L’ultima tentazione di Raffaele – Pilato, idrofobo persuaso di Raffaele Schiavo – Circolo Unione 12 settembre 2025

Quando i tempi si fanno difficili, quando il contesto grava sull’anima, le anime sensibili degli artisti cercano una via per ritrovare un equilibrio, una via da percorrere e da indicare alle donne e agli uomini che vorranno ascoltarle.

Spesso la via passa per riletture, per riflessioni, per rielaborazioni della figura mitica e mitologica (absit iniuria verbis) di Gesù Cristo.

Così avvenne di qua e di là dall’oceano nel 1970 quando un giovane Fabrizio De Andrè spiegava il Sessantotto con i vangeli apocrifi della Buona Novella, nello stesso tempo e umore in cui due giovanissimi autori di Broadway, Andrew Lloyd Weber e Tim Rice, scrivevano i versi e le musiche che portarono sul palco Ian Gillian a impersonare Jesus Christ Superstar, fustigatore inconsapevolmente pasoliniano della incipiente civiltà dei consumi, e della ferita sanguinante del Vietnam.

Nell’opera rock di Broadway si riserva un largo spazio alle due figure tragiche del mito fondativo cristiano, le due figure più biasimate, la cui colpa non sarà mai cancellata, anche se quella colpa fu essenziale e indispensabile perché la vicenda si compisse così come scritto: Giuda Iscariota e Ponzio Pilato.

Più di cinquant’anni dopo, al volgere del primo quarto del nuovo millennio, il contesto che grava sulle nostre anime assume i contorni di una dannazione, di una perdizione ineluttabile.

L’umanità non impara, non ripara, non prepara futuri di pace e serenità.

Raffaele Schiavo, che artista è fino al midollo, che la sua sensibilità la mette in gioco senza risparmio, prova a dire qualcosa all’umanità distratta e colpevole. Anche Schiavo ricorre al mito fondativo, al Gesù che avrebbe dovuto insegnarci lo scandalo della Pace, del rispetto, dell’amore. 

Foto di Rosa Avallone

La sua riflessione parte da un piccolo romanzo, importante, dirompente, che negli stessi anni che citavamo prima irruppe sulla scena editoriale europea: Ponzio Pilato di Roger Caillois. 

Questo piccolo romanzo è un antesignano della moda diffusa in questi anni con alcune serie tv che ipotizzano cosa sarebbe successo se (what If). Così abbiamo serie che raccontano gli sviluppi di Hitler dopo aver vinto la Guerra Mondiale, serie che ipotizzano viaggi nel tempo per prevenire l’assassinio di Kennedy, serie che ci mostrano Aldo Moro libero all’alba che rientra a casa dopo la liberazione. 

Roger Caillois racconta di un Pilato che cede alla sua esigenza di ragione e libertà, non comprende il fanatismo degli Ebrei e restituisce alla libertà il Galileo, che morirà di vecchiaia tra onori e tributi, dando vita alla storia come non fu.

Raffaele Schiavo, ieri sera, mentre un quarto di luna calante sorgeva dal mare alla nostra sinistra, ci ha offerto una rilettura animata e musicata di questo romanzo. 

Ci ha regalato il sogno di un Cristianesimo che poteva essere, ma non è stato.

Lo ha fatto da par suo.

Entrato in scena ammantato di una veste di lino ha dato grande prova di attore, modulando i versi della sua rilettura, riecheggiando da un lato il mai dimenticato Carmelo Bene, e dall’altro il troppo dimenticato Paolo Poli. 

In questa altalena, i versi forbiti e ritmati, quasi musicati, dalla voce e dal tono che affabulavano tutti i presenti, erano sostenuti dai tocchi di due violoncelli, Arianna Fallico e Alfredo Anastasio, che aggiungevano la loro sensibilità al suono melodioso delle parole recitate.

Foto di Rosa Avallone

Per quattordici volte, e mai per caso, quei tocchi di violoncello, trasfiguravano in altrettante canzoni miliari, scelte da Schiavo per risuonare momenti del racconto. Canzoni della Factory, di Bowie, monumenti rock, icone pop. 

Canzoni inconfondibili, con una loro personalità, anche invadente, che in questa resa per violoncelli e voce, tornavano musica nuda e il loro messaggio, spesso indebolito dall’involucro che le ha rese famose, tornava schietto e limpido e si intrecciava senza fatica al discorso generale che proponeva Schiavo.

Raffaele Schiavo è cantattore, e mai come ieri sera questa duplicità si è dimostrata così plasticamente: cantante e interprete che mette appunto a nudo la potenza dei versi e della musica; attore che restituisce vita e dimensione ai versi della riduzione recitata.

Raffaele Schiavo non si è fatto mancare i momenti di ilarità e di divertissement a cui ci ha abituato, neppure in questo serio frangente.

Il suo Menenio, attendente militare palermitano, che organizza la scenetta del bacile per le mani, rimane impresso come un poliziotto o carabiniere delle fiction. Come non dimenticheremo il suo Giuda, mascherato da Arlecchino che spiega in veneto che in fondo lui sempre servitore di padroni è.

Musica nuda, dicevamo, come nudi erano i piedi di Raffaele Schiavo con cui ha mantenuto il contatto con la realtà del pavimento, della terra, della vita vera e non mitologica, durante l’intera performance. Il segno di una verità dell’anima, di una verità dell’amore per l’arte e per il suo pubblico attento.

Foto di Rosa Avallone

Non è mancato un fuoriprogramma. 

Con l’aiuto di Bruno Ceretto e del suo sax ipnotico, Raffaele Schiavo ha regalato in acustico uno straniante e straziante lamento e inno. 

Non alla pace, ha voluto precisare, ma al perdono, al perdono per noi stessi e al perdono reciproco. Abbiamo tutti qualcosa da farci perdonare e passa da questo perdono diretto, incrociato e reciproco, qualunque via verso la Pace.

Foto di Rosa Avallone

Speriamo che quest’inno abbia raggiunto i cuori di tutti i presenti, anche quello dei due signori che, nell’attesa dell’inizio dello spettacolo, parlavano con una certa agitazione di Israeliani e Palestinesi senza alcun cenno di umanità, di dignità e di perdono. Speriamo che la voce di Raffaele e il sax di Bruno abbiano risvegliato in entrambi quella umanità, quella dignità, che di sicuro abitavano i loro cuori giovani, prima che le seppellissero sotto i soldi, gli agi, e i privilegi.

Raffaele Schiavo proporrà ancora questa sua rilettura personalissima di Ponzio Pilato, se potete non perdetevela.

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