Salvarsi non è scontato – L’avversione di Tonino per i ceci ed i polacchi di Giovanni Di Marco – Baldini+Castoldi

Niente. Ci ho provato tante volte. Ma non riesco. Crescendo ho superato tante avversioni alimentari, ma per questa niente da fare.

Non mi piacciono i ceci.

Assolutamente no.

In questo blog abbiamo più volte affrontato il tema dell’orfano, della sua “orfananza” come l’abbiamo chiamata. Quella condizione speciale, quella forma di shining che ti mette tra i diversi, che ti fa sentire, nel bene e nel male, speciale, che accende una luce intorno a te e che ti fa riconoscere un altro orfano quasi immediatamente.

Ne abbiamo sempre parlato in termini positivi. Un orfano deve mettere tutta la sua forza nei suoi fragili nervi per superare la mancanza. Diventa una spinta a superarsi, a colmare il vuoto, ad inventarsi un arto bionico.

Ma non è sempre così.

In queste settimane è arrivato in libreria un altro romanzo che si occupa di questa condizione, L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi di Giovanni Di Marco, Baldini+Castoldi.

Giovanni Di Marco con questo suo primo romanzo racconta con precisione antomopatologica la condizione di orfano.

Rappresenta tutta la difficoltà di questa condizione, tutta la pericolosità di questa condizione, le derive che spesso non si riescono ad evitare.

Il Tonino protagonista del romanzo, perde la mamma a sette anni ed il suo mondo tracolla, la sua vita cambia irreversibilmente.

“Quando c’era mia madre, i pranzi nei giorni di festa erano tutta un’altra cosa. L’atmosfera era gioiosa e piacevole, sebbene gli unici a scorrazzare attorno al tavolo fossimo io e mia sorella. C’era quel chiacchiericcio di fondo, gli odori caldi, i commenti sul vino nuovo, le partite a carte tra uomini nel pomeriggio. Da orfano invece era tutto più sforzato e monotono. I colori sembravano sbiaditi, le pietanze – che pure erano sempre le stesse – più scipite. La sensazione dominante era che ognuno non vedeva l’ora di alzarsi dal tavolo per rientrare nel proprio universo.”

Nel momento in cui il suo mondo tracolla gli viene sottoposta una minestra di ceci, da allora l’avversione per i ceci del titolo sarà categorica e totale.

“Era dal giorno del funerale di mia madre che associavo automaticamente la consistenza farinosa dei ceci al concetto di morte. E non importava se erano annegati in una zuppa, se diventavano impasto per le panelle o semplicemente calia da sgranocchiare. Odiavo i ceci e per estensione tutti i legumi. Detestavo il giorno di Santa Lucia in cui si mangiano solo pietanze a base di riso e ceci. Detestavo perfino la pignoccata di Carnevale, che non è fatta di ceci, ma ci somiglia”

Tra ceci ed orfananza inevitabile per me entrare a piedi uniti con tutte le scarpe nel corpo e nella mente di Tonino.

Giovanni Di Marco ci descrive minuziosamente tutte le tempeste che attraversano la mente e il corpo di Tonino. Il suo racconto si sviluppa in circa sette anni. I secondi sette anni della vita di Tonino.

Emergono prepotenti dalle righe i sentimenti del bambino, i suoi pensieri ingenui, la sua lenta ed inesorabile trasformazione. La forza del suo dolore, la fisicità di questo dolore che avviene ed esplode senza che gli altri lo percepiscano.

“Sentivo un vuoto fisico dentro di me, qualcosa di simile alla fame, ma di un’intensità più violenta. Vedevo i suoi occhi di fata dietro a ogni finestra. Ero disperatamente perseguitato dalla sua assenza. Qualsiasi cosa nascondeva un suo ricordo: gli odori, i rumori, le mattine, perfino le parole di una stupida canzone.”

La forza del romanzo sta nella centralità del sentire di Tonino. Tutti gli eventi piccoli e grandi che costellano la sua vicenda umana, passano attraverso la sua visione. Tutto quello che fanno e che pensano gli altri personaggi passa attraverso di lui, ce lo racconta lui, lo conosciamo attraverso il suo sguardo.

Questo rafforza l’identificazione con l’orfano, con la sua sensibilità stressata, forzata, esagerata delle cose che lo riguardano.

Ci permette gradualmente di entrare nel suo modo di pensare, di accorgerci della particolare reazione che mostrano gli altri ai suoi comportamenti. Ci permette di cogliere la crescente consapevolezza di Tonino sulle sue ampliate possibilità, sulla sua sostanziale impunità, sul favore a prescindere che raccoglie.

“Tutti mi sorridevano ed erano più gentili, da quando era morta mia madre.”

Questa consapevolezza risveglia e libera una parte nascosta, una parte oscura del suo animo infantile.

“L’invidia mi arrugginiva, come l’acqua del mare fa con i relitti abbandonati. (…) L’odio era una fonte di energia, sì. Era amore scaduto, amore andato a male, amore senza padrone. Un eccesso d’amore di cui non sapevo che farmene.”

Senza accorgersi della pericolosità di questa consapevolezza, Tonino scivola dentro il suo personale incubo.

Anche il suo dolore, la causa prima, il motore immobile del suo farsi Tonino, si incista, diventa duro, diventa materia per il suo cinismo.

“Eppure è successo. Una mattina mi sono svegliato e mia madre non c’era più. Del mare non era rimasto niente, solo scogli battuti dal vento e una miriade di alghe secche e pesci morti.”

Ci penseranno gli adulti a guidarlo verso il fondo del pozzo.

Un romanzo di sensualità prorompente, di sangue e carne, di perdizione, dove non si ravvede alcuna formazione, dove la salvezza sembra sempre più lontana.

Un romanzo che racconta con gli occhi orfani e astuti di Tonino la provincia siciliana tra la novità assoluta dell’attentato al Papa, i mondiali dell’ottantadue e le evoluzioni successive.

Che ci racconta i rituali che accompagnano il dolore del lutto, che diventano essi stessi elementi costitutivi del dolore.

“Io e mio padre, invece, avremmo dovuto portare un bottoncino a spilla, sempre nero, ma solo per qualche settimana.”

In questa provincia siciliana emerge Tania, la madre putativa. Una donna aliena, che viene dalla Germania, dall’Europa più aperta e sviluppata, che si scontra con i suoi familiari, i suoi compaesani, i suoi fantasmi.

La sua orfananza, la sua esperienza del mondo, la sua misteriosa vita precedente alla provincia siciliana saranno materia dell’impasto di sentimenti che la legherà a Tonino.

“Quando mi raccontò di sua madre, mi convinsi che era perché eravamo tutti e due orfani che mi voleva così bene.”

Quel reciproco riconoscimento che abbiamo rilevato tante altre volte.

Un romanzo che racconta la chiesa del Papa polacco, e del Papa tedesco non ancora Papa, e delle sue responsabilità.

Un romanzo che affronta una tematica scottante, con sincera crudezza, non nascondendone l’orrore.

Così tra lo juventino Boniek e le ciniche e distratte, omertose, alte gerarchie ecclesiastiche matura l’altra avversione del titolo.

Ci serviva un libro così.

Ci serviva vedere con altri occhi il rischio ed il pericolo che abbiamo corso.

Ci serviva riconoscere che non tutti gli adulti sanno usare responsabilmente la propria ascendenza sulla fragilità.

Abbiamo un motivo in più per vigilare sulle varie e disparate orfananze che riempiono le strade della nostra vita.

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