Giuseppe e Maria, la notte di Natale del 1887, in un paesino siciliano lontano da Sondrio

Sarà una lunga notte Mastro Giuseppe. Preparatevi a non dormire in questa Santa Notte di Natale. Gli aveva detto Melina la levatrice.

Mastro Giuseppe, seduto al tavolone spesso, di legno massiccio, dove mangiavano tutti insieme, guardava Vita, la grande dei suoi figli, che dava una mano a sistemare i fratelli. Bella cena della vigilia avevano fatto!

Appena prima delle otto erano cominciati i dolori e Vito era andato a chiamare la levatrice.

Maria aveva avuto tutti parti facili. Quella era la decima volta che partoriva. Mastro Giuseppe aveva pensato che si sarebbero sbrigati entro la mezzanotte ed aveva preparato Giuseppina, Vincenzino e la piccola Nunziatina per festeggiare il nuovo arrivato, portando con significato particolare il piccolo bambinello di legno smaltato nella mangiatoia del presepe maestoso, tutto in legno pregiato, che avevano realizzato due anni fa con Vito, nella falegnameria, per festeggiare l’ottima annata dell’impresa.

Il 1885 era stato un anno d’oro per la falegnameria di Mastro Giuseppe. Finalmente quell’anno la loro falegnameria di Pietragrossa aveva superato l’altra falegnameria dei cugini dell’Abbazia. Mastro Giuseppe era l’ultimo della famiglia e aveva voluto a tutti i costi mettere su la sua falegnameria. Si stava finalmente affievolendo la fama della maestria di suo padre, buonanima, Mastro Vito, di cui si erano appropriati suo fratello Gaetano ed i suoi figli, e lui e suo figlio Vito si facevano largo nel paese.

Guardava Vito, aveva già ventun anni, anche lui in ansia per la mamma. Si stava facendo un bell’uomo. Alto, con un taglio di capelli spagnoleggiante, e questo baffo malandrino, attirava tutte le ragazze. C’era quella Agata, la figlia dell’altro falegname che se lo mangiava con gli occhi. A Mastro Giuseppe non sarebbe dispiaciuta, erano brave persone gli Stancanelli, e Mastro Pietro era stato sempre puntuale per alcune lavorazioni che gli avevano affidato.

Quando i bambini andavano a giocare di là, nella sala calava un silenzio molto teso. Questo silenzio squarciò Cettina, litigando con la sorella più grande. Da quando aveva fatto diciott’anni era diventata intrattabile. Vito la buffuniava che era innamorata di suo cugino Vincenzo, ma quello manco la scopriva. 

Mastro Giuseppe zittì tutti con un cenno della mano. Dalla stanza da letto era giunto un pianto di neonato. La zia Tanina, annunciò che in quella notte di Natale del 1887 era nata Maria.

Come un lampo nella mente di Mastro Giuseppe passarono le nove volte che gli era già successo, in venticinque anni di matrimonio con la sua Maria. Dopo il lampo il tuono, si ricordò di Rosa e Concetta, entrambe morte a due anni e mezzo per quella maledetta influenza. Rivide anche le testa piena di sangue di Vincenzo, tre annuzzi, caduto dalla finestra della cucina in un attimo di distrazione. 

Melina però non usciva con la bambina. Vita, ventiquattro anni, già mamma a sua volta del piccolo Giuseppuzzu che era rimasto a casa con la nonna ed il padre, si fece coraggio ed entrò. 

Nunziatina si era addormentata. Vito, Cettina, Vincenzino e Giuseppina aspettavano intorno a Mastro Giuseppe, con il cuore scuro ed il fiato sospeso.

Vita tornò con la faccia bianca come la farina. ‘A mamá nun si senti bona, disse sospirando.

Aveva in braccio una bellissima morettina, la neonata Maria, di cui cominciò a prendersi cura.

Vito mandò tutti a letto. Anche  Cettina stavolta non replicò e prese i due fratelli con se e li portò a dormire.

Vito si sedette accanto al padre, non lo toccò, ne gli parlò, ma lì stette e con la sua sola presenza gli disse tutto il bene che gli voleva. Senza fiatare e neanche guardarsi, entrambi si dissero tutto lo spavento che provavano, stando fermi immobili sulle sedie che avevano fatto insieme, quando Vito aveva appena dieci anni.

Albeggiò, Melina non si era allontanata dal letto di Maria. 

La zia Tanina e Vita presero in mano la cucina e la casa.

Ma nessuno riusciva a sentire che era Natale.

Passò così tutta la giornata. Mastro Giuseppe entrava e usciva dalla camera della sua Maria, con lo sguardo sempre, sempre più serrato.

Dopo la mezzanotte, era già Santo Stefano, un’ultima volta che Mastro Giuseppe era entrato a sedere vicino a Maria, questa si girò dall’altro lato come se si vergognasse e smise di soffrire.

Così Maria a quarantaquattro anni lasciò Mastro Giuseppe vedovo di cinquantatré anni, ed orfani i suoi sette figli, nel Natale del 1887.

Se qualche lettore di Sondrio, o simpatizzante, dovesse leggere queste righe, sappia che i fatti narrati sono accaduti, e documentati, agli antenati della mia famiglia. Il racconto delle modalità è ovviamente frutto della fantasia.  Quindi anche nella nostra civiltà superiore si sono fatti figli quasi una volta l’anno, e si è pianto, e forte, quando sono morti i figli piccoli o grandi. Come piansero Mastro Giuseppe ed i suoi figli quando l’anno successivo quel tragico Natale, il 1888, a gennaio Giuseppina, di nove anni, e ad agosto la piccola Maria di otto mesi, che la mamma non aveva potuto crescere, erano morte anch’esse.

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