Santa Lucia, le bancarelle e gli imbonitori da fiera

La mia generazione ha avuto la fortuna di vivere in un tempo in cui le feste rionali o di paese erano ancora un importante momento social. Se poi erano figli della massiccia inurbazione del tempo, avevano la doppia fortuna di vivere come proprie anche le feste dei paesi di origine della propria famiglia. 

La mia infanzia era scandita dalle feste religiose del paese di mia nonna. Mia nonna aveva un “negozio” (definizione amplissima che comprendeva le più disparate categorie merceologiche) nella via principale del paese, subito a ridosso della piazza dove si svolgevano tutte le feste, e dove si posizionavano tutte le bancarelle. Novelli Melquiades, i giovani bancarellari offrivano ogni tipo di dolciumi e meravigliosi e colorati giochi che andavano dalle pistole, ai tirassegni, a quelle eliche che schizzavano altissime in cielo e ricadevano altrettanto precipitosamente sui malcapitati passanti, vestiti a festa.

Forse da questa ravvicinata frequentazione discende la mia insana passione per gli imbonitori da fiera. Personaggi improbabili, che urlano, smaneggiano gli oggetti in vendita, ne illustrano le caratteristiche mirabolanti, ne dimostrano la ultraterrena indistruttibilità.

Come ogni anno, nella settimana che la nostra Santa Lucia sverna nella Sua Basilica, la più grande ed omonima piazza della città si riempie di bancarelle di ogni tipo (e di questi veri e propri artisti di strada che sono gli imbonitori da fiera).

Anche oggi sono rimasto pitonizzato ad osservarli. 

Uno sporcava indecorosamente un lavello in acciaio, lo incendiava addirittura, salvo poi restituirgli la verginità lucente, grazie ad una pasta di cristalli di qualità germanica. Il colpo di teatro si realizzò, quando pretese da un avventore la sua fede matrimoniale, con pochi sapienti gesti, e poche tracce della pasta di cristalli (la confezione piccola dura sei mesi almeno!) la trasformò in un accecante piccolo sole e mostrò a tutti la vergogna del panno sporco.

Un altro dimostrava il portentoso potente getto di acqua demetallizzata, che fuoriusciva da una doccia dal corpo trasparente, nel cui cavo microgranuli magnifici trattenevano tutte le impurità. Un sistema di ricircolo dell’aria, sempre nel corpo cavo, spingeva il getto al di là della pressione di arrivo, moltiplicandone l’effetto ammorbidente (Senta pure l’effetto sulla sua pelle signora!). Il doccino tutto smontabile per una più efficiente pulizia è fatto di un materiale indistruttibile. Un vero colpo di teatro quando con tutta la sua forza lo ha sbattuto violentemente contro un tavolo di ferro per alcune volte, spaventando i bambini, ma il doccino è rimasto integro.

Un vero godimento assistere a questi veri e propri spettacoli artistici. Come ogni volta dimentico gli errori passati e ci casco e compro quasi tutto. 

Ma, intendiamoci, non compro gli oggetti, spesso davvero farlocchi, inutili ed inutilizzabili. Non mi interessano proprio. Compro le performances, la capacità di farmi immaginare mondi di ordine e pulizia indistruttibili e conseguibili senza fatica, compro l’illusione.

Oggi in piazza Santa Lucia sono tornato bambino tra le luci, gli odori e i suoni della festa. Sono tornato a quel giorno quando da una bancarella della piazza mia mamma ascoltò un 45 giri, Spacer di Sheila and B. Devotion, un altro dei progetti degli infaticabili Nile Rodgers e Bernad Edwards, gli CHIC (ma allora non lo sapevamo), e me lo comprò come regalo della festa, assicurandomi che mi sarebbe piaciuto molto, ma in realtà era piaciuto a lei (imbonitrice da fiera!).

Chissà se vedeva già l’immagine, che oggi ricordo nitidamente, di mio padre muoversi a tempo di shake, mentre lei gli si opponeva, roteando i pugni tra loro, prima in alto a destra e poi in basso a sinistra, entrambi felici, smemorati e illusi nella danza.

Ancora una volta Santa Lucia ha fatto luce nei miei pensieri e nei miei ricordi, insegnandomi che l’illusione e la memoria si elidono. Solo ricordando consapevolmente possiamo evitare l’imbonimento dell’illusione.

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