Se nasci in prossimità del Natale questa cosa ti segna, inevitabilmente.
In prossimità del Natale 1965, nella notte che precede la vigilia, sono nato io. A Siracusa, con gli alberi addobbati e già colmi di regali. Sono nato a guastare la Festa, e a scolpirla nella pietra della storia della mia famiglia.
Il cunto familiare racconta di giornate di sole e di serate piene di luna.

In prossimità dello stesso Natale, ma una decina di giorni prima, ad Hannover nacque anche Vinicio Capossela, al seguito del babbo meridionale ferroviere.
Entrambi vediamo avvicinarsi la boa del sessantesimo anno, in cui questo Natale ci traghetterà.
La sensibilità di artista di Vinicio lo ha portato a compiere quest’anno, in prossimità di questo Natale, un percorso di elaborazione musicale e culturale che culmina in questo disco Sciusten Feste n. 1965, uscito non a caso il 25 di ottobre (sessanta giorni prima del Natale).

Un disco per le Feste, raccontato in un tour Conciati per le Feste, di quindici canzoni, tra inediti (tre) e rivisitazioni e traduzioni.
Immedesimandomi nella fase peculiare della vita, nello stesso sessantesimo Natale che ci aspetta, l’ho ascoltato e ci sono caduto dentro, come spesso mi capita con alcuni artisti, in particolare con Vinicio Capossela. E, quindi, vi dico con partecipata emozione cosa ne pensa Gingolph.

Il disco si apre con una preghiera, una rivisitazione e traduzione di un canto religioso, Sopporta con me.
Un organo religioso sostiene questo canto ad antifona (sopporta con me) in cui il sessantenne Vinicio chiede al Signore di scendere dal Cielo e di affrontare insieme a lui tutto quello che c’è da affrontare.
Sono tante le cose da affrontare e Vinicio non chiede solo conforto e compagnia, ma proprio di sopportare insieme il peso e il dolore.
Non ti chiedo la carità ne parole di conforto,
non tenermi compagnia,
ma abbi il coraggio di sopportare con me,
almeno una volta.
Preghiera delicata, sussurrata, commossa.
Amico dei peccatori, vieni sopportiamo insieme
Nell’attenzione agli ultimi, ai peccatori, ai soli, si respira un ritrovato afflato deandreiano, in questa quasi perentoria richiesta di scendere dai Cieli e venirci a cercare.
Quando l’aiuto e il conforto degli altri svanisce, Signore sopporta con me, soprattutto la sera, che della morte è imago, come sappiamo già.
In vita e in morte, Signore, sopporta con me,
Di questo davvero ti prego.

Dopo questa antifona religiosa, questo inno a chiedere la Grazia al Signore per questo viaggio tra musica e vita, arriva subito il primo inedito, la canzone che dà il titolo all’album, Sciusten Feste n. 1965.
La prima conferma alla nostra interpretazione del senso profondo (nascosto) del disco.
Una Rosamunda balcanica che trascolora in un valzer teutonico per raccontare della sua nascita in terra di Germania, con le cifre dell’anno di nascita scandite in quel tedesco di contesto.
Nato dentro una pozza di birra,
e caduto strafacciato a terra
scivolato con il sangue al naso
su un fungo di latta, scoperchiato
proprio sotto l’albero di Natale
Con due versi folgoranti che si stagliano come una fotografia emotiva sullo sfondo del ritmo da ballo trascinante di questa cavalcata.
Figlio di manodopera pangermanica e latte di asina
Figlio di padre giovane con giradischi attaccato al cuore
Quanto mi riconosco dentro questo figlio di padre giovane che ha la musica nel cuore. Ci ho scritto un libro per questo…
Figlio della speranza della costanza
del sacrificio in beneficio del futuro
Vinicio
Dopo la rivelazione che di questo parliamo, della nascita, della vita, del viaggio tra musica e vita, arriva il secondo inedito che ha preceduto il disco, Voodoo Mambo.

Un sinuoso ritmo latino che riempiva le stanze della nostra prima infanzia, che ha fatto da tappeto sonoro ai nostri giochi di infanzia, per noi nati nel ‘65, quasi sessantasei.
Questa è una tipica canzone alla Capossela. Ossa, tibie e teschi a tempo di mambo, per scoperchiare i segreti, gli scheletri nascosti che ci portiamo dentro dalla nascita.
Danzano gli scheletri
Nascosti nell’armadio
Flauti di vertebre
Di ulna e di radio
Danzano le rotule
Le tibie e le clavicole
Il canale midollare
Gli ossi sacri in tutù
Escono gli scheletri
Stipati negli stipiti
Vanno peripatetici
Per strada sincopatici
Danzan l’altro mondo
Danzan senza fondo
Danzano attorno
Fanno il mambo voodoo
C’è del citazionismo quasi esoterico nel ritornante e ancora mambo, che ci riporta a una arcinota colonna sonora composta sempre da Vinicio.
Il ritmo trascinante e lo scricchiolio delle ossa danzanti diventano una maledizione musicale da ballare con anima sincopata, scartando di lato ogni tre passi, con annessa risata finale alla Vincent Price.
Il quadro del tipo di festa, del modo di ricordare, di cosa stiamo ricordando e raccontando è già chiaro. Vinicio apre alle rivisitazioni, alle traduzioni (che tradiscono), al rimaneggiamento della propria memoria, delle sue patchwork musicali.

Si comincia con un classicissimo Bianco Natale. Parte con una voce arrotata, con una chitarra sciolta che non ha ancora ascoltato i Beatles. Una versione molto simile a quella forse ascoltata già in quel primo Natale del 1965.
Ma ben presto in Vinicio si tumultua il cuore e il Bianco Natale, Crosby style, diventa un sogno alla Cake, dissonante, incongruo, sporco, che trascina il cuore con sentimento e partecipazione insolubili.
e forse anche per te
viene un canto dolce sopra il cuor
dalle stelle in fila lassù
oggi è festa non soffrire più
Se classici natalizi devono essere, non può mancare Jingle bells.
Ma Vinicio non dimentica le sue origini italomeridionali, e tra le innumerevoli versioni disponibili ne pesca una vagamente partenopea Campanelle.
Campanelle
Campanelle
tintinnio d’amor
oggi è festa un’altra volta
ma che festa bella
suona bell bell dalle stelle
fino al cielo tutti giù per terr
Quando vengono i quattro ciucci
ci attacchiamo le campanelle
sulla slitta saltiamo tutti
e ci facciamo una ballatell
Un trionfo swing, con chitarrista scatenato, con una evoluzione decisamente arboriana, con la sottile eco partenopea delle campanelle squillanti in questo ritmo tutto da ballare.
Nonostante i due classici natalizi (e gli altri che verranno) abbiamo capito che non è un disco di Natale, ma le feste di cui stiamo parlando sono le feste di compleanno di Vinicio.

Ecco, infatti, che arriva una cover di grande spessore. Una cover da Tom Waits, Charlie (Christmas card from a hooker in Minneapolis).
Una ballata blues, una storia adatta a un alternativo film di Natale americano, senza grandi magazzini e alberi sontuosi, ma pieno di neve, di periferia, di striminziti alberi e di tanta solitudine e povertà.
Una cartolina di Natale da Minneapolis (che diventa Scandiano), che racconta di sogni ancora vivi, e di giorni banali.
Una storia di figli dalla paternità incerta, di vite sbandate, di droghe, di alcol, di notti buie e di giorni grigi. Di speranze e di delusioni. Di rifugi e di sottrazioni.
Un lento da ballare come trent’anni fa in quelle feste di Natale affollate di amici e parenti, distribuiti tra le sale da baccarat e le sale da ballo.
Una storia che nel finale rievocativo di un’altra notte silenziosa (Silent Night) svela la natura di parodia di tutte le storie di povertà, di difficoltà, di figli dalla paternità incerta, di giacigli accomodati, da cui nasce sempre l’Amore, come duemilaventiquattro anni fa, in prossimità del Natale, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre in Palestina.
La canzone seguente, una cover totalmente rivisitata, lancia un ponte con il Carnevale, che segue il Natale nelle feste.
Una tarantella gastronomica. Una contraddanza degli ingordi, che mangiano e si appanciano e tutto quello che mangiano gli fa acidità, Aggità.
Una pausa di solo musica. Una pausa di riposo tra balli, feste e abbuffate. Uno Schiaccianoci per ruminare frutta secca in attesa della nuova lasagna, del nuovo ballo.
Un sonnellino da bambino, musicale, evocativo, un sogno che è un cartone animato.
Un ricordo che vale un sogno, un luogo della nostra generazione. La Danza della Fata Confetto, chissà quante volte ascoltata dai carillon, dai cartoni, dai dischi di musica classica, lirica e colta che occupavano talvolta i nostri giradischi attaccati al cuore.

Tornano i canti natalizi con una rivisitazione aggiornata del classico inglese, God rest ye merry gentlemen, con i suoi seicento anni sulle spalle, Conforto e gioia.
Questo antichissimo canto natalizio di terra d’Albione diventa pretesto per una invettiva contro il potere e la borghesia.
Un lugubre elenco di atti e comportamenti che sconfessano le lodi e i canti di conforto e gioia che attraversano le terre della Fortezza Europa. Il tradimento della venuta del Salvatore lodata e cantata dal canto inglese.
Le guerre:
Ma il regno in terra qui formato
per accogliere il creato
tutto si è circondato
di alto filo spinato
come quella corona
posta in capo al salvator
e noi cantiamo lodi di conforto e gioia
La perdita della solidarietà:
Ora gli ultimi del mondo
sono arrivati qui
e pregano ai cancelli
del paradiso in terra
luogo di gomma e plastica
sono loro mangiatoia
e noi cantiamo lodi di conforto e gioia
L’indifferenza verso i crimini sui bambini:
A quel santo presepe
in questa fredda neve
non hanno accesso quei bambini
che non sono cittadini
si ammassano ai confini
in fuga dalla spada di Erode
nella fortezza Europa
e noi cantiamo lodi di conforto e gioia
La fame abbandonata:
Fino a che un solo uomo
ha fame e l’altro sazietà
non verra luce o avvento
di nuova verità
la croce ha ucciso in culla la natività
senza carità o fraternità
e noi cantiamo lodi di conforto e gioia
Torna in questa riscrittura della canzone del conforto e della gioia lo spirito delle tredici canzoni urgenti dell’anno scorso, l’esigenza di sbattere in faccia al mondo la sua ipocrisia.
Dopo la ballata britannica, ritorna lo swing, l’andamento in levare, il clarinetto alla Gershwin, Santa Claus is coming to town.
Questo Babbo Natale moderno è costretto a fronteggiare una lista di desideri folli, irrazionali, suicidi. Deve districarsi tra le file in coda anche da un anno per l’ultimo modello di telefonino. Deve assicurare consegne in Prime Time, manco fosse un drone di Amazon.
La pressione diventa tale che il povero Santa Claus, in pieno ipermercato, sconfitto, non riuscendo a trovare l’ennesimo regalo impossibile, si arrende e se ne va.
Proprio dietro all’ipermercato
un colpo si è sparato
forse perché non trovava
il tuo desiderio esagerato
lo hai spaventato
lo hai allontanato
Santa Claus se ne è andato dalla città

Nel viaggio dell’infanzia di uno nato in prossimità del Natale del 1965, in una famiglia con il giradischi attaccato al cuore, non può mancare un altro cartone animato fondamentale, una perla Disney che ha insegnato a tutti noi ad amare il jazz, Il Libro della Giungla. L’amore per il jazz verrà poi rinforzato dagli Aristogatti, ma nasce da Re Luigi, lo scimmione che vuole imparare a essere come gli uomini per completare il suo percorso. E, infatti, Vinicio ricostruisce proprio Voglio essere come te.
Il ritmo jazz che trascina gli animali della giungla a essere come gli uomini. Imparare a parlare e ragionar come gli uomini, per essere tale e quale agli uomini.
Ma anche qui Vinicio Capossela aggiunge un colpo di coda sorprendente. Terminata la canzone senza scossoni, parte una reprise più aggressiva, in cui gli animali non si accontentano di essere come gli uomini, ma vogliono essere di più. E allora vogliono imparare a consumare, acquistare, spintonare, postare, ordinare, sedurre, timbrare, guidare, guadagnare, ingannare, mentire, rubare, sfruttare, mangiare, vestire, svestire, investire, rapinare…
Tutti perfidi esempi con i quali gli uomini tradiscono sia la natura che l’umanità.
Chi mi segue da tempo avrà sentito aleggiare su questa recensione la mia musica oriunda. Vinicio non mi tradisce e del viaggio della sua infanzia, delle tappe che lo portano nell’Italia meridionale, addirittura a Siracusa, decide di riesumare una canzoncina che mi cantava spesso papà, che con lui imparai da piccolo, giocando a rifarla senza errori, Il friscaletto (Eh cumpari!).
Una filastrocca siciliana come tante con la struttura della fiera dell’est, in cui bisogna mettere in fila i suoni degli strumenti musicali, finendo sempre con frick frick fa ‘u friscalettu.
In questa versione festaiola di Vinicio gli strumenti musicali sono volutamente declinati tutti al femminile, tranne ovviamente il fallico friscaletto, consentendo una generosa pioggia di doppi sensi a tinchitè.
E tipititipitità!

Dopo la sorpresa oriunda, Capossela inserisce uno di quei brani che pensiamo abbiano affollato la sua memoria, che con la sua matrice autorale tedesca, consacrata già nel titolo, avrà rappresentato per lui un simbolo della sua infanzia tra musica e vita.
Si tratta di Danke Schoen, una canzone del 1962 registrata per la prima volta da Bert Kaempfert, ma che divenne famosa nel 1963 quando il cantante statunitense Wayne Newton ne registrò una propria versione, quella a cui si rifà Vinicio.
La canzone della gratitudine, anche nel momento dell’addio, nel momento della separazione, quando si può (si dovrebbe) ritrovare tutto il bene che ci siamo scambiati. Un grazie alla vita, alla poesia, all’anima e al cuore, ai vecchi e nuovi amanti, che per la band di Capossela pian piano si trasforma in un trascinante rock’n’roll da sipario con cui ringraziare il pubblico di questo concerto e di tutti i concerti, di tutti i dischi. Il pubblico che ha reso possibile questo meraviglioso viaggio tra musica e vita.
Troppo buonista questa conclusione. L’anima di Vinicio comprende sempre più punti di vista, più capacità di ascolto, più rappresentazioni della realtà.
Il disco si conclude con l’ultimo inedito, Il Guastafeste.
Infatti, in ogni festa si annida sempre un guastafeste, un punto oscuro che appanna le luci, un buco nero in cui sprofondare.
Sono il guastafeste
nemico di ogni festa
la nuvola nera in testa
quando la pioggia scroscia
il vino si inacidisce
la lotta si inasprisce
ma nessuno si stupisce
Un Grinch che guasta l’atmosfera sonora da luna park che accompagna questo inedito. L’antifesta per antonomasia.
Mi molesta il buonumore
mi rallegra il dissapore
come la sirena che sopra è assai formosa,
ma sotto c’ha la coda
anche con me la festa mi rincresce
ma finisce in pesce
Il disco è finito, ma siccome tutto ha una fine è solo il würstel ne ha due, per chi sa aspettare qualche secondo c’è una preziosa sorpresa.
Una inconfondibile voce, che ha attraversato tutti gli anni di questo nostro meraviglioso viaggio tra musica e vita, ci ricorda che delle feste restano solo i Coriandoli.
Coriandoli
questo è il tempo che mi dai
mi butti a terra e te ne vai
Coriandoli
Coriandoli
Coriandoli
Ascoltando questo disco mille ricordi del mio viaggio tra musica e vita mi sono piovuti addosso come temporali.

La pioggia, in senso letterale o in senso figurato come di coriandoli citati più volte nelle canzoni, è un fulcro di questo viaggio.
Riascoltando meglio la canzone titolo si scopre che al Vinicio appena nato viene indicato il cielo, dove fragore, lampi e pioggia annunciano la festa.
Vi ho detto che la notte prima della vigilia di Natale del 1965 a Siracusa il cielo era terso e limpido e la luna faceva festa in cielo.
Ma forse non fu così ad Hannover il 15 dicembre dello stesso anno quando nacque il piccolo Vinicio.
E questo spiega anche il titolo della canzone della nascita e del disco. Infatti, Sciusten Feste, nonostante il falso amico presente, non si riferisce alle Feste celebrate nel disco. L’espressione risuona come una storpiatura, tipica di uno straniero – un italiano – che parla tedesco, di una espressione tipica colloquiale, Schuttern Feste, che significa: piove forte, piove che il Signore la manda giù, riferito ad acquazzoni e temporali.
Vinicio Capossela con questo disco che ripercorre il suo viaggio tra musica e vita, celebra le feste, natalizie e non solo, ma con la consueta lungimiranza, con le rivisitazioni, con gli inediti, con le traduzioni infedeli, ci vuole avvisare che incombe il temporale, che piove fortissimo, che Sciusten Feste, che mala tempora currunt.
