Una creazione a sei mani – Tre passi per un delitto – Cassar Scalia, De Cataldo, De Giovanni – Einaudi

La vita è l’arte dell’incontro.

Questa frase che ho scelto come motto anche di questo piccolo blog, è di Vinicius De Moraes. È una frase che per me rappresenta una sorta di guida operativa. Un manuale proprio di come affrontare la vita.

Nella musica gli incontri sono sempre fecondi di nuove esperienze, di nuove emozioni. Tantissimi sono gli esempi che si possono citare. Per esempio lo stesso Vinicius De Moraes, quando insieme a Toquinho, incontrarono Sergio Bardotti e la voce di Ornella Vanoni, regalandoci quella perla che porta il nome di “La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria”.

Dalla e De Gregori, Dalla e Morandi, Ron con la Mannoia e Pino Daniele, Simon e Garfunkel, e tutte le session degli artisti Jazz, ogni incontro di artisti genera nuova diversa arte.

Tra i tanti casi di incontri artistici, ne spicca uno, eccentrico, protagonista uno dei più sensibili pianisti jazz, Bill Evans, che ha fornito il suo contributo a tantissimi incontri musicali, tra tutti la pubblicazione del manifesto del cool jazz, “Kind of blue”, con Miles Davis e John Coltrane.

Nel 1963 approfitta della nuova tecnologia disponibile e incide “Conversation with Myself”. Il primo overdubbing di improvvisazioni pianistiche suonate dallo stesso pianista. Incisa la prima base dei brani selezionati. Bill Evans, improvvisa su se stesso, aggiungendo echi e sfumature, che con sole due mani non sarebbe riuscito a creare.
Una pietra miliare. (qui ne potete ascoltare un esempio).

L’arte a quattro o più mani ha un sapore più intrigante. Da fruitore cerchi sempre di cogliere la paternità dei singoli contributi, anche se il risultato di quella fusione spesso è più della somma dei singoli contributi (Non è la somma che fa il totale, come diceva Totò).

Nel cinema, soprattutto nel cinema italiano degli anni sessanta, andavano di moda i film a episodi, affidati a registi diversi. Pier Paolo Pasolini ha partecipato a tanti capolavori, oggi quasi sconosciuti, con questa caratteristica.

Anche Federico Fellini, dopo la prima regia, “L’amore in città”, un episodio di un film quasi mai ricordato nella sua filmografia, nel 1968 rifece l’esperienza con “Toby Dammit”, l’episodio ispirato ad Edgar Allan Poe, con cui partecipò al film a sei mani “Tre passi nel delirio”, insieme a Roger Vadim e Louis Malle

In letteratura più raramente si ricordano episodi a più mani. Alcuni palesi, altri in maniera nascosta. Mentre qualcuno sostiene che Elena Ferrante nasconda la collaborazione tra Starnone e la moglie, o comunque una coppia di autori, era noto che Sveva Casati Modignani fosse lo pseudonimo usato dai coniugi Bice Cairati e Nullo Cantaroni. Anche se dopo la malattia del marito la Cairati continuò a pubblicare con lo stesso pseudonimo i romanzi scritti ormai da sola.

Come capitò a Carlo Fruttero, che dopo i grandi successi noir scritti in coppia (palese) con Franco Lucentini, dopo la morte di quest’ultimo, continuò a scrivere da solo.


Ci piace ricordare anche un’altra creazione a sei mani, “La città delle meraviglie”, Splen Edizioni, scritto da Annamaria Piccione e Stefano Amato, ed illustrato da Sara Fornì. Una guida della mia città per i più piccini. Un gioiello godibilissimo.


Tra gli altri episodi di creazioni a più mani della letteratura noir, ricordiamo certamente l’esperimento tra Grazia Negro e Salvo Montalbano, ovvero Carlo Lucarelli e Andrea Camilleri, che ha trovato nuova e più intrigante vita nella ristampa di quest’anno, con la realizzazione della primigenia idea camilleriana di raccontare la storia attraverso i documenti scambiati tra i due investigatori.


Forse perché orfani freschi di Camilleri, forse perché, come avrete capito, ci intrigano le creazioni a quattro o più mani, quest’estate siamo stati attratti dalla pubblicazione di questo romanzo a sei mani, “Tre passi per un delitto”. Edito da Einaudi, scritto da Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni e Cristina Cassar Scalia.
I primi due sono già giganti della letteratura noir, protagonisti di spessore della rinascita italiana della letteratura “gialla”, che prima di Camilleri, veniva considerata sorella minore della letteratura propriamente detta.
La terza, abbiamo già indicato qui come una nuova speranza della letteratura noir, con all’attivo già tre episodi della saga del vicequestore Vanina Guarrasi, da cui ci aspettiamo tanto.


Anche questa è una creazione a sei mani, come il libro di Annamaria Piccione e Stefano Amato e come il film del 1968, a cui partecipò Fellini dal titolo molto simile (un richiamo evidentemente voluto).


Mentre nei capolavori di Fruttero e Lucentini noi lettori non riuscivamo a capire a chi attribuire le pagine che più ci piacevano, in questo romanzo non abbiamo questa incertezza. La modalità di redazione di questo romanzo esplicita in partenza le attribuzioni.
Il delitto al centro della storia lo ricostruiamo attraverso i pensieri ed il racconto (il punto di vista) del commissario Brandi, l’investigatore del romanzo, nelle pagine scritte da Giancarlo De Cataldo;
attraverso i pensieri ed il racconto (il punto di vista) di Marco Valerio Guerra, un vip della finanza, nelle pagine scritte da Maurizio De Giovanni;
attraverso i pensieri ed il racconto (il punto di vista) di Anna Carla Santucci, moglie di Guerra, nelle pagine scritte da Cristina Cassar Scalia.

Questa riproposizione di una storia da diversi punti di vista ci rimanda al Pirandello di “Così è se vi pare“, a conferma di quanto ancora lo spirito di Camilleri e dei suoi avi aleggi sulla letteratura noir italiana.

La storia ne esce rafforzata, le motivazioni ed i comportamenti dei singoli personaggi sono rappresentati in maniera più compiuta. La narrazione non diventa mai noiosa elencazione di elementi utili alla comprensione della verità. La soluzione del giallo diviene naturale conseguenza della rotazione a 360 gradi della nostra virtuale cinepresa sulle vicende raccontate.

Ma soprattutto ci permette di individuare nettamente i contributi dei singoli autori. Possiamo apprezzare le diverse sfumature tra gli stili e come queste differenze si attaglino ai diversi personaggi raccontati, arrotondandone lo spessore, tutto a nostro miglior godimento di lettori.

Infine, ci fa sottolineare con malcelato campanilistico piacere, che la nostra rampante scrittrice netina non ha nulla da invidiare ai suoi corresponsabili più blasonati.

Si, decisamente, per arricchire la vita due mani sono poche, meglio quattro, o, addirittura sei.

La vita è l’arte dell’incontro.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *