Metti una sera alle scuderie – La tavola è Festa di Anna Martano – Lentini 5/1/2023

Quando abbiamo richiamato l’attenzione dei numerosi visitatori che godevano della Mostra fotografica Metaverso ALFA, perché stava cominciando l’ultimo evento di questo Natale lentinese, è apparso subito chiaro che le pur tante sedie predisposte nella sala centrale non sarebbero state sufficienti.

A sentire la nostra conversazione con Anna Martano sul suo ultimo libro La tavola è Festa si sono fermati in tanti, incuriositi e sempre più attenti ed appassionati, man mano che quel vulcano di Anna Martano snocciolava notizie, storie, memorie e curiosità.

Nella nostra terra il rapporto con il cibo è tradizionalmente arricchito di molteplici significati e valori.

Una ricostruzione della tradizione di cucina legata alle feste diventa perciò stesso una ricostruzione sociologica, antropologica, politica e sociale.

Questa è la portata del lavoro di Anna Martano, che non si limita ad una elencazione di ricette per la casalinga in affanno per la preparazione della festa. Ma contestualizza, storicizza, in definitiva trasforma una pratica quotidiana, in una manifestazione ineffabile della cultura di un popolo.

Estrae la poiesis dalla praxis.

Non pensate che sia una mia elucubrazione da intellettuale. Sentite cosa dice Anna stessa nella sua introduzione:

L’industrializzazione, il commercio globale, la digitalizzazione, le nuove tecnologie hanno modificato la nostra percezione spazio-temporale e il rapporto con il regno naturale: riappropriarci delle passate ritualità, proprie di ciascuna festa, restituisce all’anima il tempo e la terra perché la festa, il rito, sono il Lògos che trasforma il Chronos in Kairòs.

Solo un libro di ricette, dite?

Questa distintività la vediamo sin dall’inizio.

Il libro è dedicato al prof. Paolo Greco. Un professore di storia e filosofia del liceo Einaudi, da cui veniamo entrambi.

L’insegnamento principale che il prof. Greco prima, e l’amico Paolo poi, hanno lasciato ad Anna è proprio lo sviluppo e la cura del pensiero critico.

Come ci ha spiegato Anna Martano stessa, la dedica è perfettamente funzionale al lavoro che sta prima e dietro questo libro.

Il pensiero critico è lo strumento principale dello studioso che vuole approfondire e cogliere i nessi tra storia, tradizione e cultura, anche nella cultura del cibo.

Il libro vanta un’importante prefazione di Catena Fiorello, che raramente concede prefazioni ad opere, di cui non sia valutata la portata e il peso.

Guardare cucinare, dice Catena Fiorello nella sua prefazione, era un momento cruciale della nostra infanzia.

Nel mio piccolo ho imparato tantissime cose della cucina di mia mamma, guardandola cucinare.

Restammo presto soli, io e lei, e questo apprendimento per imitazione mi fu molto utile per condividere con lei le fatiche della casa, che poi quando si parla di cucinare per me fatiche non diventano mai.

Nella parte generale del saggio, l’autrice nell’analisi della tavola della festa assegna un posto cruciale alla speculare tavola della rinuncia, cioè alla tavola dei giorni che non sono di festa.

È stato un valore riscoprire che la pasta non era un cibo quotidiano, ma tipica della festa, che il pane era quotidiano e che nella festa si trasformava in pane bianco, in pane arricchito (focacce, scacce, pizze).

La carne e il pesce erano cibi non comuni ed il menu si divideva in grasso e magro.

Il Cristianesimo non applica divieti alimentari oggettivi, di specifici cibi, bensì soggettivi, i cristiani possono mangiare tutti gli alimenti, ma alcuni giorni sono deputati all’astinenza o al digiuno.

Da qui discendono molte delle ragioni su cui si fondano tante tradizioni alimentari tramandate nei secoli.

La necessità della creatività in cucina per compensare la scarsa attrattiva dei giorni di magro, introduce un nuovo concetto.

Il concetto del piacere come inganno, della proposta allettante per superare le resistenze, perché la tavola sia sempre gioia, allegria e condivisione e non tristezza e dovere.

Apoteosi di questi tipi di inganni le impanatigghi di Modica o prima di Palermo, dentro le quali veniva nascosta la carne per sostenere i monaci in viaggio, i quali, inconsapevoli di tale presenza, non incorrevano in peccati di violazione delle prescrizioni di astinenza o digiuno.

Il libro si articola poi per feste e sviluppa discorsi specifici per ogni festività, che ovviamente non abbiamo investigato tutti, per lasciare ai lettori il piacere di scoprire la miniera di notizie, curiosità e nozioni storico scientifiche di cui è padrona Anna Martano.

Gustiamo solo alcuni spunti qui e lì, come fosse un buffet.

Parlando del Capodanno viene riportata una gustosa filastrocca:

Sugnu vinutu ccà, sta siratina:
mi ci ha mannatu lu capu di l’annu;
sacciu c’aviti passula e rigina,
mustazzuleddi fatti senza ‘ngannu;
cu si li mancia, su na miricina,
e a cu l’ha fattu ci arresta l’affannu.
Si ni vuliti rapiri, rapiti,
ca semu quattru amici confidati.
O Signurina, ma dati a Strina?
Annunca v’arrobbu u jaddu ca jaddina.

Da questa filastrocca emerge una curiosità.

Prima che scoprissimo anche noi Halloween, per Capodanno in Sicilia si usava già dolcetto o scherzetto.

Mia nonna paterna, morta poco dopo la prematura morte del mio papà, aveva vissuto alcuni anni a Messina. Proprio durante il terremoto era a Messina, trauma mai più dimenticato.

Ricordo che viveva nel mitico ricordo dei piparelli e dei mustazzola.

Ieri sera Anna Martano raccontandoci delle origini e delle evoluzioni dei mustazzola, citati anche nella filastrocca sopra riportata, mi ha aiutato a ricordarla.

Ancora un legame che si rinsalda tra memoria e sapori perduti.

Un grande momento di ilarità e sincero divertimento Anna Martano ce lo ha fornito quando, in aperta contrapposizione all’Accademia della Crusca, ha preso definitivamente posizione sulla vexata quaestio dell’arancino vs arancina.

Già da solo questo punto varrebbe la pena di leggere questo colto ed appassionato trattato.

I santi patroni in Sicilia sono tanti e molto disparati. Addirittura ad Avola pare che abbiano scelto una patrona che non esiste.

Seguire tutte le tradizioni patronali siciliane avrebbe comportato la stesura di un’enciclopedia, non di un solo volume.

L’autrice decide di dedicare la sua attenzione al patrono dei patroni, a San Giuseppe, figura in cui si identifica la popolazione siciliana.

Il genitore che campa con il suo sacrifico cento figli, consapevole che cento figli non riusciranno a campare un padre.

D’altronde San Giuseppe si affianca ed a volte sovrasta il patrono ufficiale in tanti paesi.

Per esempio a Francofonte, il paese della mia famiglia materna, la festa di San Giuseppe è particolarmente sentita.

La caratteristica principale risiede nella processione con la sacra famiglia, San Giuseppe, Madonna e Bambino, selezionati tra i meno abbienti del paese, che culmina nell’approdo in piazza, dove una ricca tavola imbandita attende i tre personaggi, che per quella volta godranno di una tavola di leccornie ed ogni ben di Dio.

Questa immagine pubblica fa specchio con un’altra tradizione familiare, molto privata, a cui ho più volte assistito.

Anche mio nonno materno ci ha lasciato molto presto. Ad ogni suo compleanno, dopo la sua morte, mia nonna preparava il pranzo con tutte le cose che gli piacevano di più, in particolare i maccarruna ‘ì casa co’ sugu, ed invitava a tavola uno dei poveri del paese e consumavamo il pranzo con lui a capotavola.

Anna Martano ci ha raccontato di altre feste in Sicilia dedicate a San Giuseppe che esaltano quella dimensione della condivisione, come elemento essenziale della felicità della tavola.

Un bouquet di notizie storiche, leggende, miti, credenze religiose intorno alla figura di San Giuseppe, ed alle tradizioni culinarie legate al Santo genitore putativo.

Se pensiamo alla Pasqua non possiamo non pensare alla cassatelle di Pasqua.

Cu n’happi n’happi di sti belli cassatelle di Pasqua?

Anna Martano, ci ha guidato in un gustoso excursus tra le cassatelle e le cassate vere e proprie, giungendo alla cassata più pasquale di tutte: la cassata al forno.

Un dolce tondo, una torta di pasta frolla ripiena di ricotta, canditi e gocce di cioccolato.

La sua forma tonda ed il suo colore dorato rappresentano in tavola il sole.

L’astro guida che sparisce (muore) ogni giorno per risorgere l’indomani. Proprio come il Signore Gesù muore per risorgere e rivelare la nostra religione.

Questo fa della cassata al forno il dolce più pasquale di tutti.

In conclusione della nostra conversazione siamo giunti al nodo cruciale del rapporto con il cibo, con il rito culinario, in Sicilia.

In ogni modo possibile il cibo è paradigma, contenitore, veicolo dell’amore che ci scambiamo.

Le nostre mamme, le nostre nonne ci chiedono se abbiamo mangiato, sottintendendo in tutto il paratesto di quella semplice domanda, se stiamo bene, se siamo felici, se la nostra vita va come avremmo voluto.

Nella preparazione dei cibi e nell’accoglienza delle nostre tavole si concentra tutto l’amore che siamo capaci di provare per l’altro.

Citando un noto chef, Anna Martano ci ha detto che possiamo dire di aver cucinato solo se durante la preparazione abbiamo pensato, curato, amato, il destinatario del cibo preparato, altrimenti abbiamo solo fatto da mangiare.

Tutta l’energia e la passione, la competenza e la cultura che Anna Martano ha elargito durante la nostra conversazione all’attentissimo pubblico le sono state restituite quando è stata sommersa dalle travolgenti ed affettuose richieste di dediche e firme sulle copie acquistate, per sé o per regalo.

Davvero grazie al Comune di Lentini, al dirigente Cardello, alle Scuderie del Palazzo Beneventano ed ai tantissimi ospiti intervenuti, per aver organizzato una serata ricca e gustosa.

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