L’Etna ci guarda – Theta Infelix di Rosario Russo – Apalòs 

Ho finito la lettura di questo libro, mentre seguivo sullo smartphone le vicissitudini del trasporto aereo da e per la Sicilia, funestate dalla cenere lavica.

Alla sensazione di cupo presagio del cielo oscurato, alla sensazione di sporcizia irredimibile della cenere sopra e sotto le scarpe, al fastidio irritante della sensazione di masticare pulviscolo che mi avevano dato le pagine di Rosario Russo, si aggiungeva l’apprensione per una figlia che parte per (o che ritorna a – questione di punti di vista) Roma.

Stiamo parlando di Theta Infelix di Rosario Russo, edito da Apalòs. Un robusto noir di quelli che tiene impegnate in maniera utile le ore estive della calura, della noia e del desiderio di avventura.

Anche se il titolo piuttosto esoterico potrebbe portare fuori strada, bastano le prime pagine a calarci dentro un paesaggio inconfondibile, quello etneo, quello dell’Etna, proprio, con il suo colore scuro abbagliato dal sole che filtra attraverso la cenere.

Infatti, sin da subito si capisce che l’Etna non è il paesaggio della storia: è la storia. Respira, osserva, minaccia, protegge, giudica. È una presenza viva, quasi una divinità pagana che continua a dettare le regole a donne e uomini convinti di abitare la loro terra che, in realtà, sono solo ospiti mal tollerati del vulcano.

L’incipit è magnificamente cinematografico. La cenere cade, il sole scompare, la città si annerisce lentamente. «Lava sopra lava. E in breve, tutto si pittò di nero». Bastano poche righe perché il lettore viva quella sinestesia di fastidi che dicevamo.

È una delle qualità più evidenti del romanzo: Rosario Russo non descrive soltanto gli ambienti. Li fa vivere.

Sotto il vulcano si intrecciano vite, esperienze, pensieri, modi, emozioni e sentimenti con una naturalezza sorprendente. Le vite del commissariato di Acireale, con la sua squadra di malcapitati carusiddi, le vite dei delinquenti di piccolo cabotaggio, che sbarcano il lunario alla meno peggio, le vite dei mafiosi e dei colletti bianchi che impongono la loro visione del potere, le vite dei cittadini che surfano tra le mille insidie che ostacolano il cammino degli uomini di buona volontà in questa terra martoriata.

Perché questo romanzo ha molte anime: noir, poliziesco, romanzo di atmosfera, ma, soprattutto, è un romanzo siciliano. Voglio dire di più. Un romanzo gotico siciliano.

Si inserisce, infatti, nella nuova corrente letteraria che sta ridando smalto alla ambientazione siciliana, il gotico siciliano.

La Sicilia di Theta Infelix non è turistica, non vive di sole e mare, non offre cannoli e granite, non racconta di way of life comode e rassicuranti. È una Sicilia sofferente, oppressa, asfissiata da cenere e potere. Una Sicilia anche a tratti sgradevole, dove l’erotismo non è quasi mai un fatto di amore, ma più spesso di violenza. Una Sicilia violenta, che non risparmia donne e bambini, amici e parenti. La mafia che regola la luce e il lutto dell’isola non ha codici di presunto onore, non ha legami morali, non ha principi, sebbene aberranti.

Non entra in contraddizione con questa ispirazione il cenno campanilistico che Saro Russo fa alla granita all’acitana. L’autore, venialmente, contrabbanda per tradizione acese un costume alimentare comune a tutto il sud est della Sicilia. Accompagnare la granita già dolce di suo, con il panino di semola, anziché con la briosche, per impedire ai due sapori dolci di unirsi e diventare stucchevoli. Tale indicazione gourmet, proprio nel punto in cui è inserita, svolge la funzione di caratterizzare il contesto in cui si svolge la storia come un ambiente attento all’equilibrio e all’inclusione. Una terra che non si lascia andare alle mollezze e tende a riportare al concreto e al quotidiano anche un gesto piccolo come la colazione con la granita.

Non vi aspettate da me notizie sul perché del titolo, sui simboli esoterici e numismatici, sui morti, sui feriti, sugli scomparsi, sulle indagini, sui fallimenti, sui successi, sulla polizia e sulla magistratura. Godetevi gli oltre cento capitoli che Rosario Russo ha usato per dipanare il complesso e sfidante congegno narrativo thriller che si è inventato. 

Ma ricordatevi che sarà la metà del piacere di questa lettura.

L’altra metà viene dalla dimensione letteraria che Russo ha dato al racconto di questa storia intricata e ricca di colpi di scena, che oscilla tra ironia e violenza. Una lingua naturale che mescola sapientemente italiano (regionale e no) e dialetto, senza forzature e senza stiramenti. Una letteratura che tributa al cinema un certo piacere nelle descrizioni dei luoghi, fulminati in altrettanti flash che restano nella memoria. Una ricchezza di dialoghi che sembrano già sceneggiatura sviluppata per la auspicabile versione televisiva. Una scrittura che sa perfettamente quando accelerare e quando rallentare o fermarsi.

Uno dei segni inequivocabili dell’attenzione che Rosario Russo pone alla dimensione letteraria, oltre il vincolo di genere, lo troviamo nella definizione dei personaggi che abitano queste pagine. Rispettando i canoni del genere potremmo essere indotti a vedere nell’ispettore Luigi Traversa il protagonista della vicenda. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa visione. Già al suo fianco compaiono due personaggi rotondi e scolpiti ai bordi e al centro: il commissario Antonio Lorefice e la vice ispettrice Sonia Orlando. Tutti e tre sono persone e non personaggi. Hanno storie, hanno vite oltre questa storia che si racconta, hanno tumulti di emozioni, hanno gesti coerenti con il loro vissuto, che pagina dopo pagina andiamo scoprendo, arricchendo il nostro immaginario di elementi sempre più dettagliati delle loro caratteristiche. (Anche delle loro vite e dei loro tratti non saprete nulla da me: dovrete leggere il libro per conoscerli e scoprirli).

Così come anche la figura dello zio Tano, risalta per forza e si impone alla nostra lettura come il simbolo del potere che esiste oltre le nuvole, siano esse meteorologiche o di cenere lavica, e resiste ad ogni movimento tellurico.

Della Muntagna abbiamo detto, aggiungiamo qui che la sua presenza incombente suggerisce a Rosario Russo il tono a tratti caotico e magmatico che la narrazione prende in alcune pagine, e che costituisce uno dei tratti di caratterizzazione più forte di questo romanzo e lo rende identificabile e degno di nota particolare.

In definitiva, la sensazione più piacevole che lascia Theta Infelix è quella di aver incontrato un autore che non ha scritto seguendo le mode.

Oggi il mercato sembra dividersi tra due estremi. Da una parte il thriller ipercinetico, che corre così tanto da dimenticarsi dei personaggi. Dall’altra il romanzo letterario che sembra quasi vergognarsi della trama.

Rosario Russo sceglie una terza strada. Racconta una storia, e la racconta bene, personaggi credibili, dialoghi vivi, un’ambientazione che diventa organismo narrativo, una lingua che passa con naturalezza dal sorriso all’inquietudine.

Quando chiudi il libro, non ti rimangono soltanto i fatti. Ti rimangono addosso la cenere, l’odore dello zolfo, il vento che arriva dal mare, la sensazione che l’Etna continui a osservare gli uomini con l’indifferenza di chi c’era prima di loro e continuerà a esserci molto dopo, la certezza che l’Etna ci guardi, 

Ed è forse proprio questa la vera forza di questo romanzo.

Non raccontare un’indagine, ma raccontare una terra nella quale anche un’indagine finisce inevitabilmente per trasformarsi in qualcosa di più grande. In un dialogo continuo fra storia e mito, fra giustizia e destino, fra ciò che gli uomini credono di controllare e ciò che, invece, continuerà sempre a sfuggire loro.

I collegamenti letterari con la storia letteraria siciliana sono molto evidenti: la logica di Sciascia, sebbene rifratta in oltre cento capitoli, come il Maestro non avrebbe mai fatto; la felicità con cui Camilleri faceva parlare i luoghi insieme ai personaggi, anche Russo crea un mondo pedemontano come il Maestro aveva creato un mondo a ripa di mare; il respiro gotico che dicevamo, che si trova impastato nelle righe del giallista Bufalino.

Ad Acireale, nella Chiazza, esiste un luogo dell’arte e dell’anima, che raffigura in un murales i volti di tanta storia della letteratura siciliana. L’autore del murales aveva già inserito Rosario Russo, con il suo baffetto da sciupafemmine, e il suo profilo da giovane Mastroianni, tra i grandi della letteratura siciliana.

Evidentemente aveva già letto in anteprima Theta Infelix.

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