Gli anni più belli di Ettore Sco…(ehm scusate) di Gabriele Muccino – Attenzione è stato impossibile evitare gli spoiler. È proprio infestato di spoiler.

Nel 1983 Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo, sfrecciando dentro una decappottabile per Roma, vengono investiti da un centinaio di pagine dattiloscritte, che scoprono essere un copione volato dalla finestra del Maestro del cinema Federico Fellini.

Così comincia “F.F.S.S. (Federico Fellini Sud Story) – Cioè Che Mi Hai Portato A Fare Sopra A Posillipo Se Non Mi Vuoi Più Bene?”, il secondo film di Arbore dopo il Pap’occhio del 1980.

Nell’ultima fatica cinematografica di Gabriele Muccino, Gli Anni Più Belli, una simile scena non la vediamo, ma non mi sorprenderebbe scoprire che il regista abbia ritrovato svolazzante per la città di Roma un copione dimenticato di Ettore Scola.

Ho letto da più parti che il film sarebbe un omaggio a C’eravamo Tanto Amati del maestro romano. E che Muccino avrebbe con lungimiranza comprato i diritti di alcune scene per non incappare nell’accusa di violazione del diritto di autore.

Vedendo il film più che un omaggio, mi sembra sia stato perpetrato un saccheggio di tutta la filmografia di Scola, non solo di C’eravamo Tanto Amati.

Ma se la storia quando si ripete può volgere in tragedia o in farsa, qui si è rischiata la scopiazzatura.

Un film con grandi sprazzi di luce, ma molte ombre a smorzare il piacere di vederlo. Andiamo con ordine.

La struttura narrativa del film è riconoscibile nel modello di Scola. Alcune soluzioni di sceneggiatura sono riprese da quella speciale filmografia.

La trama si dipana con alcuni tratti che chiedono allo spettatore eccessiva sospensione della credulità.

Anche gli eventi della Grande Storia che intersecano la vita dei protagonisti sembrano soluzioni posticce. Non ci ritroviamo collegamenti profondi o superficiali. Svolgono semplicemente la funzione didascalica della datazione.

Gli attori (sia i giovani che gli adulti) sono veramente bravi e riescono a dare un senso alla frenesia (a volte immotivata) della ripresa cinematografica.

Delle soluzioni cinematografiche salverei sicuramente la scena in cui Gemma ripercorre tutta la sua vita risalendo quella spirale di scale che non avrebbe dovuto scendere.

Anch’io nel 1982 avevo sedici anni, e anche gli amici che erano con me al cinema, ma le vite che hanno attraversato tutti e quattro i protagonisti, non mi hanno mai consentito di immedesimarmi in alcuno di essi.

I personaggi sembrano troppo polarizzati e caratterizzati.

Giulio, il peggiore. Fin dall’inizio rancoroso ed ambizioso, si abbandona al gusto di afferrare ingordo anche quello che non è suo. Ruba il sogno all’amico di una vita per abbandonarlo subito dopo senza alcun rimorso. Alla fine del vortice narrativo quando le caselle sembrano tornate a posto, ci riproverá un’ultima volta a distruggere l’equilibrio faticosamente ritrovato, ma è troppo tardi, non ci cascano più.

Riccardo, sopravvissú. Un incompiuto, un immaturo, un irresponsabile, uno che trova sempre il modo di scaricare la colpa di non essere riuscito sugli altri che lo circondano.
Assolutamente poco credibile il finale riconciliatorio con un figlio, abbandonato e trascurato senza ritegno (sebbene Maria De Filippi spesso ci abbia mostrato di riuscire in battaglie già perse più di questa).

Gemma, il personaggio più amato. Irrisolta, diventa spesso preda di tutti quelli che la circondano (non solo gli uomini). Una gran tempesta dentro il cuore e le viscere, una gran confusione nel cervello. Una farfalla che si è scottata alla luce di una lampadina e sbatte contro tutti gli ostacoli, come se non li vedesse o come se li cercasse apposta per sbattervi contro in un impeto di autodistruzione.
Non lo vediamo, ma lo intuiamo, le sue tempeste si acquietano nella maternità. Negli occhi di suo figlio (lontano da un altro padre che è meglio perdere che trovare) ritrova la possibilità di ricominciare e trova dentro di sé quelle energie che le rubavano tutti. Non se le fa rubare più.
Ha pagato tutti i prezzi, ha perso tutte le battaglie, ma alla fine vince la sua guerra e può guardare al futuro serenamente.
Tornerà con Paolo, perché lo vuole (perché ha risalito quelle scale che non doveva scendere) non perché ne ha bisogno. Si è affrancata da quel bisogno che l’ha condotta in tutti gli angoli sbagliati del mondo.

Paolo, il vincitore senza merito. Si è fermato al suo sogno. Voglio Gemma, la sposo e faccio il professore di Latino. Il mondo gli crolla intorno con le sue tragedie grandi o piccole, ma lui resta fermo lì. Incapace di una evoluzione, di una crescita. Testardo come un bambino capriccioso aspetterà fino alla fine. (Scola non gliela avrebbe data vinta…).

Il finale era già stato poco credibile con questo suo lieto fine rassicurante per tutti, non sentivamo certo il bisogno dello stucchevole lucchetto a Ponte Milvio, tra i due giovani eredi di tanta combriccola.

In tutto il film quelli che mancano sono i padri. Alcuni sono deleteri, alcuni sono lontani e inutili, altri non ci sono proprio. Anche i nostri eroi non danno il meglio come padri. Una generazione che riconosce solo madri, e che solo dalle madri può aspettarsi qualcosa di valore.

Ma la cosa che mi ha irritato di più di tutto il film è stata la scena della Fontana di Trevi. L’ho vissuta come una profanazione, come un tradimento, come un’appropriazione indebita. Solo con il garbo e l’ironia napoletana di Arbore e De Crescenzo si può avvicinare il maestro Fellini.
Non si può sporcare così l’acqua della Fontana di Trevi che campeggia nel nostro immaginario collettivo con la statuaria Anita e il confuso Marcello in una notte romana quando la Vita stava smettendo di essere Dolce.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.