Osceno infinito – L’inganno di Veronica Tomassini – La Nave di Teseo

“Divorarmi perché l’assillo prosegue oltre e fuori di me, e cerca casomai nella finitezza del soggetto umano medio l’inclinazione all’infinito, quell’infinito di cui intercettavo poco, un simbolo durante le lezioni di matematica al liceo. La curiosità di trasformare il simbolo in sopraggiunti ordini o forme. Fino a non desiderare altro, o a non sapere cosa sia un desiderio.”

L’ultimo romanzo di Veronica Tomassini, L’inganno, edito da La Nave di Teseo, scortica l’anima di chi lo legge.

La forma del romanzo è un lungo snodato ed articolato flusso di coscienza dell’io narrante femminile, protagonista di fatti, vicende, pensieri, riflessioni.

Non abbiamo riscontro sul nome della protagonista, tranne qualche riferimento a se stessa come Ottilia, l’ereditiera, la Santa festeggiata il 13 dicembre, ottenebrata dalla luce rifulgente di Santa Lucia, almeno a queste latitudini.

Tomassini impasta con la sua raffinatissima cultura una materia ruvida e graffiante, che ferisce e lacera, incide come bisturi e libera il dolore, il male, che abbiamo dentro.

“Cosa non fa lo scrittore, se non lacerare, aprire carne fremente e calda e tenera, senza l’accortezza di piegarsi a un mistero, a una devozione: lacerare carne fremente e tenera e non considerarlo nemmeno un sacrificio.”

Dicevamo colta la lingua di Veronica Tomassini.

Questo romanzo è denso di riferimenti, di citazioni più o meno esplicite.

Libri, film, musica, tutto un mondo riflesso che innerva le pagine e le lega ad una corrente un flusso più grande, in cui scorre il flusso di questo romanzo. Cechov, Goethe, Buzzati e Fenoglio. Sopra tutti De Marchi, lo scapigliato, il manzoniano De Marchi. La Milano di Pianelli e De Marchi.

“I libri mi sono serviti a capire la vita nella sua filigrana sgranata. Così poi non è stato necessario eseguirla, l’estrema partitura. Ho evitato... Molto semplicemente ho evitato di eseguire l’estrema partitura: estrema in quanto irrevocabile. Dunque ho elaborato un metodo: si può evitare di incocciarla, prestare il grato orecchio – direbbe un personaggio di De Marchi – al suono terrificante, lo stridio, lo sferragliare plumbeo infilato nella galleria metaforica dei nostri quotidiani doveri. Discipline in fondo che ci mettono al riparo dai colpi di reni della sorte. L’amore. Ecco cos’era l’amore. Non avevo alcuna disciplina severa e quotidiana da infliggermi: mi infliggevo tutto, non la disciplina severa e quotidiana. È una colpa?”

Ogni pagina della mia copia di questo libro è piena zeppa di sottolineature, note, glosse, segni a margine e sulle parole, dentro le frasi. La mia lettura è stata attenta, accurata. Sono stato costretto da una forza interiore irresistibile a fermarmi a rileggere, a gustare aggettivi, assonanze, ricorrenze, a cogliere la trama di emozione e sentimento che sostiene quelle parole.

Ho cercato con tutte le mie forze di non cadere in alcun inganno.

In questo scrigno di citazioni trova spazio il grande amore per il cinema.

Tanti sono i riferimenti cinematografici, Anonimo Veneziano, con la Bolkan e Musante, le colonne sonore di Riz Ortolani, certi manierismi alla Godard, la tragicità greca che suggerisce i volti della Callas pasoliniana e della Papas in gramaglie, Arizona Dream e tutto il mondo di Kusturica.

Anche la musica innerva le pagine. Troviamo riferimenti espliciti a De André, al Fabrizio De André di Preghiera in Gennaio dedicata alla sensibile anima di Luigi Tenco.

È il racconto di una città, di Milano.

Più che uno sfondo, una trama di nodi e di colori, di profumi e sapori, di personaggi paesaggio, l’ubriaco kafkiano, ad esempio.

Una casa di cura per una lungo degenza riabilitativa.

Una Milano a tratti frenetica, a tratti pacifica, una Milano di Centri commerciali e di parchi e panchine, una Milano di metropolitana bisonte furioso e di tram retrò gentili ed eleganti, un girotondo, comunque lontano dalla sarabanda di Otto e mezzo. Più un aristocratico valzer tra decoro, disperazione e dignità. Genius loci interclassista. Una mappa, una cartina dei servizi pubblici con cui si passa da un angolo all’altro di questo microcosmo che contiene tutto, tranne il resto.

Una Milano che serve da rifugio, da antidoto alla rinnegata origine, alla provenienza dolorosa, allo stereotipo inossidabile.

“Non so chi sia il siciliano. La Sicilia non esiste. L’hanno forgiata con mani disoneste gli scrittori che ne fanno il mantice di bestialità, utile agli antagonisti del Nord. Un affare per lettori, più che altro. La Sicilia delle guantiere. Non esiste.”

Un romanzo in cui si smascherano gli inganni spacciati per speranze.

Un romanzo in cui si demistifica la retorica del sentimento, il vero inganno.

“Ecco, l’inganno. L’inganno è il sentimento.”

Un romanzo in cui la rabbia e il rancore animano una vita, in cui il perdono non è contemplato, ed è oltremodo inutile.

“Da questo rancore, da questa repellenza e rabbia io provengo.
Provengo dal rifiuto.
Dal terrore.
Dalla crudeltà di piccole indecorose anime.”

Eppure tra le pagine di questo olivo contorto e pungente emerge una prospettiva, una prospettiva religiosa. Un ritorno più compiuto di un treno che riattraversi in senso contrario lo Stretto.

Una identificazione cristica a rischio blasfemia, come strumento di salvezza altrui. Le rose di Teresina di Lisieaux, la sua piccola via, la sua notte della fede, ed il suo doppio di donna operaia del popolo dalle mani ruvide.

Una assolutizzazione sindonica del Volto di Lui.

“Ho visto una rosa dal gambo tranciato lungo i sentieri ingialliti del parco, oltre la cima dei palazzi-casermoni, il tripudio dell’uomo negletto; ho visto la rosa dal gambo tranciato.
La rosa di Teresina di Lisieux.”

Si confermo Vostro Onore, un romanzo osceno.

Osceno come può essere oscena la nudità spiattellata di un’anima, di un dolore, di una infelicità.

Osceno come può essere oscena la libertà di scrivere, di usare parole, forme e sintassi, che non sono consuete, che non sono “di moda”, che non troverebbero spazio in una scuola di scrittura.

Osceno come può essere oscena la assoluta mancanza di attenzione verso le esigenze del mercato, la pancia del lettore, i suoi vizi le sue aspettative.

“Appartarmi, andarmene dall’obbligo convenuto, cioè la vita, declinando il dolore nella forma – fosse pure la più oscena – di una liberazione. Non dico libertà. La libertà non è un concetto praticabile per intero, quasi quanto la felicità: la libertà è un chiodo a cui appendere un sacrificio spropositato persino per essere un sacrificio.”

In questo senso osceno, un romanzo pasoliniano, un non dichiarato omaggio a Pasolini.

Un romanzo che arriva nel panorama editoriale di questo ventidue, come il monolite di Kubrick e ci interroga sull’infinito, in modo decisamente osceno.

Grazie al Comune di Solarino e alla Casa del Libro Mascali ieri sera abbiamo avuto l’occasione di incontrare Veronica Tomassini.

Tra chiacchiere, musica e degustazioni abbiamo potuto approfondire la nostra riflessione sul libro L’inganno.

Dopo l’introduzione di Silvio Aparo e dell’assessore Ivana Pizzo siamo entrati nell’atmosfera del libro, grazie alle musiche suonate dalla pianista Giorgia Scollo, che sfidando la temperatura piuttosto bassa ci ha restituito le note di Chopin, Debussy e Beethoven.

Veronica ci ha raccontato della sua scrittura, della sua particolarità, della ricchezza di citazioni che riflettono sulle sue pagine.

Ci ha detto che la sua scrittura è veramente un flusso che sgorga direttamente da lei, senza troppe revisioni o correzioni. Una libera creazione immediata, senza mediazioni, che dall’anima arriva alla pagina.

Nessuna salvezza, nessuna consolazione per lei stessa, ma la convinzione che questa scrittura possa costituire consolazione e salvezza per gli altri.

Francesca Pacca e Simone Giallongo, con la consueta passione, ci hanno restituito il suono e la forza di questa scrittura, attraverso alcune pagine scelte.

Anche la prospettiva religiosa, l’immanenza del Cristo rivelata in questo romanzo, non hanno pretesa di consolazione o salvezza, solo l’ineluttabile necessità.

Tanti i compratori del libro che si sono allineati in fila per una rapido firma copie.

Ancora una volta a Solarino la cultura e la vita hanno trovato il modo di abbracciarsi.

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