E’ Carnevale in città…

La pandemia sembrava che stesse passando, o almeno per stanchezza volevamo considerarla in esaurimento.

Il Carnevale 2022 che inizia oggi, Giovedì Grasso, poteva essere coriandoli, musica, stelle filanti e maschere, balli in piazza, o nei locali (rigorosamente riservati ai possessori di Green Pass, manco a dirlo).

Niente da fare. Si è frapposta la guerra. La guerra militare, politica, territoriale, di comunicazione (come sempre sono le guerre da Orwell e la Spagna in poi), economica, soprattutto.

Un Carnevale con la quaresima già dentro.

Fino al 1980 Carnevale per me era La Festa. La Festa comandata più importante dell’anno. 

Dicono che a Milano si osservi il rito Ambrosiano anche per il Carnevale, e che i festeggiamenti arrivino fino al sabato successivo alle Ceneri. Quattro giorni aggiuntivi di bagordi e saturnali.

Per la mia famiglia esisteva un rito tutto nostro che estendeva il carnevale a due o tre settimane consecutive di feste da ballo, in piazza, in casa, o in alcuni locali attrezzati.

Mio papà era di Regalbuto, il cui patrono è Santo Vito, quindi ammalato di ballo a denominazione di origine controllata.

In queste feste si ballavano tutti i ritmi conosciuti, si ballava liscio, samba (con Les Chocolats), rock and roll, twist, boogie, e l’imperante discomusic che accompagnava i Settanta negli Ottanta.

Era il tempo delle contaminazioni, quando il rock poteva roll over Beethoven; i Boney M potevano cantare di un mistico russo, consigliere dei Romanov; Leroy Gomez poteva riesumare gli Animals di Don’t let me be misunderstood, allietandoci la vista con le latine Santa Esmeralda, e così via.

La contaminazione più battuta nelle feste da ballo carnascialesche del nostro rito esagerato era quella tra il tango più famoso, il più amato ed il più ballato dai miei, la Cumparsita e la disco dance.

La Cumparsita nasceva come musica per un funerale, il suo andamento tragico, cadenzato a passo di accompagnamento del feretro, con le sue accelerazioni improvvise, esprimeva tutto il suo tormento nella versione cantata da Milva

“Tu, lo sai che penso a te, rivedo te, 
sentendo questo tango, 
il tango che ballavo, 
felice insieme a te.
Ogni volta che lo sento
Io ripenso al nostro amore
Adesso tu non sei più qui
E so che non ritornerai
Ma questo tango ti terrà legato a me.”

Quando apparve Jinny, insieme ai Flamboyants, che con il suo caschetto biondo ed i suoi cortissimi shorts neri, danzava saltellando sulla melodia della Cumparsita l’effetto fu straniante. La Cumparsita Dance fu un cavallo di battaglia dei miei, che si lanciavano in veloci figure di tango, come fosse una saltellante polka, intrecciavano le gambe, e poi si lasciavano e ballavano roteando senza toccarsi, dondolando in preda allo shake, per riallacciarsi alla fine e percorrere il perimetro della sala senza perdere tempo o ritmo, nei ritrovati passi di tango.

Il Carnevale ha sempre un retrogusto tragico, di tragedia imminente, di orchestra sul Titanic, di consapevolezza dell’arrivo della fine del tempo della gioia, e dell’arrivo inesorabile della quaresima. 

Questa fase l’ha definitivamente immortalata Fellini nella scena dei Vitelloni, della fine della festa di Carnevale. La stanchezza, i postumi dell’alcol, la sensazione di vacuità del divertimento sfrenato appena finito , e la tragedia che incombe, irrompe a riportare sulla dura terra l’uomo, Alberto, che aveva creduto di volare.

A questo contrasto mi faceva pensare quella sfrenata Cumparsita, sulle note di un funerale, che faceva scatenare i ballerini, prima dell’ineluttabile  quaresima.

Un’altra canzone è stata colonna sonora di tutti i Carnevale che ricordi.

Una canzone del chitarrista astrologo, di origine olandese, spin off del gruppo di Renato Carosone, Peter Van Wood.

Una canzone che mio padre immancabilmente cantava ad ogni Carnevale, con aria ispirata e accento parte olandese e partenopeo.

Una canzone triste, tristissima, che racconta dolorosamente un’assenza. Il funerale di un amore. Forse neanche ballabile, per quanto è triste.

Il nostro giorno
(È Carnevale in città)

È Carnevale in città 
Ma non per me

Oggi è il nostro giorno e tu lo sai
Il giorno in cui tu mi baciasti la prima volta
Sono solo e tu con chi sarai?
Ti invoco ti chiamo 
Chissà se il tuo cuor ascolta
Porto la tua immagine con me
Mi illudo che il nostro romanzo non sia finito
Sempre ti ricordo e forse tu
Il tempo passato non vuoi ricordare più 

È Carnevale in città 
Dovunque allegro clamor
La gente ride la gente abballa 
Io soffro ancor
Oggi è il nostro giorno e penso a te
Amore di ieri di tutta la vita mia
Sogno che tu balli qui con me
E questa canzone mi colma di nostalgia

È Carnevale in città 
Dovunque allegro clamor
La gente ride la gente abballa 
Io soffro ancor
Oggi è il nostro giorno e penso che
Abbiamo sbagliato nel dirci addio
Io non ti ho lasciato mai perché 
Ti ho sempre tenuto nel cuore mio

Eppure non resisto. Dal 1980 anch’io ogni anno, ogni Giovedì Grasso, la canto, la ascolto, mi strappa un sorriso, e mi riporta al Carnevale, La Festa comandata più importante della mia infanzia.

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1 pensiero su “E’ Carnevale in città…

  1. Adoro i tuoi scritti e già lo sai, amo gli anni della nostra infanzia e gioventù, e riscoprirne particolari, musiche, momenti colori. Grazie Giuseppe!

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