What We Talk About When We Talk About Jazz

A margine di una discussione di lettura tra amici su “Diceria dell’untore” di Bufalino, è venuto fuori che anche il jazz ha influenzato la scrittura, il modo di usare e concatenare le parole della scrittura di Bufalino.

Ma cosa intendiamo per jazz, ho pensato, allora.

Lo spunto mi ha camolato il cervello e la memoria per qualche giorno.

Certamente ci sono tantissimi libri, studi, che spiegano la genesi e la storia del jazz. Che cosa è il jazz lo hanno spiegato musicologi, musicisti di grandissimo calibro, il cui elenco doppierebbe la durata dell’intero blog. Per una riflessione seria, approfondita e qualificata non posso che rimandarvi a tutte quelle pubblicazioni.

Ma qui è la tana del mio cazzeggio libero. Qui posso solo darvi conto delle emozioni che suscita a me il jazz, quel jazz che piace a me.
Quel jazz che ascolto e dentro il quale mi perdo, annego, mi diverto.

Nella mia idea di jazz, il jazz ha qualcosa del circo

Come i funamboli, gli acrobati, o i trapezisti si allontanano dalle regole della fisica e tutti stiamo con il fiato sospeso ad attendere se e come si riconcilieranno con la naturale incombenza della gravità, così i jazzisti ondeggiano sulle leggi della musica, per abbandonarle improvvisamente, lanciarsi nel vuoto, che possono riempire solo con la loro creatività, con il loro istinto, con il loro genio, affidandosi l’un l’altro, coraggiosamente, fiduciosamente, per infine riapprodare sul terreno del pentagramma.

I concerti dal vivo di jazz sono da questo punto di vista appassionanti. Oltre che dalle note, dalle scale, dalle toniche, dai ritmi, assistendo dal vivo siamo affascinati anche dai corpi che si muovono, si piegano, inseguono i gesti necessari per completare il volo, anche se questi gesti, a volte, sembrano sovrumani.
Trombettisti che si inarcano, si tendono, si rannicchiano. Pianisti che si agitano sul seggiolino, si piegano, si estendono, si rannicchiano in posizioni impossibili (ho visto Stefano Bollani in una versione struggente e dannata di “Cosa sono le nuvole?” rannicchiarsi fino a scendere sotto il piano e continuare a suonare con un dito alzato sopra la sua testa fino a raggiungere la tastiera). 

I volti, poi. 

Guance gonfie, occhi strabuzzati, espressioni ilari, sfottenti, come Dizzy Gillespie. Sguardi truci, cattivi, inesorabili, vendicativi come Miles Davis. Espressioni assorte, filosofiche, mistiche, come Bill Evans.

Il jazz è una musica molto fisica. Non è atletica, non ci vuole un fisico bestiale come nel rock. Occorre sensibilità sensuale (proprio nel senso dei cinque sensi), richiede fiato, braccia, cuore. Abilità funamboliche. Giocolieri del fiato, delle dita, delle emozioni, della vita, devono essere i jazzisti.

Ho scelto un esempio a cui sono molto legato. Un brano dal vivo eseguito da Chet Baker in quartetto a Tokyo. Per non farci distrarre dalla fisicità lo ascoltiamo senza vederlo.

Chet Baker, nacque il 23 dicembre del 1929. Si il 23 dicembre, come me. Come Tomasi di Lampedusa. Come il giorno in cui si svolge “Natale in Casa Cupiello”. Ci deve essere qualche congiunzione astrale particolare che si realizza ogni anno in quel giorno in preparazione del Natale.

La vita di Chet Baker merita un post interamente dedicato (e non è detto che prima o poi non lo faccia). Qui diciamo solo che il 13 maggio 1988 in un’alba livida che aveva difficoltà a sorgere, cadde dalla finestra di una stanza d’albergo ad Amsterdam. Nei giorni precedenti aveva suonato sempre ad Amsterdam con un’orchestra davvero prestigiosa, le registrazioni sono raccolte in un doppio album “The Last Great Concert”, che vi consiglio caldamente di ascoltare.

Un anno prima, nel giugno 1987 a Tokyo, incise il brano che ascoltiamo. Con lui c’erano Harold Danko al piano, Heyn Van Der Geyne al basso e John Engels alla batteria. Un quartetto di equilibristi molto affiatati e coraggiosi.

Il brano è stato composto nel 1967 dal maestro della Bossa Nova, Antonio Carlos “Tom” Jobim con il nome “Zingaro”, una malinconica ballata per chitarra, struggente e piena di saudade.

Chico Buarque de Hollanda se ne innamorò subito e vi aggiunse il testo e “Zingaro” divenne “Retrato em branco e preto” (Ritratto in bianco e nero) (qui potete ascoltare la versione originale).

Il brano è struggente, è lirico. Il testo di Chico Buarque tende al patetico, versi d’amore insoddisfatto, memorie dolorose, maltrattamenti del cuore. Insomma tutto quello che serve a Chet Baker per regalarci qualche minuto del suo innato lirismo, per versare le lacrime perdute della sua costante malinconia nel tubo della tromba e farle diventare dolore assoluto, emozione, poesia.

Nel cd registrato in quell’occasione è riportato con il titolo tradotto in inglese “Portrait in Black and White”. Ma poiché il testo non viene cantato in questa versione, la casa discografica avrebbe potuto lasciare il titolo “Zingaro” come si può trovare in altre incisioni precedenti di Chet.

L’incisione dura 15 minuti e 49 secondi. Qui vi lascio il link per ascoltarla con me, mentre la descrivo.

Andiamo a cominciare.

Dall’inizio fino al minuto 2:15 la tromba ed il piano si afferrano al trapezio e dondolano, prendendo le misure con il tendone, con la sabbia sul fondo. Si guardano, si scrutano, valutano se possono reciprocamente fidarsi. Espongono il tema noto di Jobim, senza forzature, ligi alle righe, agli spazi e alle note. Il tema, come la frequenza del dondolio del trapezio, ci entra in testa, lo abbiamo assimilato. Ci resterà presente anche quando verrà abbandonato.

Dal minuto 2:15 fino al minuto 3:08 la tromba ed il piano hanno ormai preso confidenza con il tema e con le corde ed i trapezi, possono cominciare a dondolare più velocemente, spingendosi più in alto, scambiandosi di posto, volteggiando.
Mentre uno da sinistra e uno da destra, il basso e la batteria afferrano i loro trapezi e salgono nello stesso cielo, oscillando, prendendo velocità, preparandosi alle acrobazie che ormai pregustiamo vedendoli tutti e quattro sui trapezi alti con gli sguardi fieri, impavidi e coraggiosi.

Nei secondi successivi fino al minuto 3:54 la tromba svolge il suo ruolo di Maestro Trapezista, sollevando gli altri tre sempre più in alto, persuadendoli che sarebbero riusciti a volare.

Da qui in poi è volteggio puro. La tromba lascia il suo trapezio, piroetta, si aggancia al piano, che, solido, si fa trovare dove deve essere per afferrarla e sospingerla di nuovo verso l’alto. Il basso è il trapezista più impostato, quello più muscoloso, quello che volteggia meno, ma che prende tutti e non li lascia cadere sulla rena. In certi momenti li vedi gli strumenti che sono tutti aggrappati tra loro, in una confusione di gambe e braccia e tutti appesi al basso, che non perde abbrivio e dondola inesorabile. La batteria frivoleggia, inserendosi nei volteggi tra tromba e piano, sembra che li possa far cadere entrambi, ma invece finta, scarta di lato e si appende al basso mentre tromba e piano si ritrovano fiduciosi.

Al minuto 4:35 la tromba decide che è finito il tempo dei giochi, ora si va verso il rischio massimo, il rischio della vita. Tre piroette, salti mortali da far tremare le vene ai polsi. Gli altri tre continuano i loro volteggi, hanno paura di perdersi l’aggancio, ma non possono fermarsi. Il ritmo è cambiato.

L’apparente relax del minuto 4:54 serve alla tromba per caricarsi. Lascia mani e piedi, non è legata a nessun trapezio, volteggia nell’aria, sfida le leggi della fisica. 

Per 32 secondi ha volato. 

A noi qui in basso con il naso all’insù ci è parso incredibile, ma ce l’ha fatta. Plana sugli altri che l’aspettavano senza fermarsi e li prende per mano. Ancora non abbiamo visto di quali acrobazie sono capaci questi trapezisti, questi uomini volanti, questi strumenti indemoniati.

Ora volteggiano tutti. Il dondolio dei trapezi è più veloce ancora. La tromba ha lasciato definitivamente il terreno sicuro del tema esposto. vola da un trapezio all’altro. Poggia sul piano, sguiscia sul basso, si appende per i piedi alla batteria, vi indugia qualche secondo di troppo, sembra che stia per cadere, per perdere l’appiglio, ma con guizzo di reni si rilancia verso l’alto, triplo salto mortale e raggiunge lo stazionamento più alto sul palo di destra, dove poggia sicura, ferma, esausta, ma soddisfatta. 

Applausi del pubblico che può finalmente respirare, sciogliere la tensione del disastro imminente che abbiamo vissuto con il collo piegato indietro. Siamo al minuto 6:43, la tromba da lassù, con un cenno del capo, autorizza gli altri strumenti ad andare senza di lei, a sperimentare anche loro se poi è cosi difficile morire.

Il piano sa di essere il vice, il sostituto naturale, prende in mano la situazione. Sono tutti più coraggiosi, hanno visto come si fa. Sono tutti più incoscienti. Anche il basso volteggia, lascia il trapezio sicuro e prova a scendere un livello per poi risalire. La batteria amoreggia tra le corde con il piano che, virile, la frusta, la spinge più lontano, la riprende, si stanno mettendo sempre più in pericolo. 

Mentre Chet con la sua tromba li osserva, compiaciuto, dalla sua stazione più alta sul palo di destra ed aspetta il momento giusto per riunirsi a loro, al minuto 8:00, i tre strumenti trapezisti si sono liberati di ogni vincolo gravitazionale, musicale. Una sarabanda di corpi in volo che si scambiano di posto. Facciamo fatica a seguirli individualmente. La festa in cielo è piena e totale e la possiamo godere solo così nell’insieme, armonico e sincronizzato, fatto di tentativi, di strumenti che osano, che ci provano, non sanno dove andranno a parare, ma sanno che ci sarà qualcuno ad aspettarli e a prenderli per un piede, per le braccia. 

Il jazz è questa festa qua, dove si osa, si vola e non si cade.
Mai.
Se cadi non è jazz.

Al minuto 9:22 il piano trova sosta sulla stazione intermedia del palo di sinistra. La festa ha una svolta. Tutto l’alcol è stato bevuto, lo stordimento chiede di ripensare un attimo a se stessi.

Qui, in questo punto, tra il minuto 8:00 ed il minuto 9:22, se ho sentito il brano dall’inizio, concentrato, se l’ho seguito, volteggio per volteggio, mi scoppia sempre un violento mal di testa. Direte voi, la cervicale. Alla mia età non si può stare impunemente tanto tempo con il collo piegato e lo sguardo in alto. Forse, ma non solo.

Il parossismo, la tensione, sono stati troppo alti. Ho seguito quei volteggi, mi sono immedesimato, ho sentito i miei piedi lasciare la solida terra e liberarsi nell’infido vuoto aereo. Ho sognato di volare ed ho temuto di cadere, ma ho sconfitto il timore e mi sono librato di nuovo. Sono stato tromba, piano, basso, batteria. Il sangue mi è andato forte alle tempie, ha bussato inesorabile alle pareti del mio cervello. Voleva avvisarmi di tornare a terra. Voleva avvisarmi che non si può volare. Mi voleva ricordare che non sono un jazzista io, no, non so andare sul trapezio. Devo scendere.

Come dicevo, al minuto 9:22 il piano ci regala il sollievo, rimane a dondolare in alto sul suo trapezio. Non si ferma come la tromba, ma dondola piano, accenna piccole oscillazioni.  Ora è il basso che si appende per i piedi alla batteria e si lascia andare ai suoi volteggi. Dolcemente. Vuole lasciare requie alle nostre tempie. Non ci farà temere una sua caduta. Intrattiene, non eccita. Prepara il ritorno degli altri trapezisti.

Al minuto 12:04 anche la tromba torna tra i trapezi, si riuniscono tutti e quattro gli uomini volanti nel cielo del nostro circo. Il nostro sangue, intanto, è tornato a circolare normalmente. I tre minuti di fiato sono stati una mano santa.

I volteggi sono contenuti, servono a ricordarci cosa abbiamo visto, cosa abbiamo provato, la paura, il desiderio. Abbiamo già fatto scorrere abbastanza adrenalina prima. Tra i trapezi e le corde, gli strumenti volanti si preparano a scendere sulla rena, a prendersi il meritato applauso finale dello scelto pubblico. 

Il tema di Jobim torna a risuonare, asciutto, nella sua semplice tenuta melodica. Lo ritroviamo, lo riconosciamo, siamo a casa. Il ritmo rallenta. Gli strumenti portano a compimento la discesa. 

Sono tutti in piedi al centro della pedana, i piedi ben saldi a terra, forse in qualche momento hanno creduto che non sarebbero tornati più giù, ma ora eccoli li, sani e salvi.

Et voilà 

Applauso

Chissà se Chet, in quella maledetta alba olandese, quasi un anno dopo quella sera magica di Tokyo, cadendo da quella finestra, non si aspettasse che qualche pianista, bassista o batterista lo afferrasse per i piedi per compiere quell’ultima piroetta e tornare sul suo trapezio, con la tromba appoggiata sulle labbra tumefatte a soffiarvi dentro la sorpresa della salvezza.

Ecco, di cosa parliamo, quando parliamo di Jazz

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1 pensiero su “What We Talk About When We Talk About Jazz

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