il naturalismo francese, da cui si fa discendere il Verismo, e la letteratura, la poetica che Verga dona al Verismo.

Sarà Luigi Capuana a coniare la definizione di Verismo, la “poesia del vero”, a difenderlo anche accademicamente. Ma è Giovanni Verga a dettarne regole e linee guida.

A Verga il verismo serve a rappresentare tutta una umanità che non trova ascolto altrove.

Anche Manzoni offre ai lettori una visione della lotta tra le classi agiate, le classi che esercitano il potere, più o meno legalmente, o moralmente, e le classi meno fortunate, sempre costrette a subire le angherie del potere. Ma Manzoni queste classi le racconta con la propria voce, li osserva dall’alto, e questo gli consente di regalarci la sua ironia. Infine ne affida le prospettive alla Provvidenza.

Verga presta una lingua loro personale a quelle donne e quegli uomini soggetti al potere e alla fortuna. Ne registra “oggettivamente” la voce, li osserva e li segue da dentro, tra loro. Non ne giudica aprioristicamente l’operato, non si concede ironia, lascia loro la possibilità di tentare, di cercare, di ambire. Ne osserva compassionevole il fallimento. La Provvidenza affonda, non gli si può affidare proprio nulla.

I Vinti verghiani sono vinti da loro stessi, dalla loro cieca arroganza, dalla loro bramosa voglia di riscatto, dalla loro ansia di rivalsa.

Tutte le volte che i personaggi verghiani perdono di vista il mondo di valori da cui provengono, perdono di vista la solidarietà e provano ad arricchirsi (la robba) a scapito degli altri, vanno incontro alla disfatta.

Verga diceva spesso “Mastro Don Gesualdo sono io”, parafrasando Flaubert. E Mastro Don Gesualdo dopo tanti traffici per arricchirsi e per dare veste di nobiltà alla sua ricchezza, scopre che “la rosa non si innesta con il pesco”.

‘Ntoni Malavoglia, maldestro e cieco Florio, anziché creare una casata regnante senza titolo, deve ricominciare da zero.

Una visione conservatrice, certo, ma moderna, laica, non subordinata a leggi divine riparatorie. Gli uomini possono riparare soltanto da soli ai propri errori, ritrovando la saggezza, l’umanità, la solidarietà.

Possiamo immaginare che ‘Ntoni, appresa la lezione, ricominciando, possa poi costruire una nuova ricchezza, meno egoista, più moderna.

In Eduardo ritroveremo una visione simile. Nel teatro del grande Eduardo i personaggi, vinti anch’essi dalla perdita del senso e della prospettiva, dopo aver dimenticato l’umanità nei loro gesti, possono solo sedersi al tavolo, mettere la testa tra le mani, ed aspettare che passi ‘a nuttata, del rancore, dell’egoismo, della mancanza della solidarietà.

I vinti verghiani non sono solo pescatori o contadini. Aggiungerei all’elenco dei vinti anche Cesare Dorello, il Marito di Elena, appunto, dello sceneggiato Dramma d’amore, già citato.

Il giovane avvocato irpino, Dorello, brav’uomo e diligente, sgomita per sposare la bella Elena, napoletana, mondana ed abituata a lussi ed agi, che non può offrirgli. Quando finalmente conquisterà successo e soldi e potrà offrire alla sua Elena, quella vita desiderata, sarà troppo tardi e accecato da un raptus, la accoltellerà a morte.

I Malavoglia non aveva avuto grande successo editoriale. In pieno Verismo, Verga esce dai canoni e racconta una nuova storia borghese, dove il paradigma rimane uguale, chi si snatura per raggiungere ricchezza e potere, si perde. Sia che parta da una nave di pescatori, da un campo di arance, o dagli scranni di un tribunale.

Il marito di Elena ci consente di trattare anche un altro elemento di modernità della letteratura verghiana: le donne verghiane.

In questo romanzo parliamo di un vero e proprio femminicidio, di quelli ordinari, un marito che ammazza la moglie, perché lei non lo ama più.

Le donne di Verga sono appassionate, sono passionali, amano, soffrono, reagiscono. La lupa, Santuzza, Elena, vogliono sfuggire al giogo, cui vorrebbero tenerle. Sbagliano, ma pagano di persona. Sono sempre protagoniste del loro destino, nè sante, nè puttane, donne.

Il personaggio femminile più eccentrico, maggiormente caratterizzato, colorato proprio, sia nella novella, che nella riduzione teatrale, curata dallo stesso Verga, è La Lupa.

La Lupa, la gnà Pina, è un concentrato di passione, di desiderio, istintiva, animale, una Lupa appunto.

Rappresenta una duplice anomalia nel mondo rurale, nel contesto sociale in cui vive, nel suo paese.

È insensibile alle convenzioni religiose. Non ne segue leggi, regole e riti. È scandalosa.

Non è schiava della roba. Pur di seguire la sua passione sacrifica la roba della figlia.

Verga racconta la Lupa, senza esprimere un suo giudizio morale, racconta lo scandalo ed il giudizio espresso da compaesani, parenti, preti e forze dell’ordine, ma non si pronuncia direttamente. Oggettività verista.

Anche nel tragico epilogo finale Verga si limita a raccontare la Lupa che dichiara la sua determinazione, la sua invincibile volontà/voluttà

— Ammazzami, – rispose la Lupa, – ché non me ne importa; ma senza di te non voglio starci -.
Ei come la scorse da lontano, in mezzo a’ seminati verdi, lasciò di zappare la vigna, e andò a staccare la scure dall’olmo. La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri. – Ah! malanno all’anima vostra! – balbettò Nanni.

Meglio la morte che non amare.

La Lupa, nel suo contesto rurale, va incontro al femminicidio perché vuole amare.

Elena, nel suo contesto borghese, va incontro alla morte, perché vuole essere libera di non amare per obbligo, e di amare per amore.

Santuzza manda alla morte Turiddu, perché non riesce ad amarlo.

Ma anche Maria, la capinera del romanzo pre verista, soffre tragicamente per la costrizione in gabbia del suo amore.

Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.

Insomma le donne verghiane, per citare Lee Masters e De André, riescono a sottrarsi al cielo, riescono a sottrarsi al denaro, ma non all’amore, e lo pagano con la vita.

Mentre gli uomini verghiani, credono più alla roba che al cielo, e subiscono l’amore governato dalle donne, reagendo con l’unica forma di soluzione che conoscono, la violenza.

Per essere nella seconda metà dell’Ottocento mi sembra una visione molto moderna.

Oltre alla letteratura ed al teatro, le forme su cui si è espresso lo stesso Verga, con la sua pluralità di stili e di linguaggi, le opere verghiane sono state molto spesso oggetto di ispirazione per produzioni televisive e cinematografiche (non solo al cinema Verga di Siracusa, come ho tardivamente scoperto).

Più recenti le visioni di Pasquale Scimeca con due film molto curiosi, che confermano la modernità delle impostazioni verghiane.

Da Verga, dalla rappresentazione teatrale, ricavata da una novella, proviene anche una delle opere liriche più rappresentate, la Cavalleria Rusticana di Mascagni. Una delle poche applicazioni veriste al melodramma.

Il dramma sentimentale, dagli esiti tragici, vede contrapposti Turiddu, e Compar Alfio, in una Malapasqua, per amore e gelosia, e si conclude con l’agghiacciante urlo “hanno ammazzato Compare Turiddu!”.

La Cavalleria Rusticana, opera, si apre con l’aria in dialetto, Siciliana, che contiene una delle dichiarazioni d’amore più definitive:

E s’iddu muoru e vaju’n paradisu

Si nun ce truovo a ttia, Mancu ci trasu.

Per mano di Franco Zeffirelli, dal teatro lirico giunge sugli schermi cinematografici, in una versione girata per le strade e le chiese di Vizzini, che resta un piccolo capolavoro di rappresentazione incrociata di Opera e Cinema.

Alla Cavalleria Rusticana è legato un altro ricordo personale. Viene citato in più occasioni il paese di Francofonte. Secondo alcune ricostruzioni di mio zio, questa citazione darebbe riferimento al paese in cui si svolsero i fatti reali, che ispirarono a Verga il racconto.

Verga, avvocato ed appassionato curioso di casi legali, seguì un processo che vide a Francofonte appunto, un giovane, appena tornato dal servizio militare, uccidere il protettore di una prostituta, di cui si era invaghito.

Verga, trasfigura i fatti e crea la nota vicenda ribaltando l’omicidio, ed introducendo gli elementi ed i personaggi, che abbiamo imparato ad amare.

Anche La Lupa tra origine da un fatto vero di cui Verga venne a conoscenza. Persino La Capinera origina da un ricordo autobiografico.

Questo ci dice molto del percorso creativo del Verga scrittore. Un percorso di attiva e curiosa osservazione, e di rielaborazione attenta, che per preservarne verità ed oggettività, ricorre al verosimile.

Il Verismo di Verga non è asettica registrazione del mondo, e documentaristica rappresentazione senza filtri, anche delle realtà più sgradevoli.

È, invece, creazione pienamente artistica che riproduce la verità, restituendone colore e sapore.

In questo centenario si rincorreranno parecchie iniziative, Verga verrà ricordato in vari modi, gli verrà restituita la sua grandezza ed importanza nell’evoluzione della letteratura italiana.

Sarebbe bello che tornasse ad essere studiato con più attenzione nelle scuole.

L’approccio umano e laico alle vicende delle donne e degli uomini, la sua narrazione “oggettiva” e “vera” ci serve, ci serve ancora tanto.

Siciliana

O Lola c’hai di latti la cammisa

Si bianca e russa comu la cirasa,

Quannu t’affacci fai la vucca a risu,

Biatu cu’ ti dà lu primu vasu!

Ntra la puorta Tua lu sangu è sparsu,

Ma num me mpuorta Si ci muoru accisu,

E s’iddu muoru e vaju’n paradisu

Si nun ce truovo a ttia, Mancu ci trasu.

Ohh…

dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni
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1 pensiero su “Cento anni di modernità – un personalissimo ricordo di Giovanni Verga

  1. Complimenti per questa attenta e meticolosa ricerca sull’autore oltre che sull’originale rielaborazione critica. Sai cogliere pienamente la complementarietà tra scrittura, cinema, teatro, immagine, forme artistiche di rappresentazione e sublimazione della realtà

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