Certo che era bello quando eravamo bambini negli anni sessanta o settanta, quando le famiglie si riunivano in misura spesso allargata, quando ci si ritrovava in tanti cugini coetanei, o pressappoco, e gli altrettanti cugini dei nostri genitori o nonni erano tutti zii.
Ognuno di noi aveva da giocare con due mazzi di carte da gioco: il gruppo allargato della famiglia di origine paterna e quello di origine materna. Per i più fortunati i due mazzi si univano e mischiavano e ne venivano fuori riunioni da vera e propria Scala Quaranta di zii e cugini.
Poi alcune figure cardine, che facevano da richiamo e occasione dell’incontro, si spezzano incontro alle onde della vita, si mettono in mezzo chilometri, anni, e di quei grandi gruppi resta solo il ricordo e la nostalgia.
Credo che proprio per sfuggire a questa melancolica distanza e disgregazione, sia nato in me il desiderio di ricostruire i rami dell’albero delle mie famiglie. Riscoprire, almeno in filigrana, le correnti, i legami, che testimoniano che non sono solo, che c’è una storia – in verità tante storie – che mi lega a un posto, a un tempo.

Da qui la ricostruzione della famiglia di falegnami che vive, opera e lascia il suo segno a Regalbuto, paesino della provincia di Enna. I tanti Mastro Costa che negli atti civili e religiosi, nelle lapidi e nei ricordi si inseriscono in quella catena che dal primo ritrovato nel Seicento, Vito Da Costa – di probabile origine iberica o portoghese – arriva fino a me e ai miei figli.
Da queste ricostruzioni emergono davvero tante storie, da confermare o immaginare, che più volte ho pensato di scriverne un romanzo. Avevo pensato di lasciare il cognome Costa, ma di cambiare il nome del paese da Regalbuto a Matamuto, per dare un sapore più esotico, più magico alla ambientazione. Ma non sono un romanziere, non sono bravo, e ne sono venuti fuori solo un paio di racconti che hanno trovato ospitalità in un paio di raccolte. Il mio impegno è stato quello di tenere fermi i fatti “storici” documentati e aggiungere elementi di fantasia nel racconto. Non ha funzionato.
Tra i rami del mio albero che corrono paralleli al mio, c’è n’è uno che presenta, a quattro gradi di cuginanza da me, Salvatore Costa, detto Sal. Lui sì scrittore bravo e riconosciuto come tale dalla comunità degli scrittori, che però non conosco personalmente, non ancora almeno.

Vengo a scoprire pure che Sal Costa ha pubblicato per Morellini un romanzo, Saravà, che racconta le vicende di suo nonno Carmelo Costa, falegname provetto ovviamente, e della sua emigrazione in Brasile, da cui rientrò per esigenze familiari.

Suo nonno Carmelo è fratello del mio bisnonno Vincenzo.
La curiosità diventa troppo forte e, in men che non si dica, acquisto il romanzo e lo leggo.
La sua operazione è diametralmente opposta alla mia: mantiene il nome del luogo, Regalbuto, ricostruisce l’ambientazione regalbutese in maniera fedele, ma cambia il nome, il nonno diventa Carmelo Liquò, non si preoccupa minimamente di mantenere fede ai fatti “documentati”, non rispetta le linee parentali sussistenti, inventa zii, fratelli, mogli, figli, in aggiunta e o in sostituzione di quelli veri.
Sal Costa è un romanziere e sa quello che fa.
Infatti, il risultato è un romanzo avventuroso, godibile, con tanti sapori e profumi, con tante colonne sonore.
Forse a me può mancare la coerenza con i nomi, i fatti e i rami che ho faticosamente studiato e ricostruito, ma anche chi se ne frega!

Il romanzo è letteratura, non certo lettura di atti storici. Così seguiamo Carmelo dalla sua gioventù regalbutese, il suo amore per la musica e per la sua Beatrice fino agli otto anni trascorsi nell’altro emisfero, tra rovesci di fortuna e improvvise risalite, innumerevoli compagni di viaggio, vicende picaresche, e un pizzico di realismo magico che non guasta mai.
Sal Costa trova spazio a citazioni e omaggi a Eduardo (e qui si conferma che il sangue non mente…) ricorda pure Soriano.
Ogni pagina, anche quella più rocambolesca, quella più concitata e ricca di avvenimenti, fughe, o scangi di furbizia, possiede un sottofondo musicale che accompagna per tutta la lettura: l’ironia, quell’umore sottile che lega le parole lungo le righe.

Per sapere se Carmelo tornerà, e in che condizione, dal Brasile vi invito a scoprirlo durante la lettura di questo romanzo.
Io vi posso raccontare che anche mio nonno Giuseppe, nipote di Carmelo, con la sua giovane sposa, subito dopo il matrimonio ha tentato la via dell’America Latina, è andato in Argentina a Tucuman, dove nacque anche mia zia, la primogenita. Dopo qualche anno, meno degli otto che Sal racconta di suo nonno, tornarono senza aver fatto fortuna.
Il titolo del romanzo scoprirete che è un tipo di saluto, che si lega a quella quota di realismo magico di cui vi dicevo, Saravà.
Mi viene da immaginare che sia rimasto un saluto eccentrico, vezzoso e particolare che nel gruppo familiare di Sal si sia tramandato come retaggio delle avventure brasiliane di nonno Carmelo.
Mio nonno, invece, come retaggio del suo infruttuoso viaggio argentino, usava sottoscrivere biglietti e cartoline di saluto alla famiglia sempre con la stessa sigla SSSS, Siamo Sempre Senza Soldi.
Una sorta di ironico Baciamo le mani.
Saravà a tutti.
