Una delle prime foto da bambino, con papà e mamma, mi vede in campagna seduto su una gerla piena di tarocchi.
Tra profumo di zagara a maggio e spicchi succosi e spremute frizzanti a Natale, e marmellate e bucce candite nel resto dell’anno, ho passato l’infanzia e l’adolescenza.
Tra cassette di arance, spedite ai parenti, regalate agli amici, ricevute in regalo dagli amici, festeggiamo il cambio dell’anno ancora oggi.
Nelle cassette spesso le arance sono molto omogenee tra loro per forma e peso, e vengono avvolte in veline stampate con marchi e aziende.
Alla mamma piacevano di più quelle arance più grosse del normale, con la buccia molto spessa – dette scurciuni, appunto grossa scorcia, grossa buccia – e dal colore a tinta opaca matta, arancio da pantone proprio.

Quelle delle cassette, destinate al mercato, invece, quando le spogliavi della crepitante velina che le avvolgeva, apparivano di una tinta molto lucida, un arancio che ricordava certi lucidalabbra delle ragazze.
Sia che avessero la polpa più chiara, o più tendente al rosso – come le cercava papà – le arance dei miei ricordi sono arance tarocco del Biviere di Lentini, più propriamente del tenere di Francofonte.
Quando ho saputo che Barbara Bellomo, scrittrice di Catania già conosciuta e amata per altre opere che hanno saputo intrecciare la Storia e le storie, avrebbe pubblicato un nuovo romanzo incentrato sulle vicende storiche delle arance e del loro confezionamento ho sentito la stessa acquolina in bocca che mi è venuta ricordando bucce e spicchi e spremute scrivendo le righe che aprono questo post.

L’incartatrice di arance, si chiama questo nuovo romanzo pubblicato da Garzanti.
La vicenda racconta di una Sicilia non ancora travolta dalla I Guerra Mondiale, la Catania che oscilla tra popolo e borghesia aristocratica, e che cerca una sua identità assecondando spinte culturali e imprenditoriali, all’ombra del liotru e tra le urla della piscaria.

Una storia di donne che si aggrappano disperatamente alla vita e cercano con ogni mezzo loro concesso – e con ogni sotterfugio che riescono a escogitare – di migliorare la propria condizione, di curare se stesse e le persone che amano.
Tre donne sono al centro di questa storia:
Rosetta, giovane orfana di madre che sogna di sfuggire al suo destino, molto verghiano, di figlia di pescatore, rifugiandosi nei libri (sì nei libri, anche se sembra incredibile) e nell’amore che la spiazza e le sfugge, senza comprenderne appieno le dinamiche;
Concetta, imprenditrice di ferro, attenta, oculata e coraggiosa al tempo stesso, tipografa e stampatrice, che sogna di contribuire alla salvezza di altre donne, offese e colpite dalla vita e dagli uomini, offrendo loro lavoro e rifugio, indipendenza economica;
Elisa, ultimogenita di una famiglia aristocratica travolta dai debiti di gioco del dissennato padre, prigioniera di convenzioni e di regole, dei fratelli e della cognata Antonella, egoista e prepotente, che sogna di sfuggire al suo destino di monaca o malmaritata, cercando il gancio cui appendere il suo riscatto.

Concetta è Concetta Campione, il personaggio storico catanese, intorno al quale Barbara Bellomo ha costruito questa storia aggiungendo gli altri personaggi che abitano la sua fantasia per raccontare con pienezza e vivacità questa storia femminile di riscatto e di rinascita.
Ci sono tutti gli elementi che ci vogliono per raccontare una storia credibile e appassionante. Una favola morale con figli illegittimi, gioielli fuori posto, spasimanti delusi, padri biologici e padri anagrafici, tragedie e sventure, ripartenze e risalite, barche che non tornano neppure sole, guappi e prepotenti, femmine che si ribellano, altre femmine che aiutano e sostengono, padroni e servette, picciriddi e animali dentro e fuori casa, fuggiaschi, violenze e soprusi, campagne e macchie d’aranci, ingegno e fortuna, tanta, tanta resilienza.

Si racconta la storia della lungimiranza di Concetta Campione e della sua famiglia che tra mazzi di carte siciliane e di tarocchi, con cui invade le case di tutta la Sicilia, anticipa il mondo inventandosi la stampa delle veline per incartare le arance. Nel frattempo porta avanti il suo progetto seminascosto e segreto di condivisione del sostegno con le altre donne in difficoltà, ma con voglia di lavorare, cura e attenzione nel loro impegno, e offre i suoi servizi di stampa ai concittadini De Roberto e Verga per le loro opere che segneranno la storia della letteratura italiana ed europea.
A questa storia esemplare che decisamente meritava di essere raccontata, Bellomo affianca la rivoluzione agraria che porta alla nascita del tarocco, presentata alla grande Esposizione Universale Agricola di Catania del 1907.

Tutto questo inserito in una storia corale cittadina interclassista di donne che subiscono, che si ribellano, che di nascosto condizionano e risolvono.
Si percepisce una felicità narrativa che davvero riprende le forme e le impressioni di un grande romanzo tra ottocento e novecento. Una combinazione di inesorabilità verghiana, e di riscatto de robertiano, con lo spirito di osservazione di luoghi, persone e situazioni che i grandi scrittori sanno infondere nelle loro pagine.
Le tre donne, e anche tutte le altre che le accompagnano, e anche gli uomini che le ostacolano, e gli uomini che scoprono di saperle amare, sono tutti personaggi vividi e umani, pienamente credibili, che operano in quel mondo, e anche se sembra che lo subiscano, provano in tutti i modi a dominarlo, e alcuni anche a migliorarlo.
Anche Catania è rappresentata in maniera molto vivida, oltre la cartolina, con tensioni e dinamiche che attraversano usci e finestre, che salgono scalinate e attraversano portoni, che fuggono per mare, che svicolano per sentieri, che si rifugiano nelle campagne della Piana, tra luna e giardini, come si chiamano qui i terreni agricoli, che passano tra le colonne delle chiese e davanti agli altari, consapevoli della bellezza immanente che le alimenta e le circonda.
Un romanzo che ha il respiro cinematografico delle grandi storie che spiegano la Storia.

Il racconto di una storia femminile con voce femminile. Un romanzo che si inserisce in quella corrente letteraria, di cui ormai dobbiamo con gioia prender atto e riconoscere, che potremmo chiamare Fimmine dello Stretto, che raccoglie questa nuova generazione di donne che ci raccontano il mondo di qua e di là dallo Stretto, che ormai sono tante e tutte straordinariamente felici e libere nel raccontarci la storia di questo angolo di mondo, di cui fa pienamente parte anche Barbara Bellomo.
Pensiamo a Stefania Auci, Anna Mallamo, Nadia Terranova, Simona Lo Iacono, Maria Attanasio e tante altre.
Una luce di speranza al femminile.

Già una volta Barbara Bellomo mi ha colpito a sorpresa, richiamandomi memorie e sapori e vicende che mi toccano molto da vicino, penso al Carrubbo che legava Acate, una grande donna e i ricordi familiari delle bombe e dei salvataggi.
Anche questa volta, con il conturbante profumo della zagara e con il succo fresco e tonificante del tarocco e con i ricordi e le immagini della campagna, della famiglia, del rumore della veline che libera l’arancia, di papà che decanta: “chi sapi bellu ‘stu pattuallu!”, ha carezzato la mia anima con un’altra grande storia da leggere, da raccontare, da consigliare.

Con il supporto della Libreria Ubik Ortigia – Bafigghia, nella cornice prestigiosa della Sala Novecento dell’Ex Convento del Ritiro a Siracusa, accolti dall’Istituto D’Arte Gagini e dalla sua dirigente scolastica Giovanna Strano, abbiamo incontrato ieri sera Barbara Bellomo.
A una settimana dall’uscita del libro, una delle prime presentazioni, ci siamo fatti raccontare i fatti e le motivazioni di questo romanzo. abbiamo accolto la passione narrativa di Barbara Bellomo che ha parlato di Rosetta, di Concetta Campione, di Elisa Villardita e di tutti gli altri personaggi che abitano le pagine di questo romanzo con un affetto e un trasporto travolgenti e coinvolgenti.
Simone Giallongo ha dato voce ad alcune pagine del libro per restituirci l’atmosfera della Catania del 1906, teatro degli eventi raccontati da Barbara Bellomo.
Tra tarocchi di carta e in polpa e scorza, Barbara Bellomo ha ricostruito l’immagine di una città molto dinamica e frizzante, dove si alternava la curiosità agricola che ha portato all’innesto del tarocco e la lungimiranza imprenditoriale di una donna con il proprio nome in ditta che ha condiviso il suo successo economico con le donne più fragili e deboli.
Una conversazione arguta e illuminata che ha portato anche a molte domande dal pubblico e a un dibattito nel dibattito sulla necessità di avvicinare i giovani alla lettura.
Ripeteremo mercoledì 15 aprile a Lentini la nostra conversazione con Barbara Bellomo, che da domani è in tour tra Palermo e Milano per accompagnare questa sua nuova creatura di carta.
Vi lasciamo una piccola galleria di foto dell’incontro di ieri scattate da Rita Mallia.










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