Il fatto è che poi se lo scordano

Quando uscirono le carte per il matrimonio Vito scoprì che Vita Stancanelli si chiamava Agata al comune.

Lui però preferiva chiamarla sempre Vita, Vituzza mia. Dopo la morte della sua mamma, la notte di Natale del 1887, se la era trovata sempre appiccicata e con i suoi irresistibili sorrisi gli aveva ridato speranza nella vita, e per questo voleva sempre continuare a chiamarla così, Vituzza mia.

Si sposarono a novembre del 1888 e subito rimase incinta. Vita aveva 19 anni ed era forte e robusta, ma lo stesso, Vito aspettò con apprensione fino a quando Melina, la levatrice, gli portò un bello masculuni, che chiamò Giuseppe come suo padre.

Ma la fortuna non voleva venire ad abitare in quella casa. 

Dopo avergli dato altre due figlie, Vituzza se la portò l’influenza del 1897, insieme a Concettina di un annuzzo.

Quell’anno morì anche Mastro Giuseppe. Vito era completamente solo con Giuseppuzzu di sette anni e Maria di quattro.

Nei suoi giri per consegnare dei mobili, a Paternò aveva conosciuto Barbara, una ragazzona scura di carnagione con delle braccia forti, quello che gli serviva per ridare verso alla sua famiglia, e a settembre la sposò e la portò a Regalbuto.

Ebbero sette figli, oltre a Giuseppuzzu e Maria, i figli di Vita.

Mastro Vito (ora toccava a lui l’appellativo) guardava sempre con un occhio speciale il suo primogenito. Era rimasto ombroso e scontroso. Cresceva sano e forte, ma non lo vedeva mai allegro. 

Solo quando Giuseppe cominciò a parlarsi con Maria, sembrò scordarsi della sua sfortuna. Fu così che a febbraio del 1914 Giuseppe e Maria si sposarono. All’alba del 1915 nacque una bambina, che Giuseppe volle chiamare Agata come la sua mamma, che non si scordava mai. Agata era una bellissima bambina, vivace e ‘nginiusa come la nonna. Anche Mastro Vito si rimbambiva per quella bambina.

Ma la fortuna non ci si trovava proprio a vivere in quella casa.

A maggio di quel 1915 arrivò la chiamata per Giuseppe. L’8 giugno si presentò al fronte. Il mese dopo tornò a casa ferito. Tre mesi di convalescenza con la piccola Agatina che cresceva ogni giorno di più. 

Il 30 ottobre raggiunse il 12° reggimento Fanteria. Il 3 novembre 1915, durante i combattimenti sul monte Podgora, Piedimonte del Calvario, venne ferito a morte ed il suo corpo rimase in terra slovena.

Carmela, la moglie di Mastro Vincenzo, i cugini di Sotto l’abbazia, quando venne in visita, rimase molto impressionata dal dolore che aveva avvolto quella casa, ed ebbe un trasalimento che non si riusciva a spiegare. Tornando a casa, si sentiva le gambe pesanti, non ci poteva pensare a quei cugini sfortunati. Si aggrappò al braccio di suo figlio Tano. Come si era fatto bello. Oltre a lavorare nella falegnameria del padre, si era specializzato nella lavorazione dell’avorio. Le aveva regalato un anello intarsiato bellissimo per il suo compleanno.

Un singhiozzo di paura le si fermò in gola, quando a casa trovarono la chiamata per Gaetano. Il 12 dicembre Tano, con in tasca il corno d’avorio che si era fatto da solo per amuleto, raggiunse il 47° reggimento Fanteria. Il 31 maggio 1916 nella battaglia di Val Posina fu ferito e fatto prigioniero e trasportato nell’ospedale di Linz, la cittadina austriaca che poi sarebbe diventata famosa per aver dato i natali ad Hitler.

Carmela teneva in mano stretto stretto quell’anellino d’avorio, mentre Vincenzo leggeva a tutta la famiglia la traduzione dell’atto di morte compilato dai medici dell’ospedale austriaco…

Giornali, social e talk show parlano e straparlano di guerra, di pericoli di escalation. Tutti quelli a cui sembra prudano le mani, vogliosi di scontri e convinti di avere in bocca il punto di vista di Dio, sicuramente hanno qualche difetto di memoria e non ricordano che le guerre, tutte le guerre, giuste o ingiuste, questo sono: figli, mogli, madri e padri, spaventati, addolorati e sgomenti. 

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