Il primo sorso affascina, il secondo Strega – Il Colibrì di Sandro Veronesi

Mai come quest’anno ci ritroviamo spesso a riflettere sul concetto di resilienza. Altri romanzi ci hanno suggerito pensieri intorno alla resilienza. (Cambiare l’acqua ai fiori su tutti, ne abbiamo parlato qui).

Anche la lettura di questo nuovo romanzo di Sandro Veronesi, Il Colibrì, Premio Strega 2020, (secondo premio Strega per l’autore) ci offre numerosi spunti per affrontare il tema della resilienza.

Un’altro tratto in comune tra questa lettura e le altre di quest’anno è la presenza importante di uno scambio epistolare. Come nel romanzo di Ozpetek (di cui abbiamo parlato qui) una vicenda diversa, con i suoi segreti sviluppi, con le sue sorprendenti svolte si svolge nelle lettere di Luisa e Marco, ed un’altra, apparentemente diversa, nelle lettere di Marco al fratello.
Risulta sempre intrigante ed affascinante seguire lo sviluppo di una vicenda attraverso lo scambio di lettere tra i protagonisti. Aggiunge un pizzico di voyeurismo, che in questa epoca dominata dallo sputtanamento social, è diventato imprescindibile parte del piacere. 

La prima associazione che mi ha richiamato questo romanzo, proprio prima ancora di leggerlo, è stata con il velivolo ATR 42, detto appunto Colibrì. Un aereo piccolo e parecchio instabile con cui volavo frequentemente tra Catania e Napoli, quando il mio lavoro lo richiedeva così spesso. Per quanto ovvio, non è mai successo nulla e l’aereo decollava, volava e atterrava senza alcun intoppo. La sua struttura snella e agile però spesso lo faceva traballare (anche più del dovuto) e quindi non era indicato per chi volava con un nodo di inesauribile timore nel cuore. Ricordo in particolare una tratta in cui ero in compagnia di una collega molto più giovane, che aveva subito manifestato la sua inquietudine. Io parlavo, parlavo, cercando di distrarla, pensando fosse utile. Ad un tratto mi trovai a parlare del fenomeno astronomico dell’allineamento dei pianeti che nel 1982 aveva creato non pochi timori all’umanitá. La collega superando in un attimo tutte le remore dovute alla differenza di grado, mi guardò inequivocabilmente e mi sibilò gelida: “io nel 1982 non ero neanche nata!”.

Mi ci volle davvero la resilienza del colibrì per recuperare dignità, seduto in quella striminzita poltroncina del Colibrì.

La resilienza, forse, è dissimulare con dignità la propria umiliazione, per quanto cocente sia?

Il leggiadro volatile è noto per la sua capacità di restare fermo in volo, pur sbattendo freneticamente le ali, anzi grazie al suo controllato battito d’ali.

Anche il precedente Premio Strega di Sandro Veronesi, Caos calmo, (sempre parlando di resilienza, aver vinto due volte il Premio Strega qualcosa vorrà dire) ci parlava di un uomo che nella tempesta decide di lasciare la rotta di volo e fermarsi su di una panchina, aspettando che il contesto si adegui ai suoi desideri.

Il protagonista di questo nuovo romanzo si caratterizza sin dall’infanzia per l’associazione al colibrì sin dal nomignolo. Una vita di vento e tempesta, in mezzo alla quale, Marco resta fermo, si aggrappa alla sua forza immanente e supera le correnti.

La resilienza, allora, è restare fermi mentre tutto il mondo si muove, qualunque sia lo sforzo da sostenere?

Un’altra azzeccata descrizione del romanzo è quella della successione di eventi che coinvolgono il malato oncologico ed i suoi familiari, che con sintesi di grande forza evocativa Veronesi definisce la Via Crucis. Tutte quelle stazioni che più o meno velocemente attraversiamo in questi casi, sono davvero stazioni di una Via Crucis, che se pur sentiamo nostra e solo nostra, scopriamo essere condivisa da tutte le famiglie colpite, con la stessa sequenza e lo stesso approdo.

Con uguale forza descrittiva l’autore segue la Via Crucis dopo l’ultima stazione. La Via Crucis dei superstiti, dei sopravvissuti. 

Con illuminante guizzo sposta dal dovere (non posso lasciarmi andare, perché devo occuparmi di altri familiari, del lavoro, di altre incombenze doverose) al piacere la guida per la elaborazione del lutto, anche il più grande. Non posso lasciarmi andare, perché ho ancora desiderio di fare qualcosa, ho ancora piacere di fare qualcos’altro. 

Abbiamo tutti sperimentato quanto forti siano alcuni desideri ed alcuni piaceri, soprattutto nell’immediatezza del lutto. Li abbiamo vissuti con gravosi sensi di colpa, non confessandoli neanche a noi stessi. Ed invece erano la terapia che avremmo dovuto seguire, la medicina per il nostro male. 

La resilienza, perciò, è assecondare i propri desideri, perseguire i propri piaceri, anche se il mondo, inesorabile,  ci giudicherà (ci passerà per bocca)?

Le tante vicende di Marco sembrano in verità un po’ forzate. Un accanimento senza sosta. Ma sono l’espediente per l’autore per raccontarci le tante cose di cui ci vuole parlare, le cose che, forse, ci vuole insegnare. 

Tre cose ho imparato da questi insegnamenti.

La forza dello sguardo.

“Lo strumento in cui l’essere si afferma rimane lo stesso – lo sguardo.”

Il Colibrì – Sandro Veronesi

In questo romanzo viene evidenziata la forza, la corporeità, dello sguardo. Lo sguardo è un atto, tutt’altro che passivo, che dá forma e vita a ciò che guardiamo. Lo sanno i bambini che non si accontentano della vicinanza distratta e pretendono il cosiddetto Eye Contact, l’unica rassicurazione che accettano. Lo sanno gli amanti che si guardano e si parlano, all’insaputa di tutti quelli che li circondano (e che non leggono le loro lettere). Lo sanno tutti i nuovi dispositivi che dallo sguardo ricevono l’autorizzazione ad aprirsi, a mostrare i contenuti, a pagare beni e servizi.

Lo sguardo di mio padre, che incrociava il mio nello specchietto retrovisore dell’auto, che ho continuato a vedere tante volte, anche quando non era più lui a guidare l’auto.

La resilienza, pertanto, è riuscire a non distogliere mai lo sguardo da chi e da ciò che amiamo, per quanto forte sia la distrazione?

Shakul.

L’orribile ed indicibile pena del genitore che seppellisce il figlio nella nostra cultura è innominata, perché innominabile

Eppure dalle ricerche che ho fatto per il mio albero genealogico ho scoperto che nelle nostre famiglie il tasso di mortalità infantile era davvero alto e frequente. Quasi ogni mio avo, in qualunque ramo si sviluppasse, aveva figli nati e morti in pochi anni. Per non contare i tanti avi morti giovani adulti, lasciando genitori piangenti, per mano di un nemico esterno armato, o di un nemico interno, insidiosamente annidato nelle viscere.

…pochi disgraziati, segnati, predestinati, per i quali in moltissime lingue non esiste nemmeno il nome ma esiste per esempio nella lingua ebraica, shakul, proveniente dal verbo shakal che significa per l’appunto “perdere un figlio”, ed esiste in arabo, thaakil, con la medesima radice, e in sanscrito, vilomah, letteralmente “avverso all’ordine naturale”, ed esiste in moltissime varianti nelle lingue della diaspora africana, e in senso meno univoco esiste anche nel greco moderno, charokammenos, che significa “bruciato dalla morte”, riferito genericamente a colui che viene piagato da un lutto, ma è usato quasi soltanto per indicare proprio il genitore che perde un figlio.

Il Colibrì – Sandro Veronesi

Da questo romanzo ho appreso che in altre culture hanno provato a dare un nome all’indicibile. Nella cultura ebraica viene usato il termine shakul. Nei manuali di psicologia emotiva viene insegnato che un primo passo per gestire una emozione, soprattutto negativa, è individuarla, darle un nome. Chissà che scoprire che l’indicibile condizione abbia un nome, convenzionalmente accettato, non possa aiutare tutti a contenere nella classificazione tutto il dolore e possa costituire la base per una incerta, timida, incespicante resilienza in tutti quelli che hanno affrontato quest’orrore.

La resilienza, quindi, è saper trovare il nome alle cose brutte che ci capitano, per quanto orribili esse siano?

Tzadik.

…nella tradizione del misticismo popolare ebraico il fatto di morire, come Giobbe, a ridosso del proprio compleanno era proprio dello tzadik, cioè dell’“uomo giusto”, o della donna giusta, la tzadeket.

Il Colibrì – Sandro Veronesi

Il padre di Marco si chiama Probo. Circostanza che mi ha subito richiamato alla mente la canzone di De André, La ballata dell’amore cieco, che recita appunto:

Un uomo onesto, un uomo probo
Tralalalalla tralallaleru
S’innamorò perdutamente
D’una che non lo amava niente

La ballata dell’amore cieco – Fabrizio De Andrè

Spesso in questo romanzo De André supporta i pensieri e le riflessioni di Marco.

Fin da quando ho imparato il significato della parola probo, ho associato l’immagine di mio padre ad un uomo probo.
Un uomo onesto, che teneva in grande cura gli altri intorno a sè, che si faceva spesso carico del disagio degli altri, non curandosi se nella contabilità dei sentimenti fosse in debito o credito.

Non so se per questo durante tutta la lettura del romanzo ho avuto sempre presente la figura di mio padre. Di solito durante la lettura sono io che ricopro ruoli e affronto situazioni.
Stavolta no.
Stavolta immaginavo mio padre.

I ricordi che ho di mio padre mi restituiscono l’immagine della resilienza concreta. Anche mio padre ha vissuto molte vicende dolorose (come tutti del resto: o di lignu o di nuci, ogni casa avi la so’ cruci), ma ricordo che ad ogni dolore, ad ogni delusione, opponeva determinato il suo sorriso sornione, quasi beffardo. Non ha nutrito rancori, non ha ricercato vendette, era contento quando tutti intorno a lui stavano (stavamo) bene.

Mio padre usava spesso gli slogan della pubblicità in chiave divertente: 

E che? C’ho scritto Jo Condor?

Anch’io ho fatto un errore, non ho usato la brillantina Linetti!

Mariarosa Mariarosa ogni cosa sai far tu…

Quello che ricordo con più frequenza e maggior divertimento era: 

Il primo sorso affascina, il secondo Strega

Sicuramente il primo sorso di Veronesi (Caos calmo) mi aveva già Stregato. Questa volta il secondo sorso forse mi ha solo affascinato.
Una inversione che non toglie valore a questo romanzo, ma esalta il valore del primo. 

Ricordo io, e molti altri mi restituiscono lo stesso ricordo, che mio padre comunque era allegro e teneva allegri quelli che stavano con lui, qualunque fosse la condizione in cui si trovasse. 

Una allegria contagiosa, fatta di risate, di motti, di lazzi, di serenità e di amore incondizionato verso il prossimo, che, finché ride con te, tanto cattivo non può essere.

La resilienza, dunque, è una ostinata ed illogica allegria, anche quando intorno a noi il mondo sembra crollare?

Caro papà,
questo ricordo della tua allegria mi accompagna e mi sostiene e mi ammaestra sin da quando hai smesso di festeggiare i compleanni, come oggi che non compi ottantanove anni.
Da allora ci hai lasciato (in verità oggi sono rimasto solo io…) il compito di festeggiare, sempre con allegria, il tuo nuovo “compleanno”, come mercoledì, tra due giorni, quando festeggeremo il tuo nuovo quarantesimo “compleanno”.

I due compleanni si distanziano di appena due giorni, e, quindi si, posso confermare che sei stato un uomo giusto, uno tzadik.

Resta da chiedersi se da te avrò ereditato anche questa caratteristica di essere un uomo giusto, uno tzadik.
Io sono nato il 23 di dicembre.
Nel dubbio si giustifica una certa agitazione nelle settimane che anticipano o precedono il Natale

La resilienza, infine, è saper aspettare senza timore quando verrà Natale? 

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