Quale Giustizia può darci quiete? – Gli Ultimi Giorni di Quiete di Antonio Manzini – Sellerio

Attenzione contiene spoiler
(non solo del romanzo di Manzini)

Chi conosce Giuseppe e non solo Gingolph sa che da tanti anni, insieme ad alcuni amici in assetto variabile, ci riuniamo, vediamo dei film e poi ci dilunghiamo in ameni, divertenti e divertiti dibattiti. Pomposamente lo chiamiamo Cine Club.

Abbiamo visto tantissimi film di varia estrazione in questi quasi quarant’anni di attività e abbiamo attraversato tanti dibattiti, più o meno profondi, ma sempre molto stimolanti.

Uno di questi film è stato “La Prima Notte di Quiete” di Valerio Zurlini con un trasandato Alain Delon, per quasi tutto il film avvolto in un inconfondibile e polveroso cappotto cammello.

La disperazione esistenziale del professor Dominici/Delon quando finalmente trova il sentiero su cui incanalarsi, viene fatalmente travolta da un incidente automobilistico e Daniele/Alain si avvia verso la sua vera e propria prima lunghissima notte di quiete.

Il film avrebbe meritato riflessioni importanti, esistenziali, ma il dibattito è stato inevitabilmente assorbito dalle considerazioni sul quanto era bono Delon della componente femminile dell’assetto di quella sera del CineClub (non per questo è stato meno stimolante).

L’ultimo appuntamento che avevamo preparato prima del lockdown di marzo, l’avevamo chiamato “Èpater le Bourgeois”. Avevamo in programma di vedere Un Borghese Piccolo Piccolo, scritto da un giovanissimo Vincenzo Recami e con cui avremmo ricordato il centenario della nascita di Alberto Sordi.

Il film avrebbe certamente generato un vivacissimo dibattito. Ci saremmo interrogati, confrontati, divisi, confrontati sul comportamento del protagonista. Avremmo trovato legittimo il ricorso alla crudeltà?
Avremmo enfatizzato il senso di giustizia istintivo che chiede di trovare una meritata quiete e che le leggi sembrano non assecondare?
Oppure avremmo condannato il povero ragioniere che prima quietamente contribuisce in ogni modo al mantenimento di un sistema borghese, corrotto e marcio, salvo poi cercare la soluzione personale, completamente fuori da quel sistema di regole, quando la sua quiete viene brutalmente spezzata?

Non lo sapremo mai.

Quegli stessi interrogativi ci pone la lettura dell’ultimo romanzo di Antonio Manzini, Gli Ultimi Giorni Di Quiete, edito da Sellerio.

Manzini lascia temporaneamente (speriamo) il Vicequestore Schiavone tra le nevi di Aosta e scende in Abruzzo per raccontarci una storia, purtroppo, vera. Decide di raccontarci l’epilogo di una vicenda iniziata molto prima delle prime pagine del romanzo. Il fatto originario è l’omicidio durante una rapina in tabaccheria di Corrado, unico figlio di Nora e Pasquale. 

Manzini è impietoso nelle descrizioni di dolore tenace e resistente, che ancora impiglia in maniera inestricabile le vite a pelo d’acqua di Nora e di Pasquale. 

Abbiamo imparato dal Colibrì di Veronesi, che nella tradizione ebraica si definisce con shakul la condizione di chi ha avuto un dolore fortissimo ed insostenibile, un lutto insanabile, come quello di perdere un figlio. 

Impariamo da questo romanzo di Manzini, come questa condizione di shakul si impadronisca della vita del superstite. Impariamo come, quotidianamente, nei gesti, nei pensieri, nella mancanza di attesa, di speranza, di visione, la condizione di shakul si diffonda fino a pervadere interamente l’anima, senza prospettiva alcuna di remissione.

Manzini riesce a toccare corde intime del lettore, con sensibilità e maestria elegante. Piccoli tocchi, cenni sussurrati, gesti accennati, pensieri suggeriti e la condizione d’animo di Nora e Pasquale diventa nostra.

Il romanzo comincia quando Nora riconosce tra la folla l’assassino di suo figlio. Tra commi e cavilli, nonostante la condanna per omicidio (preterintenzionale), dopo appena cinque anni, Paolo ha riconquistato il diritto a rifarsi una vita.

Corrado certamente non ha avuto neanche l’opportunità di farsela la sua vita.
Nora non ha alcuna volontà di rifarsi una sua vita.
Pasquale non saprebbe da dove ripartire per rifarsi la sua vita.

Dei quattro protagonisti di questa storia, per uno solo è stato possibile scrivere la parola fine alla sua pena.
Per gli altri tre la pena non può avere fine mai.

L’unico, quindi, che può ricostruire la sua quiete è l’assassino che ha scontato la sua pena secondo legge.
Non trovano quiete, e perdono anche quella posticcia che avevano finto, Nora e Pasquale.

Per entrambi scatta la necessità di fare qualcosa. Ma non si uniscono.
In questi anni, troppe volte la paura di non sostenere il proprio dolore o il dolore dell’altro, li ha allontanati, li ha portati a vite sostanzialmente divise.

La strategia che porterà alla conclusione di questa vicenda sarà quella di Nora. Trascinata da una lucida cupio dissolvi, frantumerà la quiete ritrovata dell’assassino e andrà quietamente incontro al sacrificio, che riporterà definitivamente in galera l’odiato Paolo. 

Medea ribaltata, Nora non si può accontentare della banale vendetta mortale. Come Medea a Giasone, Nora toglierà tutto a Paolo, la gioia, la speranza, la prospettiva, lasciandogli solo proprio la vita, che privata di tutto questo sarà una lunga interminabile pena. Anche se per farlo dovrà sacrificare tutta se stessa (suo figlio è già stato sacrificato sull’altare della ingiustizia e della cieca violenza).

Ottenuto il suo crudele scopo, finalmente anche lei, come il Delon del film di Zurlini, potrà lasciarsi andare verso la sua prima notte di quiete.

Tante domande ci restano sospese:

E’ legittima l’ostinazione di Nora, la sua determinata volontà di privare della quiete l’assassino di suo figlio?

Risponde a canoni di giustizia “naturale” che esiste anche al di là o al di sopra delle leggi?

La grandezza del proprio amore materno, spezzato brutalmente, giustifica la sua trasformazione in odio sconfinato, secondo cui tutto è legittimo?

Questa trasformazione in odio è, anzi, un atto di fedeltà eterna verso quel grandissimo amore spezzato?

La parabola di Pasquale con il guizzo finale in cui, toccato il fondo, risale in superficie liberandosi, è meno fedele al proprio amore paterno spezzato? Era meno grande il suo amore?

Come il giovane Recami del Borghese Piccolo Piccolo, Antonio Manzini dimostra ancora una volta la sua qualità di narratore proprio nel lasciarci queste domande sospese. La sua narrazione non ha tesi precostituite. Ci accompagna verso l’abisso senza lasciarci mai la mano e senza indicarci una prospettiva eticamente rilevante, né in un senso, né nell’altro.

Noi lettori restiamo però ugualmente sconvolti dall’abisso che abbiamo visto, nella vicenda che ci ha raccontato, nei pensieri dei protagonisti con cui ci siamo di volta in volta identificati, anche quando quei pensieri sono brutti, sono sgradevoli, sono indifendibili, sono inaccettabili, sono pensieri che non vorremmo mai aver pensato, che non vorremmo ammettere di aver pensato. 

Sconvolti anche da quell’abisso che abbiamo intravisto dentro di noi, e che per un po’ anche a noi toglierà la quiete.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *