Su Sky (e su NOW) è disponibile uno dei prodotti televisivi che HBO ci ha insegnato ad amare. Una serie tv di quelle che catturano lo spettatore, lo legano e subdolamente gli “perciano” l’anima tra un episodio e l’altro e dopo ancora nelle settimane e nei mesi che seguono, come l’acqua fa con la pietra.
Il titolo è All Her Fault, letteralmente: E’ tutta colpa sua (sua, di lei, al femminile). La scrittura e la sceneggiatura di questa serie è dovuta ad Andrea Mara, autrice del romanzo da cui è tratta. La produzione esecutiva è affidata a molti soggetti, tra cui spicca Sarah Snook, che ne interpreta la protagonista, Marissa Irvine.

Un thriller con rilevanti approfondimenti psicologici sui personaggi principali (e anche sui collaterali).
Una famiglia patinatissima, fortunata, ricca, elegante e stilosa, viene travolta dal rapimento dell’unico figlio nei giorni precedenti il quinto compleanno.
Un complicato intrico di tate e mamme distratte dal lavoro, e padri concentrati sui soldi da fare, ha permesso che la fitta rete di protezione si smagliasse e il bambino e la tata di un piccolo compagno di scuola sparissero insieme.
Negli otto episodi che seguono, i congegni narrativi, le situazioni e i dialoghi, rendono pienamente vera l’affermazione paradossale del sottotitolo della serie: Qualcuno è colpevole, nessuno è innocente.

Infatti, scena dopo scena, tutti i personaggi rivelano sfaccettature sempre più sorprendenti, e le saldissime convinzioni che maturano gli spettatori a ogni svolta narrativa si sgretolano miseramente alla svolta successiva.
La durata complessiva è di circa sette ore. Niente che non possa divorarsi in uno o due di questi giorni di relax festivo e postprandiale n(e di eventuale inospitalità climatica fuori casa): divano, plaid, tisane e binge watching.
Eppure non è così. La densità della narrazione, la sorprendente articolazione narrativa, i dialoghi intensi e la recitazione appassionata e appassionante sarebbero troppo intensi per chiunque. Lo spettatore medio rischia di entrare in una specifica Sindrome di Stendhal.
Per assaporarne pienamente il gusto e il profumo, questa serie va presa a sorsi, anche abbondanti – due episodi al massimo per volta, ma va lasciata sedimentare.
Il rapporto con questa serie, ancora di più che con altre serie, è molto vicino al rapporto con un romanzo. La ricchezza degli approfondimenti è tale da ricordare la sensazione della lettura di pagine intense.
Una felice coesistenza tra romanzo e trasposizione televisiva.
Macchine di lusso, abiti griffati (anche se non propriamente esclusivi, visto che a un evento si incontrano due abiti uguali), case eleganti, arredamento di design, scarpe, borse, foulard, make-up, e tanta commisurata miseria umana.
Il fuoco intorno al quale ruota tutta la serie è una straordinaria Sarah Snook. Già amata mentre si districava nella controversa successione familiare e imprenditoriale dei fratelli Logan di Succession, in questo racconto di un’altra famiglia complessa, attraversa tutti gli stadi della trasformazione personale, dallo sgomento, alla fragilità esistenziale, alla ricostruzione di sé e alla determinazione della disperazione.

Sarah Snook interpreta la madre del bambino rapito, Milo, travolta dagli eventi insieme al padre Peter Irvine (Jake Lacy) che, a sua volta, ha due fratelli in un rapporto familiare davvero intricato.
Produttrice esecutiva oltre che interprete quasi sempre in scena, ipoteca seriamente uno dei prossimi award per la sua interpretazione (e per la serie nel suo complesso).

Menzione speciale anche per Dakota Fanning, che regala al suo personaggio di nuova amica di Marissa, una evoluzione complessa e rotonda, inaspettata e sorprendente.

La scrittrice del romanzo omonimo ispiratore e sceneggiatrice della serie, Andrea Mara, è irlandese, e vive e opera nei sobborghi di Dublino, e questo dato biografico e geografico spiega tante cose del valore e della profondità di scrittura di questo piccolo capolavoro.

Una dissertazione filosofica sulla colpa, sul colpevole, sull’innocenza, sugli innocenti, spalmata su otto capitoli, che non lascia indenne neppure il Detective Alcaras, uno strabiliante Michael Pena, che assiste con crescente sgomento al dipanarsi della vicenda, come se paradigmaticamente fosse il lettore/spettatore, dibattendosi tra i suoi problemi esistenziali e familiari, pur gravosi. Capace di un furbo candore che ricorda il miglior Tenente Colombo di Peter Falk.
Rapimenti, omicidi, violenze di genere, traumi familiari, in un cocktail inebriante che attraverso la sbornia ci fa intuire per un attimo con sorprendente lucidità che qualcuno di noi può essere colpevole, ma nessuno è sicuramente innocente, come ci ha promesso.
Insomma non vedere questa serie, non lasciarsi intrappolare nel suo vortice filosofico esistenziale e narrativo, non permettersi di riconoscere quanto possa essere colpevole ogni pretesa innocenza, sarebbe sì davvero colpa tua.

Non è una serie tv è un drink bevuto tutto di un fiato, ammalia, stordisce e quando finisce ti lascia un forte malessere. Scritto da una donna, non poteva che essere così. Solo una donna può descrivere con tanta precisione la reale inconsistenza dei quarantenni di oggi, imbrigliati nell’unico ruolo che non sono capaci di interpretare, padre di famiglia, amorevole marito, uomo di successo. Persino il detective non è capace di fare la differenza, mente alla moglie, tradisce il lavoro, pecca di onnipotenza. Le donne invece pur se vincenti restano nella loro ineluttabile solitudine.