Turbamenti per un Quartz – Un’amicizia di Silvia Avallone – Rizzoli

Comunque chi non ha avuto un Quartz, grigio rosa, non può capire fino in fondo questo libro. Dopo il risicato successo dello Sfera, la Piaggio decise di lanciare sul mercato una versione più evoluta, che chiamò Quartz. 

Un cinquantino goffo di scarso successo.

Dal canto mio, la mia adolescenza si era in parte sbloccata, quando mia mamma, superstite, aveva deciso di accontentarmi e di comprare “il motorino”. Un Sí blu Piaggio, con cui cavalcai verso la mia maturità fino a quando, alcuni anni dopo, una sera d’estate mi fu rubato.

Finiti gli studi e trovato il lavoro era giunto il momento di riscattare il furto e ricomprare uno scooter (motorino era ormai generazionalmente passato di moda). Scelsi il Quartz. Lo ordinai ed attesi qualche settimana la consegna. Nella mia città ne arrivarono due grigio rosa, uno era mio. Non ne arrivarono mai più altri.

Ero già un uomo, avevo attraversato lutti, dispiaceri ed esami universitari a Catania. Niente mi poteva più scalfire. Ma immagino che per una quattordicenne sgangherata, catapultata in una città diversa dalla sua, non poteva essere altrettanto facile sfrecciare per le strade, parcheggiare a scuola, con un Quartz…

Il primo incontro con Silvia Avallone lo abbiamo avuto sul divano rosso della Dandini in seconda serata (Parla con me) circa dieci anni fa.
Ci colpì lei, ci colpì Acciaio, divorato nei giorni successivi.

Quella giovane scrittrice è poi cresciuta fino all’emozione grandissima dell’ultimo Da dove la vita è perfetta.

Esiste un punto da dove la vita è perfetta?
Cosa rende la vita degna di essere vissuta?
Cosa ci è veramente indispensabile?
Silvia Avallone ci racconta alcune storie che si intersecano in una Bologna complicata. Prova a rispondere a queste domande con fermezza narrativa, con crudezza descrittiva, con appassionata partecipazione.
Definitivamente l’autrice che da voce alle periferie.
#straziantemeravigliosabellezzadellavita

Mia recensione di quando questo blog ancora non esisteva

Sin dalle prime notizie sulla preparazione del romanzo e sulla sua imminente uscita mi sono preparato alla lettura. Mi aspettavo un ulteriore passo avanti nella crescita narrativa di Silvia Avallone. Mi ci sono avventato. Sono stato sorpreso.

È riduttivo pensare che Un’amicizia sia l’ennesimo romanzo di adolescenza e periferia. Queste materie le tratta con la consueta felicità stilistica, con la consueta maestria narrativa, ma c’è altro.

È un romanzo di libri, letti e da leggere, scritti e da scrivere. Un romanzo con la bibliografia (c’è pure un riferimento a Sanguineti e al Gruppo 63).

Ci si interroga sul perché si legge.

“Perché si legge? Perché non rimane altro.”

Ci si interroga sul perché si scrive.

“Il lusso di scrivere è salvare, dice qualcuno, così adesso, anziché alzarmi dalla scrivania, preparare qualcosa per cena che è tardi, resto un altro po’ al computer, indugio in quel momento pieno di bellezza in cui li vidi ballare, lui con una specie di smoking, lei con il vestito verde a balze, al Babylonia, la pista mezza vuota, le luci sempre più basse. Scrivo una frase in cui Carmelo non può morire, mia madre soffrire e il tempo proseguire fino a qui, dove mi trovo: sola, in silenzio. Il presente.”

È una riflessione più complessa, spacciata per racconto di vite ordinarie.

Il racconto di giorni vuoti, che teoricamente dovrebbe annoiare, dovrebbe sfuggire alla definizione di letteratura, ed invece, si materializza, si riempie di corpo, di senso. Non ci sono avventure fantastiche, oltre il furto di un paio di jeans. Non ci sono eroi o eroine.
Ci sono due donne in formazione, circondate da assenze, da vuoti.
Ci sono due orfane (in senso lato) che non hanno niente di speciale e non vivono una vita speciale, ma che, come tutti gli orfani, si riconoscono e le loro emozioni diventano speciali e ci raccontano la vita.
Ci sono quattro genitori, poi addirittura cinque, che non sanno colmare alcun vuoto.

In queste settimane torna in tv la famiglia Pearson di This is Us. Anche in quella serie le stagioni che si susseguono (siamo alla quinta) ci raccontano le vicende di una famiglia normale, vicende normali, ordinarie, non ci sono supereroi, non ci sono gangster, non ci sono super poliziotti, ci siamo Noi. È uno specchio della nostra vita. Per questo motivo ci coinvolge, ci emoziona, ci appassiona, ci fa discutere, ci fa superare anche i lockdown.

Anche in questo romanzo ci specchiamo. Nel mio caso mi sono trovato a rivivere la mia adolescenza orfana in una famiglia spezzata, aggregata sul polo superstite, e mi sono ritrovato nella mia dimensione di genitore (sempre inadeguato, anche quando i poli sono ortodossamente due) di figli adolescenti.

Una doppia identificazione, una doppia emozione, come quella che Elisa vive nei suoi giorni di interferenza tra passato e presente di fine 2019, nella finzione metaletteraria.

Quanto abbiamo sofferto per non essere riusciti a superare certe rigidità nell’esplorazione dei sentimenti. Quanto soffriamo nel vedere i nostri figli ripetere i nostri errori, e commetterne altri che non avremmo mai sospettato.

D’altronde la rigidità emotiva e sentimentale sembra proprio la più diffusa malattia esantematica dell’adolescenza, da cui non tutti si riprendono, per sfuggire alla quale ci inventiamo luoghi e modi di fuga disperata dalla realtà.

…pensai sul serio di abbracciarlo. Poi papà si voltò e io m’irrigidii.

Silvia Avallone l’adolescenza ce la racconta fin dal primo romanzo e sempre meglio. Quasi che uscire dall’adolescenza sia un percorso letterario, una operazione che ha bisogno della letteratura, forse la sua personale terapia per curare quella malattia esantematica.

Dicono che l’adolescenza sia anche il periodo in cui definiamo chi siamo. Ma qui non c’è alcuna amica geniale, non siamo nella Napoli della Ferrante (anche se la Ferrante della Vita Bugiarda compare tra le letture di Elisa). Elisa e Beatrice sono diverse, diversissime e rispecchiandosi l’una nell’altra si ridefiniscono e prendono la loro strada. Ognuna con una consapevolezza diversa, una con cinica e fredda determinazione, l’altra per risulta, per reazione, per ineluttabilità, segue la sua strada come una cavia in laboratorio.

La frase che ho appena scritto è molto ambigua, chi è la fredda e cinica, e chi è la cavia da laboratorio? 

Anche in questo romanzo le apparenze ingannano. Si sentono due fortissimi echi letterari (lo abbiamo già detto che è un romanzo pieno di libri?).

La prima è la Tereza dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, la seconda è Briony, la giovane protagonista di Espiazione di Ian McEwan.

La vicenda che ci appassiona viene vissuta, ricordata e raccontata da Elisa. E’ lei che decide quali passaggi evidenziare, quale realtà dissimulare sullo sfondo. Distribuisce premi e colpe, assolve e giudica. Proprio come la Briony di Espiazione ci conduce per tutto il romanzo a zonzo nella storia, nelle guerre, nei palazzi di famiglia solo per espiare la sua colpa originaria.

Così come Tereza di Kundera, anche Elisa, vive totalmente incentrata su di sé, sulla sua sofferenza, sulla sua pretesa meritata ricompensa che non arriva mai, sul suo rancore  verso la immeritata felicità altrui. Tutta presa dai suoi dolori, non sente, non vede, non annusa il dolore degli altri. Armata della sua sbandierata inferiorità, pretende di imporre il suo copione a tutti gli altri. E ci riesce. Anche nella notte dei Mondiali del 2006.
Laddove Beatrice vive la parte che sin dalla nascita sua madre le ha scritto e sceneggiato, inesorabilmente.

Quindi, chi è la più cinica tra Elisa e Beatrice? Chi è la cavia?

Un’amicizia è anche un romanzo, quindi, in cui si ragiona sugli intrecci tra finzione e realtà, tra “menzogna e sortilegio”, sugli intrecci tra vita e morte. In cui ci si interroga sull’evoluzione digitale. Osserviamo  il mondo passare dalla carta ai social. In questi passaggi epocali emerge netto il contrasto tra letteratura e social network.

“Ma sono proprio inconciliabili, secondo lei, letteratura e social network? Chi dei due mente di più?» Di pancia ho risposto: «Sì, sono inconciliabili». Poi ho corretto il tiro: «Forse, però, un punto d’incontro segreto c’è… Prova a stanarlo tu».”

Il contrasto tra letteratura e social network è l’archetipo della relazione Elisa Beatrice. Il piano di lettura diverso, l’allegoria di Eros e Thanatos.

“Per quanto oggi vada a dire in giro che leggere è una perdita di tempo, che lei ha un impero da mandare avanti e i romanzi sono tutte fesserie. Mente. Come mento io. E niente è più erotico di una menzogna.”

Il punto di incontro segreto c’è. Noi lo abbiamo stanato. Ci ha guidato Silvia Avallone a trovarlo. Gli indizi li ha disseminati lungo tutto il romanzo.

Più volte le due ragazze si specchiano l’una nell’altra, più volte Elisa ci racconta la loro differenza, più volte noi sospettiamo che un tratto comune nel substrato ci sia. Lo sentiamo. Lo sappiamo, siamo i lettori.

Beatrice nella costruzione della sua immagine social, fatta in tanti anni di più o meno oscura gavetta web e fotografica, in un momento di lucidità spiega ad Elisa, che non occorre sbattersi ad inventare storie per avere successo nel web, nei social

Ciò che interessa sono io 

Ai suoi famelici followers interessa (ed interesserà) solo lei. Curiosamente, morbosamente, vorranno sapere tutto di lei, conoscerne gesti, atti, mode, pose. Giudicarla, amarla odiarla, divorarla. Beatrice lo intuisce con largo anticipo e costruirà un suo simulacro di immagine e lo lascerà conoscere, giudicare, amare, odiare, divorare.

Elisa, in un altro momento, confessa a se stessa che poesie, storie e racconti (anche le recensioni, se pur modeste come questa) si scrivono in fondo per parlare di sé. Per lasciare trasparire una nostra immagine, nobilitata, nella segreta ed inconfessata speranza che sia amata, che noi siamo amati attraverso quella figura in cui lasciamo le nostre tracce.

Qui è il punto d’incontro segreto. Sia nella letteratura che nei social network (a qualunque livello venga esercitato, anche per una influencer star come Beatrice Rossetti) rappresentiamo il simulacro, la figura, che abbiamo creato intorno a noi stessi, lasciando la persona viva, pulsante, vera, con i suoi errori e le sue contraddizioni, sepolta sotto la rappresentazione, inconoscibile ai più, immeritata dai più.

“Perché qualcuno dovrebbe conoscere la realtà? Nessuno la merita, eccetto te».”

Infine Un’amicizia è un romanzo di tradimenti. 
D’altronde la letteratura è la nostra sponda assolutoria. La grazia del Capo dello Stato che ci rimette le nostre colpe. Che ci perdona, perché è la nostra natura, la nostra necessità. 

Devi tradire chi ami per scoprire chi sei. 

E poi scrivere un romanzo in cui assolvi il tuo tradimento, con cui dare la colpa dei tuoi tradimenti all’umiliazione di un Quartz grigio rosa.

Che ne penso?

Mi ha sorpreso il nuovo romanzo di Silvia Avallone.

Mi è piaciuto molto Un’amicizia, il nuovo romanzo di Silvia Avallone.

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