No grazie, sono allergico alla cipolla – Fiori per Algernon di Daniel Keyes – Editrice Nord

Mi piace mangiare bene. Non necessariamente tanto, anche se il mio aspetto direbbe altro, ma bene sì. I piatti devono essere curati, ingredienti ben mischiati, condimenti misurati e non invadenti, offrire esperienze anche curiose, ma soddisfacenti. Eppure anch’io ho le mie preclusioni, le mie idiosincrasie alimentari. Poche, ma le ho, per esempio i carciofi, o la cipolla.

Questo blog però non si occupa di gastronomia o food porn, si occupa di tante cose, ma non di questo. 

Per esempio si occupa di libri. Da appassionato lettore di libri ne leggo tanti e cerco sempre di variare, ricercando la stessa cura che mi aspetto in cucina. Inevitabilmente però, anche tra i libri ho le mie idiosincrasie, più o meno giustificate o fondate. Per esempio la fantascienza.

Un limite forte, una incapacità di fondo a farmi attirare da storie che stressano il confine tra presente e futuro, prevalentemente tecnoscientifico. Ho molti amici che provano a farmi comprendere che la mia pretesa allergia alla cipolla fantascientifica è solo un pregiudizio e con regali o consigli, e qualche forzatura vera e propria, mi portano sempre a ricredermi. Poi il tempo passa e di nuovo mi sembra di essere allergico alla cipolla.

Il libro di cui mi occupo oggi è nato con me, nel senso che fu pubblicato negli USA nel marzo del 1966, quindi pensato, elaborato e rifinito mentre anch’io maturavo nel ventre di mamma. Lo hanno definito un romanzo di fantascienza – e forse proprio per questo sono passati sessant’anni senza che io lo incrociassi – ma è una definizione fuorviante e proveremo a capire insieme perché la cipolla c’è, ma non si sente.

Fiori per Algernon di Daniel Keyes, oggi in Italia lo troviamo nel catalogo Editrice Nord. Non sempre ha avuto questo titolo uguale all’originale, per qualche anno e per qualche edizione si è chiamato I Mondi di Charlie Gordon, che un po’ di retrogusto alla cipolla lo lascia.

Fiori per Algernon è un romanzo in forma di diario. Già questo è un elemento identificativo importante e caratterizzante. La vicenda umana del protagonista, Charlie Gordon, appunto, è raccontata da lui in prima persona, con il suo modo di scrivere, con la sua reattività a ciò che avviene. Di tutti i fatti che avvengono negli anni raccontati dal romanzo non ne abbiamo altra versione, altri elementi oltre quello che ci racconta lui. Come avviene nell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza che tace assolutamente di tutto quello che avviene e che la protagonista non vede, sente o conosce, soprattutto nelle sue crisi di assenza.

Ne consegue un effetto irresistibile di identificazione che progressivamente cresce e accompagna l’evoluzione della vicenda. Noi siamo Charlie Gordon.

Il pretesto narrativo è un esperimento disumano e atroce, come si rivelerà alla fine, tentato su di un uomo particolare, un uomo con deficit cognitivi molto importanti da ritenerlo sciocco, tanto da diventare subumano: Intervenire chirurgicamente sul suo cervello, “guarendo” la sua incapacità cognitiva e offrendogli la possibilità di imparare e portare il suo QI a livelli stratosferici.

In quegli anni non si conoscevano ancora gli sviluppi di Goleman sull’intelligenza emotiva, né si conoscevano affatto gli sviluppi che gli algoritmi e i LLM avrebbero impresso allo studio di questi argomenti, che possiamo riassumere nella definizione così di moda dell’IA, la cosiddetta Intelligenza Artificiale. In quegli anni ancora ci si confrontava sul valore effettivo delle scale di QI per misurare e dare un valore all’intelligenza umana. Possiamo, quindi, comprendere quale fosse l’intento neanche tanto nascosto dell’autore. 

Mostrare l’insufficienza di queste misurazioni per prevedere il reale successo nella vita, che non basta essere “intelligenti” per essere uomini di valore e di successo. In altre parole, Hitler era stato sicuramente una persona intelligente, ma non poteva essere considerato un esempio fulgido da seguire.

La forma diaristica è proprio strutturale e connessa alla trama della vicenda. Sono, infatti, gli scienziati che lo prendono in cura a prescrivere a Charlie la stesura di periodici “Rapporti di Progresso”, attraverso cui estrapolare cosa avviene dal di dentro, come si comporta il cervello “aggiustato”. La parabola di questi “Rapporti” costituisce tutto il racconto. 

Una intuizione geniale, che offre la possibilità a Keyes di approfondire l’introspezione psicologica e descrivere il processo con una crudezza e una ricchezza di dettagli che altrimenti non avrebbe potuto raggiungere. Se fantascienza vi è in questo libro, non è nella pretesa scientifica – di fatto mai descritta davvero – di riparare il tessuto cerebrale, che oggi ci sembra più facile, ma che nel 1966 doveva davvero sembrare una magia impossibile. La fantascienza di questo libro è psicologica e letteraria, proprio questo insieme di introspezione psicologica e di narrazione intima e in prima persona, che davvero deve essere apparsa ancora più futuribile sessant’anni fa.

La fortuna editoriale di questo libro mi porta a sentirmi libero di trattare anche particolari della trama senza preoccuparmi di anticiparla troppo, perché credo di essere davvero rimasto uno dei pochi a non averlo letto finora. Ciononostante mi imporrò alcune prudenze per lasciare a chi vorrà leggerlo il gusto di farsi attraversare dalla vicenda e dalle emozioni che suscita.

La vicenda di Charlie è affiancata per tutto il libro da quella di Algernon, il topo da laboratorio su cui era stata sperimentata la tecnica chirurgica poi applicata a Charlie. Il topo Algernon così diventa uno specchio anticipatore di ciò che avverrà a Charlie nella parabola a cui va incontro. Tra l’uomo e il topo, entrambi “vittime” dell’azzardo scientifico, si sviluppa una vicinanza e una empatia che non può lasciare indifferenti i lettori, tanto da meritare il titolo al topino bianco.

Man mano che Charlie sviluppa conoscenze e capacità cognitive superiori, che trovano traduzione nella qualità dei “Rapporti”, il suo sguardo sugli altri cambia, evolve, cresce, ma non significa che migliori. La sua sostanziale inossidabile ingenuità, che gli derivava dall’ignoranza e dalla assoluta mancanza di malizia, gli faceva vedere tutto bello e gli consentiva rapporti fiduciosi con i suoi vicini, parenti, conoscenti e amici. La consapevolezza crescente e la maggiore intelligenza sviluppata lo porta a riconsiderare gesti, parole e atteggiamenti degli altri. Riscrive tutta la sua storia. Gli si rivela una parte di verità che non sospettava. 

Ai tempi della ridotta intelligenza e dell’ignoranza sentiva amore negli altri e provava amore verso gli altri. Accetta di sottoporsi all’esperimento perché crede di accrescere i sentimenti degli altri diventando intelligente e, invece, scoprirà che con l’intelligenza questi sentimenti spariranno. Scopre l’esistenza di un trade off tra intelligenza ed empatia, che lo porta ad allontanarsi e isolarsi, anziché integrarsi maggiormente.

Il paradosso esplode in tutta la sua interezza e Keyes raggiunge l’obiettivo: il valore di un uomo non dipende dal suo QI, non dipende dalle sue conoscenze – e le conoscenze di Charlie sono diventate davvero enciclopediche. I rapporti umani si costruiscono su altre basi, non certo su questa base.

Accanto a questo tema certamente principale, emerge un’altra critica sociale fortemente radicata in queste pagine. 

Ricordando sempre che siamo a metà degli anni sessanta, la vicenda di Charlie Gordon ci rivela un altro vulnus della società del tempo:  il rapporto con la disabilità. 

Charlie come minus habens è un disabile a tutti gli effetti. Il disabile possiamo compatirlo, amarlo, sostenerlo, ma finché resta disabile – al “suo” posto, potremmo dire. Non ci passa neppure per la testa di accettarlo, di integrarlo, di compensare e rendere equivalente la sua condizione con la condizione cosiddetta normale. 

Per accettarlo dobbiamo pretendere che si uniformi al canone, che evolva a qualunque costo verso quello che ci si aspetta dall’abilità. Salvo poi sentirci addirittura traditi dal superamento che l’intervento raggiunge. 

Al vertice della parabola Charlie è più intelligente e sa più cose dei suoi parenti, dei suoi amici, dei suoi colleghi, degli stessi scienziati. Non è accettabile, non è tollerabile, i rapporti si incrinano, mutano pericolosamente.

Anche l’amore subisce le conseguenze di questa parabola, non resiste all’esplosione dell’intelligenza.

Charlie, da stupido, crede di essere ben voluto da tutti, scambia per amore la compassione e anche gli sberleffi. 

Charlie, da intelligente, è solo, irrimediabilmente solo, e ne diventa consapevole. 

E’ struggente il formarsi progressivo della sua auto consapevolezza.

Abbiamo parlato di parabola. Così la parabola, raggiunto il vertice, sviluppa il suo ramo verso il basso con la stessa pendenza e velocità con cui dal basso aveva sviluppato il percorso verso il vertice.

L’intelligenza e le conoscenze acquisite si rivelano temporanee, progressivamente si perderanno nuovamente. I “Rapporti” tornano rapidamente alle forme e al linguaggio dei primi. Il destino oltre l’esperimento sarà l’internamento in un ospedale dove la sua disabilità ritrovata non gli consentirà più nemmeno l’autosufficienza.

Questa fase appare ancora più struggente. 

Stavolta Charlie non è più ingenuo. Conosce il suo destino, sa cosa lo aspetta. Non lo aiuta per nulla la consapevolezza sviluppata in precedenza, anzi. Emerge un altro tema cruciale di questo libro: il potere della memoria. 

La memoria diventa una vera e propria dannazione. Star male ricordando che si è stati bene può diventare intollerabile.

Sessant’anni dopo cosa ci può dire ancora questo insolito romanzo fantapsicologico?

Ancora ci raffigura, ci rappresenta nella nostra disperata e vana ricerca di un posto nel mondo?

Sotto il profilo propriamente scientifico, i progressi della chirurgia e della medicina in generale, ci fanno sentire molto meno improbabile l’ipotesi di un siffatto intervento chirurgico. Se non è già possibile, mancherà poco alla riparazione o manipolazione accrescitiva del tessuto cerebrale e delle sue capacità. Ma sotto il profilo etico, oggi ci sembra molto meno desiderabile come soluzione. Si tratterebbe di una ipotesi di conformismo scientifico, di selezione della razza, di accanimento, di sostituzione del difetto con una assimilazione al normo tipo, e, per questo, inaccettabile.

La descrizione dell’intelligenza acquisita da Charlie, la forma stilistica e letteraria dei “Rapporti” di quella fase, invece, ci mostrano una profezia, credo inconsapevole, di Daniel Keyes. 

Quel linguaggio, quella moltiplicazione di conoscenze, di link, assomigliano pericolosamente agli algoritmi di cui ci circondiamo con una leggerezza disarmante. Charlie diventa un bot di quelli della specie di ChatGpt e simili. Accatasta, affastella conoscenze, impara a metterle in relazione, a costruire sistemi di sapere, ma questo non si traduce in un miglioramento dei rapporti con gli altri, e, soprattutto, non si traduce in un miglioramento per gli altri. Non suscita né prova empatia, pertanto, è inutile.

In definitiva, ancora oggi questo libro ci racconta nella nostra fragilissima condizione di esseri umani in cerca di identità. Problema che non abbiamo risolto.

Siamo quello che sappiamo? Quello che possediamo? 

“Cosa resta di me se perdo il successo e i soldi?” si chiede in questi giorni Madame nel suo nuovo album, come ci ha invitato a fare Daniel Keyes raccontandoci di Charlie Gordon.

A questo punto dell’analisi voglio tornare ad Algernon, il topo, perché rappresenta un perno intorno al quale ruota tutta la vicenda. Dicevamo che Algernon per tutta la vicenda rappresenta uno specchio per Charlie, anzi una palla di vetro dove vedere prima ciò che gli accadrà. Infatti, il topo anticipa tutta la parabola di Charlie, quindi, man mano che evolve, accresce la capacità di Charlie di prevedere anche la sua fine. La loro relazione diventa l’unica relazione che conti per Charlie, perché Algernon è l’unico suo simile sulla terra, l’unico che ha percorso tutta la superficie della parabola come lui.

Ecco perché Daniel Keyes affida a questa relazione le ultime parole del libro e ne estrae il titolo. 

“Per favore… se avete l’occasione mettete dei fiori sulla tomba di Algernon nel cortile.”

In questo ultimo messaggio di Charlie dai “Rapporti”, emergono due cose: 

  • l’approdo alla umanità, all’empatia, che il percorso fatto di crescita, memoria e declino raggiunge. La componente che era fin lì mancata;
  • la soluzione al problema dell’identità che avevamo lasciato poco più su in sospeso. Oltre il successo, oltre i soldi, resterà di noi quella coscienza, quella relazione, che rimane in qualcuno che vorrà portare dei fiori sulla nostra tomba.

Quante cose mi ha nascosto per sessant’anni questo racconto fantascientifico e fanta psicologico.

In conclusione posso solo ringraziare il gruppo di lettura che mi ha “costretto” ad aprire le sue pagine, nonostante la mia presunta allergia alla cipolla, e riconoscere che, forse al palato non si sente, ma la cipolla c’è, emana i suoi effluvi.

Altrimenti perché avrei pianto così tanto e irresistibilmente alla fine di questa lettura?

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri
📚

Gingolph arriva anche su WhatsApp

Ogni volta che su Gingolph nasce qualcosa di nuovo, te lo faccio sapere con un messaggio.

📲 Iscriviti al canale

Gratuito. Nessuna pubblicità. Solo libri, autori, recensioni e appuntamenti culturali.

1 pensiero su “No grazie, sono allergico alla cipolla – Fiori per Algernon di Daniel Keyes – Editrice Nord”

  1. Anche io leggendo questo libro mi sono commossa, davvero uno spaccato della società che ancora oggi fatica a vivere insieme alle persone considerate “diverse”… Se solo percepissimo le emozioni, le sensazioni di tutti sapremmo vivere umanamente!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *