I poeti sono cannibali? – Carne su un Altare di Elisa Cappello – Le Fate Editore

Quante volte ci è capitato da bambini di sfuggire ridendo insensatamente a qualcuno che ci urlava dietro per gioco “Ti mangio!”?

Una vorace manifestazione d’affetto che abbiamo a nostra volta usato per far ridere i bambini. Alla paura del lupo di Cappuccetto Rosso aggiungiamo (sostituiamo) la consapevolezza condivisa della minaccia finta che nasconde una dimensione fisica ed erotica del nostro rapporto con i bambini.

È altrettanto fisica, misurabilmente fisica, ed erotica la dimensione che Elisa Cappello indica nella sua nuova raccolta di poesie Carne su un Altare, pubblicata con Le Fate, la casa editrice iblea colta e raffinata.

Sta tutta in quella Carne che rimanda quasi al banco della macelleria, rossa, viva, pulsante, con il sangue che ancora la irrora ignorandone la morte.

Ed è questa Carne che Elisa Cappello depone su un Altare come dono, come sacrificio, come opportunità.

C’è un momento, verso la metà di questa raccolta, in cui Elisa Cappello scrive: “Se il Verbo si è fatto Carne / la Carne può farsi Verbo“. Due versi che varrebbero da soli come dichiarazione di poetica, come paradigma della lezione che questi versi insegnano alla loro autrice, e lei a noi, come bambini da educare.

Qui si comprende che il dono, il sacrificio, altro non sono che una straordinaria opportunità.

La Carne impara dal suo sangue, dalla sua fatica, il valore del corpo, della materia, della dimensione terrena, e scopre che in questa “riparazione”, in questa rimarginazione, in questa resurrezione sta il ponte con lo spirito, con l’infinito, con l’anima.

Carne e Verbo, insieme stanno, insieme sono, insieme vanno.

Il libro è organizzato in quattro sezioni — La Carne, L’Altare, La Madre, L’Oracolo — e questa architettura non è decorativa, è la mappa del processo di crescita, consapevolezza e ri-scoperta dell’essenziale.

Si parte dal fondamento, la Carne.

Nessuna volontà metaforica, o metonimica, o di altra ragione retorica. La Carne è proprio la carne, il corpo, la materia. Il sangue che stinge, che lava.

La materia che si mangia (come diciamo ai bambini), che sente gli schiaffi. Il chiasmo poetico tra poiesis e praxis. 

La Carne che è una, unica, materia umana, che accidentalmente assume sembianze singolari. Ma sono solo refusi di un linotipista distratto o il segno di una straordinaria eterogeneità?

La Carne è il sudore di bambini che si rincorrono tra i tavoli di una pizzeria, scoprendo che sudare insieme è la prima manifestazione dell’amicizia.

La Carne che con le sue ferite ha costretto la nostra natura divina dell’adolescenza a nascondersi nei sogni.

La Carne che ha bisogno del buio. Non esisterebbe la luce senza il buio, non esisterebbe il pane. Il buio feconda, opera, dà senso, fa compagnia.

Segue il momento dell’esposizione, l’Altare.

In questi versi la vita si impone sulla parola e diventa parabola. Ricorrono momenti vissuti, si intravedono riferimenti biografici, ma non sono costitutivi, rimangono strumento della poesia per mostrare il costrutto logico narrativo che si trasfigura in verso poetico.

Le parole che devono volteggiare sull’altare devono essere parole d’amore, perché solo l’amore dà vita e verità alle parole.

Come alla Carne serve il buio, alla vita serve l’inverno, che prepara, incuba, predispone, respira.

La vita dispersa nei divertimentifici, capodanni, ferragosti. Quanto spreco doloroso in un mojito!

La vita di Kaukana, dove tutto finisce per qualcuno e continua, rinasce, per gli altri, bambini, d’estate.

Poi il fulcro, il perno, il nodo di questa rappresentazione religiosa e laica del mistero divino della vita, la Madre.

Se Cristo può levarsi leggero sulle acque, la Madonna, Sua Madre, la Madre non può distaccarsi, differenziarsi, dalla fisica e dalla chimica del pianeta terra. La Madre è il contatto, il senso, il sangue della Carne.

La Madre è la guida, è la voce che ci conduce a quel miracolo consustanziale che ci rende uomini e Dio allo stesso tempo.

La Madre che sceglie, che reintegra la sua carne ferita, si alza da terra e diventa sontuosa dimora del futuro, della speranza.

La Madre che dissolve la paura insinuata dagli dei invidiosi, con il suo canto.

La Madre che è l’elemento di continuità del circo della vita, del tempo circolare. Motore che spinge e che traina, carrozza che viene trainata fino a raccoglierne l’eredità e ricominciare. Un affare di fimmine, di Meduse che trasformano il grembo in un altare e imparano dalla loro stessa carne l’arte di aspettare sotto la croce.

Come Madre è la lingua che appare qui e la, quando più intimo è il dolore, quando più alta è l’emozione, quando più ancestrale è il ricordo. La lingua siciliana che motteggia, ripete il simbolismo greco arcaico, che tira fuori il taglio di carne più pregiato, più tenero e più ricco.

In questo quadro materno e doloroso si inserisce l’unica poesia che voglio riportare qui come paradigma di questa operazione linguistica di Verbo e di Carne e come paradigma di tutta l’elaborazione poetica del libro:

Iu ti pinsava ‘nta ‘n fossu, papuzzu,

sulu, di tia, m’arristava u ritrattu.

Ma poi ti vitti, ca forsi era ‘n sonnu,

mentri facivi la strata i ritornu.

Ittata ‘n terra trimava di scantu

cu nu scurpiuni attaccatu ‘n to sciancu.

Tu mi ricisti “T’ha dari di fari,

si nun ti susi, ‘n ti pozzu aiutari”

Infine, l’Oracolo. 

La rivelazione. La divulgazione al mondo della scoperta incisa nella carne, fusa nel sangue, vibrante nell’anima che i versi precedenti hanno elaborato.

Come la raganella della copertina, magia, miracolo, tra Zampanò, Melquiades e il fabbricante di lacrime.

Come la musica che la primavera ha imparato per insegnarla a noi.

Come la voce che ciascuno di noi possiede e che dobbiamo sforzarci di riconoscere, di meritare.

Già altrove, ho riconosciuto a Elisa Cappello il dono della cura, quale modalità di esercizio di ogni sua attività umana (e ne intraprende tante e disparate, tutte con la stessa attenzione e la stessa cura).

In questa raccolta viene esaltata la dimensione terapeutica della sua cura. Attraversando i suoi versi secondo la mappa che ha amorevolmente predisposto per noi, sentiamo che il liquore di questi versi si adagia nella nostra carne e ci fa stare bene.

Un elisir di versi che dal dolore fa nascere, comprensione e speranza (almeno nei nostri bambini che sapranno fare uso del nostro travaglio).

Proprio dai bambini, Elisa prende spunto, dalla loro lingua vergine, libera, istintiva e non corrotta ancora. Spesso il processo terapeutico di questo libro ritrova nell’infanzia un momento cruciale, a cui tornare, da cui ripartire. Talmente cruciale il mondo dei bambini, da temerne la scomparsa.

Continuiamo allora a dire ancora ai bambini “Ti mangio!”, continuino i poeti a farsi ancora cannibali della nostra carne, se questa Carne su un Altare diventa la rappresentazione della forza della vita, che nelle sue stesse ferite trova la ragione e la forza di vivere, e, senza hybris, ci insegna a essere umani, e regala alla nostra umanità quella goccia di splendore che ci completa.

Ieri sera, con una breve contenuta tregua dal caldo infernale di questa estate, nella Chiesetta Sconsacrata di Villa Ortisi a Siracusa, abbiamo battezzato (absit iniuria verbis) questa raccolta di versi di Elisa Cappello.

Un pubblico nutrito e appassionato ha seguito la nostra conversazione con la poeta, che ci ha raccontato tratti del percorso in cui ha maturato questi versi.

L’incontro è stato impreziosito dagli alti interventi del prof. Antonio Sichera, docente di letteratura moderna all’Università di Catania, che ha anche donato una sua prestigiosa prefazione al libro, e del Prof. Giovanni Salonia, nume tutelare della psicologia gestaltica.

Il prof. Sichera ha riconosciuto il valore della tensione filosofica pratica e tutt’altro che teorica che emerge da questi versi, tanto da definirli un manifesto politico utile per la rifondazione della politica stessa, attraverso la funzione unificante della carne, della corporeità, resa sacra da questa poesia, per sconfiggere le divisioni e le lacerazioni del mondo.

Il prof. Salonia ha intrecciato i versi di Cappello con le sue profonde e suggestive riflessioni, ricavandone la pienezza di senso e la forza e il valore pedagogico, facendone una corona, con cui ha laureato poeta la nostra Elisa.

A conferma della potente semplicità e della profonda pienezza di senso dei versi di Elisa Cappello, registriamo un suggestivo momento a chiusura dell’incontro in cui alcuni tra gli spettatori hanno letto i versi del libro, identificandosi nell’emozione e nel percorso di consapevolezza che la poeta ci ha illustrato.

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