Quando ero piccolo non c’era Halloween, c’erano I Morti – con un ricordo particolare che dura da 45 anni

Quando ero piccolo ancora non cʼera Halloween, cʼerano i Morti.
Il primo ed il due novembre erano dedicati alla commemorazione dei defunti.
Per le nostre famiglie erano giorni dedicati alla memoria, ci si preparava, predisponendo le tombe di famiglia per le visite di quei giorni. Si visitavano i cimiteri, insolitamente affollati, ci si scambiava le visite alle varie tombe di famiglia. Per ore si stava accanto ai nostri cari scomparsi e ci si scambiava abbracci, saluti e notizie con i cari che passavano a salutare sia i vivi che i morti. La prevedibilità delle stagioni della vita era rappresentata dalle prime coperture che si sfoggiavano in quei giorni, in vista del cambio di abiti per l’inverno imminente.

Per noi bambini era una festa di regali, di giocattoli nuovi e fiammanti, di pistole con i fulminanti per ingaggiare duelli western. Nuovi giochi da scambiare e mostrare tra le tombe e i fiori, correndo e urlando nei vialetti del cimitero, irrompendo con la nostra vita a ridare fiato per un giorno a quelle persone ormai prive della loro di vita.

Ad Istanbul ho ritrovato quella stessa comunanza tra passato e presente, tra vita e morte, tra le tombe. Anche a Istanbul, come da noi in quegli anni, al cimitero si sosta, si chiacchiera, si mangia e si beve, ci si ama.

I Morti erano anche giorni di dolci che presagivano l’inverno, i totò, i biscotti regina (che oggi chiamano totò bianchi), le rame di Napoli, le ossa dei morti.

Ho tantissimi ricordi, molto emozionanti, legati ai regali che portavano i morti.
Per i primi anni della mia vita nella famiglia materna ero il principe regnante, unico ed assoluto. Gli impegni lavorativi nella mattina presto del 2 novembre, avrebbero sottratto ai miei nonni il piacere di assistere alla “scoperta” dei regali, come avveniva in tutte le famiglie che conoscevo. Pertanto questa fase emozionante era anticipata alla sera prima, al momento del rientro a casa. Mio zio ci anticipava e nascondeva i tanti regali nelle varie stanze della casa. Mentre esplodeva la gioia incontenibile per il primo ritrovamento, sempre mio zio, rumoreggiava con la carta regalo in un’altra stanza, attirando la mia curiosità esploratrice. Poi di nuovo, poi di nuovo ancora…

Ovviamente oggi posso raccontarvi del lavoro dei miei nonni, di mio zio e di mio papà e di mia mamma, ma allora ero seriamente convinto che i miei cari scomparsi si muovessero davvero furtivi nelle stanze, anticipando le mie scoperte.

Probabilmente questo stratagemma ci ha cresciuti ben saldi dentro il ciclo della vita, non ci ha fatto mai tagliare i ponti con il nostro passato, con le nostre radici, non ci ha fatto temere la morte ed i morti, non ci ha fatto allontanare dai cimiteri. Mi sento di dire che ci ha fatto crescere più consapevoli, del valore della vita e del valore della morte.

Il 1975, però non fu un anno come gli altri.
Il 2 novembre 1975 avevo già avuto i primi commerci con la morte vera: era morto mio nonno. Come di solito, ed anche di più vista la recente perdita, la mia famiglia presidiava la tomba.

Io ero rimasto a casa con la giovane moglie di mio zio.
(No, né Malizia, né Grazie zia, tranquilli, nessuna deriva pecoreccia, sebbene stiamo comunque per parlare di una storia sbagliata).
Da solo nel soggiorno guardavo la tv, mentre sfogliavo il testo del Sindaco del Rione Sanità di Eduardo.
Dʼun tratto cominciò il telegiornale che in un modo un poʼ imbarazzato e sibillino cominciò a parlare di unʼomicidio violento, si trattava di un poeta, di uno scrittore, di cui non avevo mai sentito parlare, Pier Paolo Pasolini.
I tentativi di nascondere i particolari più scabrosi dellʼevento, accesero la mia curiosità. Ma anche quando chiesi ai miei chi fosse quellʼuomo di cui parlavano, e cosa fosse successo, fui respinto dallo stesso imbarazzo.

La mia curiosità crebbe e restai a guardare la tv.
Tra le altre cose fu trasmesso un episodio da un film che mi colpì particolarmente:

Che cosa sono le nuvole?
Cʼerano Totò, Franco & Ciccio, Ninetto Davoli, era molto colorato, parlava di marionette (pupi), tutti gli elementi che potevano colpire un bambino.
Lʼepisodio, di circa trenta minuti, fa parte di un film in sei episodi, come spesso usava in Italia in quegli anni, Capriccio allʼitaliana, di cui si ricorda però solo questo episodio.

In soli trenta minuti scarsi Pasolini realizza un apologo perfetto sulla vita e sulla morte e consegna allo splendore dellʼeternità, il suo poetico messaggio.
Si racconta di un teatro di marionette che rappresenta la tragedia shakespeariana, Otello. La rappresentazione scorre ordinaria e placida fino a che le marionette cominciano a sentire stretta la parte loro assegnata (a Shakespeare si intrecciano Pirandello e WestWorld).

Una volta che le marionette di Jago ed Otello cominciano a mostrare segni di discontinuità, per non compromettere lʼintegrità dello spettacolo, vengono selezionate dal puparo per essere gettate e sostituite. Allora arriva l’uomo della spazzatura che raccoglie i rifiuti e le marionette da andare a gettare, e le porta alla discarica.

Una singolare allegoria della morte, della separazione, della paura, che colpisce direttamente lo spettatore.

Raggiunta la discarica, passata la paura, poco prima della fine, le marionette scoprono il mondo, che non avevano mai visto, scoprono le nuvole, scoprono la “straziante meravigliosa bellezza del creato”.

Tutta la lunga sequenza finale dell’uomo della spazzatura e della discarica è accompagnata da una canzone, che forse avrete sentito altre volte.
La canzone, una vera perla custodita in questo piccolo episodio, ha una rilevante particolarità.
La musica è scritta da Domenico Modugno, l’uomo della spazzatura nel film, che canta un testo scritto dallo stesso Pier Paolo Pasolini.
Questo testo Pasolini lo scrisse unendo versi, e spezzoni di versi della tragedia di Shakespeare.
Un anagramma di versi, che acquistano un senso diverso, ma connesso al senso dei versi originali. Centrali risultano i versi:

Il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro,
Ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso.

Quel verso racchiude un atteggiamento, una disposizione particolare che ribalta i convincimenti più diffusi

Ma queste son parole
che non ho mai sentito,
che un cuore, un cuore affranto,
si cura con lʼudito

Dall’infanzia dei giochi e dei cimiteri festanti a oggi, ho attraversato momenti più o meno difficili. In ogni occasione, comunque, ho cercato di attuare quellʼatteggiamento, imparato nel giorno dei morti di quarantacinque anni fa, quella disposizione dʼanimo, cantata da Pasolini, rubando i versi a Shakespeare, ed ho sorriso, per non perdere del tutto la ricchezza più preziosa, la dignità.

Finchè sorriderò
Tu non sarai perduta

Questa canzone è diventata uno standard utilizzato da molti artisti, anche tanti jazzisti.

Vi lascio il testo della canzone ed i link a tre versioni della stessa, l’originale del film cantata da Modugno, una intensa ed intimistica versione del Maestro Bollani, che quando la esegue dal vivo si rannicchia addirittura sotto il pianoforte, continuando a suonare con un solo dito che si sporge fino ai tasti, e la versione della Piccola Orchestra Avion Travel, impetuosa come il vento del folle amore che il cielo soffia, così!.

Quale versione vi è piaciuta di più?

Che cosa sono le nuvole?
di Modugno e Pasolini/Shakespeare

Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente

Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

Ah
ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che da gli spasimi
Ah
tu non fossi mai nata

Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso

Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta

Ma queste son parole
Che non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura con l’udito

Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

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