L’insostenibile leggerezza dell’essere, ovvero del cazzeggio, matrice di filosofia di vita

Il motto che ho scelto per identificarmi (anche in questo blog) è quello di Vinicius De Moraes: la vita, amico, è l’arte dell’incontro.

Fin da piccolino l’accezione più intrigante del termine Incontro, mi riporta al cazzeggio. Nel condominio multi regionale in cui abitavo, e di cui vi ho già parlato qui, ho imparato dai miei genitori e dai nostri vicini di casa l’arte di passare le serate con cibi di diversa estrazione, con musiche, giochi e balli, e tanto cazzeggio. I vicini di estrazione romana (il cui giovane rampollo oggi imperversa da giornalista d’assalto) fecondarono il gruppo con le canzoni recitate, un po’ salaci, (come questa) del Califfo, che venivano ascoltate dal gruppo, sparsi tra divani e tappeti, con risatine più o meno pudiche.


Un’altra innovazione preziosa, che debbo a quei vicini romani, fu l’introduzione della primissima versione dell’album di esordio di Sergio Caputo, quando la Citrosodina Granulare non era ancora stata costretta a lasciare il passo all’Idrofobina Vegetale. Quel jazz da cameretta, fatto di parole argute, melodie fischiettabili e ironie rivelatrici, era puro cazzeggio liberatorio.

Tutta la mia vita da allora tenta di riprodurre le occasioni di incontro e di cazzeggio, quale feconda occasione di costruzione di vita e di relazioni. L’ultimo esempio pre COVID 19, ve l’ho raccontato qui.
In tanti non vediamo l’ora di ritrovare quelle atmosfere e quella creatività.

Il condominio multi regionale comunque peccava di una forte componente campana, terra del cazzeggio portato ad arte. A completare la mia formazione in questo senso intervenne la storica trasmissione di ArboreQuelli della notte”. Il salotto di casa Arbore con i suoi vari commensali e tutte le tecniche di cazzeggio tipiche, sviluppate e trasformate in arte televisiva. Una pietra miliare, fonte di numerosi tormentoni che ci accompagnavano e ci facevano riconoscere tra adepti.

Tra i tanti tormentoni qui occorre ricordarne uno in particolare. Un giovanissimo Roberto D’Agostino, nella parte del giovane intellettuale anticonformista, esteta e un po’ noioso, concludeva sempre i suoi pomposi ed articolati interventi, facendo riferimento alla personale teoria del Kitsch, elaborata da Milan Kundera nel suo romanzo appena uscito quell’anno “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.

Fu così che alla mia vita aggiunsi un altro incontro: quello con Milan Kundera.
Quel libro fu per me folgorante. Mi diede delle coordinate di interpretazione del mondo che non ho più dimenticato.
Qualche anno dopo ne fu tratto anche un film, con il solo e unico, insufficiente merito di avere Juliette Binoche, tra i protagonisti.

Fu anche oggetto di una canzone di Antonello Venditti.

Stimolato dalla riproposizione del romanzo in uno dei tanti interessanti gruppi di lettura su Facebook che frequento, ho sentito il bisogno di rileggerlo.

Rileggerlo è stata un’esperienza molto forte. Sono passati più di trentacinque anni e ho ritrovato molte di quelle coordinate, anche quelle che avevo dimenticato risalissero a quella lettura giovanile.

Un romanzo che restituisce dignità alle coincidenze:

“Ancora una volta gli uccelli delle coincidenze si erano posati sulle sue spalle.”

Come quella di oggi che, chiudendo l’ultima pagina del libro per la terza volta, mi fa scoprire che, dopo tanti anni, Renzo Arbore tornerà a valorizzare il cazzeggio in televisione dall’otto giugno, chiudendo ancora una volta un cerchio.

L’insostenibile leggerezza dell’essere”, come dichiara Kundera stesso, ha un andamento sinfonico, in cui i quattro personaggi (le due coppie, intersecate) rappresentano i quattro temi principali dell’opera. Lo stile narrativo si adegua e fa da sfondo alle riflessioni di Tomas, o di Tereza, o di Sabina, o di Franz.

Ognuno dei personaggi è un pezzo di esperienza umana che si svolge dentro il contesto della dittatura e della privazione della libertà.

Il confronto costante tra la “leggerezza” e la “pesantezza” dei personaggi e delle loro esperienze, ad esempio la leggerezza di Sabina, complicatissima da gestire, e la semplicità modesta (apparentemente) di Tereza, tanto pesante da sopportare, offrono l’opportunità di una nuova scala di valori, imposta anche dalle costrizioni della dittatura, su cui rifondare la propria vita. 

Sempre spinti da una irresistibile curiosità della vita, esemplificata dalla ossessionata ricerca del milionesimo di diversità in ogni donna che occupa i pensieri di Tomas.

“Non è ossessionato dalle donne, ma da quello che in ciascuna di esse c’è di inimmaginabile, in altre parole, è ossessionato da quel milionesimo di diversità che distingue una donna dalle altre donne.”

Accuratamente evitando di scivolare nella categoria del Kitsch, la perdita di ogni senso.

“Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in Kitsch. Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio.”

L’acutezza e la profondità delle riflessioni di Kundera nello sviluppare i temi rendono questo romanzo paradigmatico della riflessione umana del novecento mitteleuropeo. Le sue digressioni filosofiche e storiche, estetiche e etiche, sono una sublime forma di cazzeggio, intellettuale e libertino, pretestuosamente in forma di romanzo.

La sua lettura raccorda e completa le varie nostre esperienze umane, e ci consente di dare loro un quadro filosofico, che fornisce loro un senso (alla Vasco Rossi).

L’esperienza dell’amore, ancora acerba nella prima lettura, ma che già si vestiva di una intuizione fondante:

“non si rendeva conto che le metafore sono una cosa pericolosa. Con le metafore è meglio non scherzare. Da una sola metafora può nascere l’amore”

La sua natura di inganno, di equivoco, di metafora, cui restare ancorati per tutta la vita. 

“L’amore fra lui e Tereza era stato bello ma anche faticoso: aveva dovuto sempre nascondere qualcosa, mascherare, fingere, riparare, tirarle su il morale, consolarla, dimostrarle ininterrottamente il proprio amore, subire le accuse della gelosia, del suo dolore, dei suoi sogni, sentirsi colpevole, giustificarsi e scusarsi. Ora, la fatica era scomparsa e rimaneva sola la bellezza”

Indimenticabile quel tramonto, quando sdraiati sulla spiaggia, elaborammo e sviluppammo quella teoria dell’amore con l’amico, che, anche se ancora non era diventato un medico meritatamente famoso, era quanto di più vicino a Tomas riconoscevo intorno a me. Medico di anime, oltre che di corpi, con la capacità e la curiosità di amare che contraddistingue il tema sinfonico di Tomas, e la sua leggerezza nel sostenere il pesante, anche quando diventa insostenibile, già manifesta allora, per noi amici privilegiati.

L’intrinseca difficoltà di trovare la felicità nell’amore, così come lo pensiamo, soprattutto, da adolescenti:

“Non vuole nemmeno l’amore. Non si è mai posta quelle domande che torturano le coppie umane: mi ama? ha mai amato qualcuna più di me? mi ama più di quanto lo ami io? Forse tutte queste domande rivolte all’amore, che lo misurano, lo indagano, lo esaminano, lo sottopongono a interrogatorio, riescono anche a distruggerlo sul nascere. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore) dall’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.”

Il ruolo della compassione, quale motore imprescindibile del nostro essere umani. La caratteristica intrinseca ed essenziale dell’umanità, la cui assenza sconcerta ancora ogni volta scopriamo qualcuno che ne è patologicamente privo.

“Non c’è nulla di più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come un dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall’immaginazione, prolungato in centinaia di echi.”

La contrapposizione tra leggero e pesante vista come un pendolo che oscilla tra due autentici desideri. L’ispirazione verso il leggero, l’alto, il positivo, trattenuta e ostacolata dalla vertigine di cadere:

“La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.”

La felicità apparentemente impossibile:

“È per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è il desiderio di ripetizione”

Questo romanzo è un percorso filosofico che ci consente di comprendere alla fine che la dualità della leggerezza e della pesantezza, dell’alto e del basso, del positivo e del negativo è tutt’altro che una contrapposizione. È la ricerca di una conciliazione, di una compensazione. È la forma stessa della vita. Il contenuto intrinseco della vita. È vivere.

“Quella tristezza voleva dire: siamo all’ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza.”

Non bisogna mai sfuggire alla sirena del cazzeggio.
Dobbiamo al più presto tornare alle occasioni di cazzeggio.
È la madre di tutte le filosofie, anche quelle che ti insegnano a vivere, come quella imparata leggendo un romanzo suggerito dal cazzeggio di Roberto D’Agostino nel salotto arboriano di Quelli della notte, quando ancora stavi decidendo che forma dare a te stesso.

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