Ogni tanto me lo ricordo ancora. Risento proprio la paura, l’angoscia, lo sgomento di quel momento.
Era di notte, potevo avere dieci o dodici anni non di più – non potrei averne molti di più, visto che il ricordo coinvolge papà.
Non prendevo sonno, non avevo ancora imparato a rendere creative e piene quelle ore di notte senza sonno, ma sentivo il cervello affaticato, inseguiva pensieri, uno dopo l’altro, in rapida e a volte illogica successione. Non sapevo ancora che avrei potuto chiamare flusso di coscienza quella rapida serie di associazioni che non conoscevano né rallentamento né sosta.
Mi alzai spaventato e svegliai papà, dicendogli appunto, che avevo paura perché non riuscivo a fermare i pensieri, che si inseguivano nella mia testa come macchine da corsa.
Chissà cosa passò nella testa di papà in quel momento, chissà se temette in una mia deriva patologica. Per tutta risposta si alzò anche lui e si venne a sedere con me in sala e cominciò a raccontarmi cose, vicende, ricordi, giochi della sua infanzia, ignorando la mia segnalazione direttamente, ma offrendomi altri appigli, altre cose da inseguire per rallentare quel vortice che mi aveva impaurito. Dopo un po’ tornammo a letto e mi addormentai.
Forse per questo episodio, dopo la scomparsa di papà, dormii sempre con la radio accesa, anche se a volume basso…
Sono anziano ormai e credo di poter escludere una mia patologia mentale di qualunque specie o ambito: quell’episodio fu solo una strana presa di coscienza, forse precoce e, quindi, difficile da gestire.
Non è il caso di Alcide Pierantozzi, che conquista un meritatissimo posto nella dozzina stregata di questo 2026 proprio con il racconto della sua patologia mentale, della sua abitazione dentro lo spazio Asperger, con derive e riflessi estremamente condizionanti.

Lo sbilico, si intitola questo diario pubblicato da Einaudi.
Già dal titolo comprendiamo che in questo libro l’uso delle parole non sarà per nulla ordinario. Le parole diventeranno lenti, chiavi, strumenti, raffinatissimi e molto evoluti, per descrivere ciò che altrimenti non sapremmo descrivere.
Il titolo compie un primo sortilegio della specie: prende un verbo, una azione, quella di sbilicare, di perdere l’equilibrio, di stare precario verso l’imminente caduta, e lo fa diventare sostantivo, atto, momento eterno in cui si dipana la vita di chi soffre i propri pensieri. Uno stato in movimento, ossimoro permanente, che rende però perfettamente il senso di cosa significhi vivere sempre sull’orlo di cadere, di cedere, di perdersi. Una condizione insostenibile, da cui poi “…si sceglie di cedere, per sfinimento.”
Qui sta la forza di questo libro e la dannazione del suo autore. Nessuno avrebbe potuto raccontarci dal di dentro questo inferno meglio di uno scrittore, meglio di una mente che, nonostante – o forse proprio grazie a – la sua instabilità, conosce il segreto delle parole, ne possiede l’arte magica di rappresentare, di creare, di dare vita, a cose che altrimenti non esisterebbero.
“Solo che adesso, piú che allora, io ho le parole. Sono in grado di dire che il mare là dietro mi porta folate di ruggine, e che la rampa di cemento all’ingresso è lardellata di escrementi di piccioni; so esercitare sul mondo una compensazione di parole.”
Ma non è semplicemente un dono, ha più il sapore della condanna.
“Tradurre in parole ciò che vedo e ciò che ricordo, anche quando scrivo, è difficilissimo”
“Dalle parole non escono acqua e aria, per me, ma un fumacchio di allucinazioni. Sono le parole a secernere la mia follia. Sotto la parola «follia», sotto la «f», sotto l’accento sulla «i», sono scomparso ancora prima che la malattia mi fosse diagnosticata”

Quando con le parole Pierantozzi riesce ad addomesticare i suoi serpenti, diventano anche una terapia, un unguento medicamentoso.
“Le parole piú belle, piú strane, riescono a inibire le allucinazioni, diventano immagini che rendono il mondo fantasticato. Impediscono alle allucinazioni di uscire dal covo in cui si nascondono.
Lo so io, dove si nascondono.”
Così di parole è fatto questo libro, come gli altri, ovvio, ma queste parole, che sembrano a volte inventate, diventano prodigiose e miracolose, nel senso della capacità di rappresentare e alfine di alleviare.
“un odore verzicante a scardassarmi le narici”
“Mi resi conto di una cosa molto strana: se la chiamavo «gigoletta», riuscivo a metterla meglio a fuoco. Se continuavo a pensarla come una «lucciola», cominciavo ad agitarmi. Le parole comuni allontanavano la lucciola e mi confondevano, non dicevano granché d’altro rispetto a quello che sapevo; le parole difficili, invece, cristallizzavano l’insetto e me lo mostravano ingrandito. Allora forse il mondo è affamato di parole, mi dissi, e tutte le cose hanno bisogno del mio libretto per ricordarsi chi sono.”
La patologia di Alcide Pierantozzi è descritta senza veli e senza infingimenti, persino la cartella clinica è riportata con dettagli e verità.
Sono i pensieri. Sono sempre i pensieri che si impadroniscono del fuoco e della concentrazione e impongono azioni, gesti, emozioni, derive, deformità.
“Quando i troppi pensieri entrano in collisione, ciascuno con la propria risonanza lirica, i sintomi della malattia sfociano in una crisi autistica di tale portata da richiedere l’intervento tempestivo di molte persone: lo psichiatra, il medico di famiglia, la mamma, il fratello”
Il timore dei pensieri costringe la mente sullo sbilico a cercare impegno e attività incessantemente, in ogni momento. Il vuoto è rischioso.
“È pericolosissimo, per me, aspettare senza far niente. I pensieri non cercano altro che la mia immobilità per arrivare.”
La metafora para kafkiana offre una forma ai momenti in cui Alcide si perde e devono intervenire tutti gli altri e tutti i rimedi farmacologici e no che la scienza e l’esperienza hanno messo a disposizione.
“Mi sento una tartaruga ribaltata incapace di girarsi da sola”

Dalla narrazione di Pierantozzi emerge forte l’immagine, la funzione, della mamma, in questa vicenda umana. La mamma che definisce il suo “essere umano prediletto”.
“A trentanove anni per tacitare i pensieri ho bisogno della mamma. Se scorgo una macchiolina sul braccio, o se percepisco un linfonodo gonfio sul collo, mi faccio controllare da lei. È piú facile per entrambi, considerato che se mi guardassi da solo potrei pretendere di andare subito al pronto soccorso o da uno specialista.”
“Gli occhi mi s’inazzurrano mentre la osservo sfogliare le pagine sotto il cielo che, dopo l’alba, sembra essersi appena lavato la faccia, e il sole scivola dai calanchi alla spiaggia.”
In questa ottica di dipendenza dalla madre, diventa cruciale anche la problematica riassunta nella definizione “dopo di noi”, anche nella lucida consapevolezza dello stesso Pierantozzi che scrive alcune delle pagine più belle e poetiche immaginando un servizio di clonazione della mamma per l’eternità, di là dall’oceano, dove il futuro arriva sempre un po’ prima.
Ma questo amore puro e assoluto non preserva la mamma dal diventare anche la vittima umana prediletta nella crisi.
“Poi il bipolarismo che il medico chiama di tipo 1, e che mio padre chiama cattiveria, deflagra. Davanti a tutti. Esplode contro la sola persona al mondo per cui morirei adesso, erompe per una fetta d’anguria. – È colpa tua se sono diventato impotente! – le urlo davanti a tutti alzandomi in piedi.
So che non è vero, niente di ciò che dico in questi momenti è vero, so che dico il contrario esatto di quello che penso e lo dico a sfregio, sperando che l’esagerazione ne smascheri l’insincerità. La forza della malattia è tutta qui, in questa possessione verbale che gli altri non accettano.”
Gli altri non accettano, soprattutto il padre non accetta, definito in tutto il racconto con l’epiteto sprezzante di “negazionista”.
“Il Negazionista continua a guidare nel traffico, nemmeno mi degna di considerazione”
Ma non è solo il padre. Tutto il mondo, scuola, famiglia, palestre, lido, qualunque luogo dove una interazione con gli altri – l’inferno, diceva Sartre – è inevitabile, e che circonda un abitante del pianeta Asperger, bipolare per sovrappiù, non riesce a rendersi conto del travaglio, della logica autopunitiva, della insostenibile esagerata reattività a umori, rumori, odori, e parole – ancora tornano le parole – anche parole immaginate, soltanto immaginate.
“Non era cosí per gli altri, adulti o bambini. Non c’era nessuno che sentisse le cose in modo cosí esasperato davanti a quei doppi tuorli e al guaito della spugna.”
“Sebbene abbia imparato a non farci caso, ci sono situazioni dove – se le medicine non hanno fatto effetto – una parola anche solo immaginata riesce a provocare automatismi di pensiero che da un dettaglio irrilevante mi spingono verso una ridda di congetture. Figuriamoci cosa può combinare una parola reale”
Il mondo che accoglie un soggetto in bilico sullo sbilico, inconsapevolmente – a volte – involontariamente – sempre a volte – diventa elemento portante di un disagio. Ogni atto, distrazione, silenzio, o parola di troppo, può diventare un altro mattone nel muro della sofferenza.
“Sono piccole contrarietà di ogni giorno, piccole carenze nella struttura sociale, piccole truffe e scorrettezze quotidiane in seno alle quali è cresciuta la mia malattia (…) Io e la mia follia dobbiamo fare quotidianamente lo slalom tra le inefficienze degli altri: giorni interi buttati perché qualcuno mi ha imposto la sua musichetta o la sua aria condizionata.”

“Ma che ne sa il gestore del lido cosa significa sentirsi abusivi nel mondo dei sani e dei normali? (…) che ne sa cosa significa non aspettarsi piú niente di grande, ma solo una serenità piccola, da cistoscopia, una salute piccola, un amore piccolo per un tempo minimo?”
Insomma, una vita medicalizzata. Una vita in cui anche le pulsioni naturali, come la sessualità, diventano fonte e ricettacolo di disagio. Il racconto di Pierantozzi è fin troppo trasparente sulla sua sessualità, con la crudezza che il tema merita, che le parole scelte, parole assolute, come le chiama lui, rendono visibile e sensibile al lettore.
“Mi dicono i medici: dovrai convivere con la terapia per sempre. E con gli effetti collaterali, le code a sonagli delle serpi. Per sopportarli bisogna organizzare la giornata intorno a loro. La sonnolenza è continua, la bocca è sempre secca e calcinata. La ritenzione idrica, la sudorazione notturna, la nausea, i conati a vuoto, i rimorsi di coscienza, l’intensità suggestionata con cui m’imbambolo, i problemi di minzione, diarrea e stitichezza alternati, i controlli ciclici al cuore, i discorsi blateranti, l’impossibilità di bere alcolici, la rinuncia al mio lavoro e le disfunzioni sessuali in una vita che è diventata essenzialmente un lungo viaggio in cerca dell’accendino.”
Nonostante la pervasiva medicalizzazione degli atti della vita quotidiana, misurati in pasticche e frazioni delle stesse, l’eccessiva sensibilità sviluppata sotto la sottilissima pelle del disagio, non risparmia neppure la condanna all’ipocondria, esasperata, estremizzata, insostenibile anche per chi vive vicino, sullo stesso sbilico.
“Non riesco nemmeno a guardare un film per paura di scoprire un melanoma sul labbro degli attori.”
Non è la follia aristocratica dei personaggi pirandelliani. Non è un vezzo letterario poetico maledetto, di un’anima sensibile. E’ crudamente una disabilità, che agisce in ogni pensiero – soprattutto – e in ogni azione di chi vive sullo sbilico. La sostanza della propria anima.
“Ecco cos’è l’inconscio, qualcosa di cui ci rendiamo conto perché ci si rivela all’improvviso, non un substrato che rimane nascosto per sempre. L’inconscio è una presa d’atto molto concreta, è essere certi dell’impossibilità di passare tre minuti o tre mesi con i bassi di una brutta canzone nelle orecchie non per capriccio, ma per disabilità”
Non c’è spazio per la speranza, non è ipotizzabile una guarigione.
Bisogna, però, riconoscere che non si annida vittimismo nella narrazione di Alcide Pierantozzi. Nè si rappresenta inutile eroismo nella vita quotidiana. La descrizione è oggettiva, emotivamente complessa. La padronanza delle parole offre a noi lettori un punto di vista privilegiato, un vero e proprio oblò aperto sul disagio.

Non voglio evitare l’argomento dell’autofiction e della sua inevitabile lontananza dalla letteratura vera e propria. Siamo in ambito Strega e ricordiamo il meraviglioso libro che qualche anno fa vinse postumo il Premio Strega, pur non essendo letteratura.
Il racconto di Pierantozzi non è autofiction, non ne ha i caratteri. Non è un diario. La materia che tratta è viva e pulsante e rischiosissima. Nessuno potrebbe affacciarsi da quell’oblò senza il racconto così animato ed emotivamente complesso che la maestria letteraria e la padronanza delle parole consentono all’autore.
E’ letteratura costruita sul baratro di una vita in bilico, e della letteratura conserva anche l’intento funzionale, l’indicazione di una verità, di una via per il lettore. Ce lo dice proprio lui stesso, Alcide Pierantozzi, in una pagina precisa, in cui mostra al lettore l’oblò, indica la maniglia e il suo funzionamento e mostra la vastità del mare, che ci era nascosto, dell’impegno che richiede trovarsi al cospetto di chi vive ogni momento Lo Sbilico:
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi.”
Non so se vincerà lo Strega questo libro, ma merita di restare nella cinquina prossima ventura, merita di far parlare ancora di sé, deve continuare a mettere in discussione il mondo e mostrarne quella parte che nascondiamo dietro un oblò.
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