Non è mai troppo tardi! – Eschilo, l’enigma dell’aquila assassina di Salvatore Parlagreco – Kronomedia Editore

Un dato di realtà è innegabile: ho fatto lo scientifico.

In tema di lingue morte ho avuto modo di amare (senza odiarlo) solo il latino. Adolescente mi sono immedesimato nel Catullo misero, che non sa smettere di fare il pazzo.

Un altro dato di realtà altrettanto innegabile è che sono nato e vissuto a Siracusa, città greca per nascita, vocazione e destino. La città in cui ancora oggi, dopo duemilacinquecento anni, nello stesso identico teatro che ha la stessa età delle tragedie classiche greche, offre rappresentazioni di quelle tragedie.

La combinazione dei due dati di realtà ha generato in me una incompletezza, una sensazione di costante inferiorità nell’approccio al teatro classico. Quello che ho appreso intorno al trio dei tragediografi antichi, Eschilo, Sofocle ed Euripide è rimasto superficiale e scolastico, nel senso deleterio del termine.

Con questo rispetto e questa umiltà mi sono avvicinato al libro di Salvatore Parlagreco, Eschilo, l’enigma dell’aquila assassina, Kronomedia Editore.

Si narra, infatti che Eschilo sia stato ucciso a Gela da un’aquila che, scambiando il suo lucido e glabro cranio per un robusto sasso, vi abbia sganciato la tartaruga che aveva catturato per frantumarne il guscio e gustarne le appetitose carni nascoste.

Salvatore Parlagreco si lascia catturare dalla sostanzialmente scarsa credibilità della versione ufficiale circa la morte del primo dei poeti del teatro greco e si addentra coraggiosamente nell’intricatissima giungla di supposizioni, indizi, prove, confutazioni, suggestioni, vendette, polemiche, rancori che oltre alla morte ha circondato la vita e l’opera di Eschilo.

Non poteva capitarmi occasione migliore.

Inseguendo l’indagine accurata, paziente ma inarrestabile di Parlagreco, narrata nelle forme tipiche del noir, del giallo classico, ho approfittato della grande capacità di narratore e di giornalista di Parlagreco e ho potuto arricchire la mia comprensione del fenomeno Eschilo:

“Fra le cinque rivoluzioni laiche che hanno cambiato la storia dell’umanità, accanto a Copernico, Darwin, Freud e Turing, c’è Eschilo, padre del primo medium universale, il teatro tragico, che porta in scena l’io ignorato e gli dèi comprimari dell’uomo”

È convinto e convincente Parlagreco quando si assume la responsabilità di questa definizione di Eschilo. Ogni pagina, ogni riga, ogni riflessione aggiunta nel corso di una lunga stesura e tante revisioni, conferma la profondità dell’analisi e la validità delle sue affermazioni.

Di Eschilo abbiamo conservato una immagine che oggi dopo aver letto questo interessantissimo libro posso dire sbagliata. Ci avevano detto che Eschilo essendo il primo tragediografo, sconta una certa rigidità, arcaicità, lentezza che il più moderno Euripide non ha. Ho imparato, invece, che intanto non fu il primo, ma è il primo di cui abbiamo traccia. Ma, soprattutto, che in termini di modernità Eschilo è davvero un campione.

Quella immagine di Eschilo, viene travolta e superata.

Eschilo è un poeta. La sua poesia nasce e si sviluppa per operare una rivoluzione politica, religiosa, sociale, culturale, epocale.

“Eschilo cerca di mettere ordine nel suo mondo, denuncia le leggi irrazionali delle tradizioni e le contraddizioni della democrazia nascente: nel suo teatro i colpevoli hanno il volto delle vittime, e viceversa Zeus perde il potere senza perdere il trono; l’Areopago, che giudica Oreste, concorre nel giudizio con gli dèi e le forze del divenire; nemmeno Giove può sottrarsi alla legge della Necessità e della Giustizia, la Moira e Dike. Il bouleuterion è la base fondante della democrazia, ma il Theatron ne è la pietra angolare, e Atene “la città sapiente che osserva ciò che serve, l’essenziale…, la verità liberatrice dell’angoscia e la fonte della vera potenza”

Ho trovato molto avvincente, interessante, la narrazione dell’uomo e del tragediografo. In Eschilo, nelle sue opere, si fondono l’uomo, il poeta, il politico, il filosofo.

Se ripenso a un’altra triade che studiamo a scuola, Dante, Boccaccio e Petrarca, mi è sembrato che Eschilo sia assimilabile a Dante, rispetto a Sofocle ed Euripide, come politico, come uomo fortemente impegnato nel suo tempo, esule volontario o costretto, al tempo della disillusione.

Con tutto il corredo di intreccio tra arte e politica (Pericle) e le manovre giudiziarie e di comunicazione (anche postume, pensiamo a Platone) che tendono a interferire sulla politica, e la commistione tra religione e politica. 

“Usa i versi per promuovere figure prestigiose del nascente mondo politico e, soprattutto, la città, sapiente e sacra, suscitando tante domande sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, sul senso dell’autorità statuale, il potere basato sulla legalità, sul principio dell’eccellenza (aretè) e della competenza (epistème), sull’uso saggio della forza.”

Come Dante, uomo del suo tempo, protagonista del suo tempo.

“È uomo di parte, non spettatore neutrale della transizione dalla tirannia alla democrazia; partecipa al cambiamento epocale con la sua arte, il talento, il pensiero. La polis è una lanterna sempre accesa in ogni opera”

Inevitabilmente, l’indagine di Parlagreco, condotta con rigore e attenzione, confrontando e ragionando, alla stregua degli investigatori classici, Maigret, Ellery Queen, diventa , come dicevamo, un pretesto per consentire agli studenti distratti che non hanno fatto il Classico come me, di dare uno sguardo diverso e più profondo alle tragedie di Eschilo. Pagine illuminanti che hanno offerto alla mia prospettiva alcuni spazi che non avevo osato intraprendere. In particolare la tragedia di Prometeo Incatenato, che in questi tempi di IA e di riflessioni apocalittiche o integrate, ho riletto in maniera più chiara. Proprio da queste riflessioni sul Prometeo, sulle circostanze della sua genesi, forse siciliana, gelese, ho maturato la convinzione che Eschilo sia il prototipo dell’intellettuale moderno, Pasolini, Moravia, Saviano, o Scurati, viste le vicende recenti.

“Eschilo si propone un compito arduo: sviluppare una identità comunitaria, promuovere la conoscenza. Che cosa è il potere, quali forme esso assume e che cosa lo legittima? E ancora: com’è fatta la natura umana? Che cosa è la morte, qual è il senso della vita? Perché si deve accettare la buona morte nella guerra, o il cattivo maestro che non abbandona mai la sua cattedra, nemmeno in tempo di pace?”

Altro che rigidità e arcaicità.

Addentrandomi nella lettura di questa appassionante inchiesta arrivo al punto in cui Parlagreco mi fa ricordare che Paolo Orsi non è solo la via che porta i siracusani al mare, ma un protagonista cruciale della ricostruzione di luoghi ed eventi storici, che potrebbe aver trovato la tomba di Eschilo a Gela, ma non essersene accorto…

Il lettore troverà anche pagine molto colorite in cui l’autore, gelese di nascita, descrive la (pericolosa) vita di Eschilo a Gela.

“…la tragedia è poesia, arte, medium universale, speculazione filosofica, scienza e idea politica. È naturale che Eschilo, il suo inventore – megafono, comunicatore e influencer della nascente democrazia – sia un bersaglio mobile, sia da vivo che da morto. Ed è lecito immaginare che a Gela abbia compiuto l’ultimo miglio.”

La Gela che accoglie Eschilo e le sue spoglie, appare una cittadina frizzante ed esuberante. Oggi diremmo ipparina, pensando alle correnti criminali che la legano a Vittoria, e alla hybris di tentare l’autonomia differenziata nella criminalità organizzata con la stidda.

L’autore non ne sarebbe contento, ma la sovrapposizione tra la Gela che raccoglie l’ultimo respiro di Eschilo e la Gela di oggi non lascia molti margini di differenziazione.

Tra le pagine gelesi si ritrova un momento con un evidente effetto cinematografico, potremmo dire alla Bellocchio: la narrazione di Eschilo a passeggio, come il Moro liberato di Buongiorno, notte, che merita la segnalazione ai lettori.

In ogni indagine che si rispetti, l’investigatore se non può partire dall’analisi del luogo del delitto, dell’arma usata, delle prove lasciate sul luogo, deve partire dal movente.

Tanti sono i moventi indagati da Parlagreco: la politica, la rivoluzione filosofica, la rivoluzione che porta l’uomo al centro del mondo, la sua psiche come protagonista degli eventi.

“È una umanità cannibale. Eteocle, Serse, Agamennone, Clitemnestra pagano l’irredimibile ambizione, la voglia di vendetta, le irrefrenabili pulsioni, causa delle loro sventure. Eschilo mette in scena la disumanità degli dèi e l’angoscioso dilemma che ogni uomo vive ogni volta che decide fra il suo destino quello degli altri”

L’altra faccia della promozione prometeica dell’uomo al centro è lo sputtanamento degli dei. Nelle tragedie di Eschilo gli dei sono davvero l’emblema dei peggiori vizi, dei peggiori delitti.

Il popolo delle migliaia di spettatori del suo teatro non resta insensibile.

“Il grumo di passioni del teatro tragico scuote fino alle fondamenta gli ateniesi, li sveglia, talvolta di soprassalto, dall’atteggiamento passivo verso regole immutabili, offrendo la strada della conoscenza di sé e della realtà, suscitando l’accettazione della sofferenza come mezzo di redenzione e di espiazione.”

Lo schiaffo è audace, è forte, va restituito.

“La cultura religiosa del tempo si trovò impreparata a cogliere la cifra di novità che Eschilo rappresentava e l’alto quoziente di verità che il poeta riusciva a negoziare con principi politici e bisogni esistenziali.

La casta religiosa, componente essenziale del potere, sentendosi minacciata, studiò il modo per liberarsene.”

Qui sta uno dei punti focali di questa indagine, almeno per me.

La superba empietà di disvelare i Misteri Eleusini, per cui fu proprio denunciato, unitamente all’attacco alle fondamenta della religione e allo svuotamento del potere religioso (che vuol dire anche politico) della casta dei sacerdoti potrebbe essere il principale movente che ha armato la mano umana o divina dell’assassino.

Eschilo, che, consapevolmente “Non teme Zeus, ma chi lo rappresenta.”, dopo aver scherzato con i fanti avrebbe fatto forse meglio ad astenersi dal farlo con i santi.

Salvatore Paralagreco l’ho poi incontrato in occasione della presentazione di questo libro, qui a Siracusa, insieme al monumentale afflato pedagogico di Egidio Ortisi, e alla conduzione elegante e colta di Marika Cirone Di Marco.

Ho avuto l’opportunità di sistematizzare meglio tutte le nuove cose imparate attraverso la lettura di questo libro.

Una parte della sensazione di incompletezza ammessa all’inizio di questo post è risolta.

Ora mi serve un altro investigatore che si lasci irretire dai dubbi sulle circostanze misteriose della morte di Sofocle ed Euripide per colmare del tutto le mie lacune.

Non è mai troppo tardi.

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