Un’ora sola ti vorrei – Misericordia di Emma Dante – Teatro Massimo Città di Siracusa 27 e 28 febbraio 2024

Dicono che il tempo di fatto non esista, ma sia solo una convenzione che usiamo per misurare il nostro passaggio.

Deve essere vero, perché ci sono momenti che durano una misura indefinita e altri momenti che finiscono quasi prima di cominciare.

Devono entrarci sicuramente le emozioni in questa cosa del tempo a fisarmonica (in un modo o in un altro le emozioni c’entrano sempre).

Ieri sera un pubblico più variegato delle serate in abbonamento, con abbigliamento e facce più giovani del solito, si è accomodato nelle poltrone rosse del ritrovato Teatro Massimo Città di Siracusa, occupando platea e palchi, ed è caduto in uno sfondapiedi.

Per un’ora si è trovato in una casa terrana della periferia di Palermo ed è stato travolto dall’energia e dalla straordinaria capacità dei quattro attori sempre sul palco, che lo ha immerso dentro una favola metropolitana, tanto locale da diventare paradigmatica e universale.

A giudicare dalle standing ovation, dal fragore degli applausi, dagli urletti di incitamento e soddisfazione, il pubblico ha percepito in maniera intensa, anzi intensissima, quei sessanta minuti trascorsi.

Il carico emotivo, le strette alla pancia, le memorie personali che si affollavano alla mente, lo stordimento provato, hanno dilatato per tutti il tempo. Non potevamo credere che fosse passata solo un’ora.

La vicenda di Arturo, figlio maldestro della prostituta Lucia (morta nel parto) e di un falegname, violento e occasionale frequentatore, cresciuto dalle colleghe di lei, madri putative, si è materializzata in una scena minimale, con quattro sedie pieghevoli da picnic (che tutti abbiamo avuto almeno una volta nel cofano della macchina) e altri, pochi, attrezzi di scena.

Il teatro, l’arte, la vita guizzavano dentro i corpi dei quattro, nei loro gesti, nelle loro parlate, più spesso suggerite che proferite.

I corpi, i gesti, le parole risuonavano dentro di noi, ripescavano dentro di noi, altri corpi, altri gesti, altre parole, più suoni che vere e proprie parole, di una periferia dell’anima, profondamente incisi dentro di noi.

Il ritmico inarrestabile sferruzzare, come fossero comari in salotto, o sul marciapiede davanti alla propria casa, o bottega, accompagnava la danza folle e struggente dell’angelo caduto, Arturo.

Il grammelot, la vera e propria parlesia, delle tre madri per necessità, con le loro baruffe panormite, ha affabulato tutto il pubblico, che sorridendo, e anche ridendo, ha ceduto a quella seduzione e si è lasciato trasportare dentro quella favola di disperazione e di meraviglia, di brutalità e sentimento che ha pensato per noi Emma Dante.

Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi, le tre madri surrogate, hanno scosso e violato ogni nostra sterile forma di resistenza quando hanno inscenato una infernale, dionisiaca, danza oscena con i corpi offerti al demone e al vizio altrui, alla violenza brutale altrui.

Simone Zambelli ci ha stregato. Tra danze, capricci, dispetti, mancanze, desideri, turbamenti e disagi, ha catalizzato la nostra attenzione sul disagio,sulla magia, sulla trasformazione di Arturo, dalla testa troppo picchiata, già prima di nascere, da burattino in bambino. Un altro Pinocchio, un altro figlio di falegname, un altro angelo caduto troppo presto.

Abbiamo ballato scompostamente, svergognatamente, con lui. Abbiamo reagito dispettosamente con lui. Abbiamo resistito al sonno, abbiamo atteso la banda, abbiamo sofferto tutto il dolore del mondo con lui.

Abbiamo amato tutto l’amore del mondo con lui.

Emma Dante ha messo in scena una invocazione confidente e caotica. Come altri maestri prima di lei, De André, Pasolini, e tantissimi altri, ha chiesto al Cielo Misericordia per queste donne e questi uomini bambini, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti.

Un’ora sola, ma quanto teatro, quanta emozione, quanta vita ci sta dentro…

Un’ora sola ti vorrei, per dirti quello che non sai (o fai finta di non sapere).

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