Che odore ha la polvere da sparo? Gaudiano a Sanremo 2021 – Un’altra festa del Papà

In quei giorni avevo scritto sul mio blog un post difficile

Parlando dell’ultimo libro di Mario Calabresi, “Quello che non ti dicono”, avevo radunato alcune suggestioni, alcuni pensieri, che mi frullavano in testa da qualche tempo e mi ero concentrato sulla condizione degli orfani (ovviamente in senso lato) e giocando sulla traduzione cinematografica del termine Shining (luccicanza) l’avevo chiamata Orfananza.

Ancora coinvolto dalle emozioni inevitabili che avevo risvegliato scrivendo il post, due giorni dopo sul divano davanti alla tv, ho ascoltato per la prima volta Gaudiano a Sanremo Giovani, con la sua “Polvere da sparo”, che poi ha vinto nella sezione Nuove Proposte il 71° Festival di Sanremo.

È stata forte l’identificazione e questa canzone si è inserita nel vortice di pensieri ed emozioni, sia più personali, che più generali.

Canta Gaudiano di un dolore, di un disagio, che alcuni abbiamo conosciuto. Quella sensazione di rapina, di sottrazione indebita. Ma il dolore è più forte, perché anche se piangi da derubato, ti artiglia il cuore la complicità con il ladro

“mi brucia il cuore perché non ti ho detto quanto ti abbia amato”

Sprechiamo il tempo, rimandiamo l’amore, serriamo le labbra intorno alle parole, illusi che tornerà la giusta occasione.

Cerchiamo invano di capire se un senso si possa trovare, se questo evento che segnerà la nostra vita con un prima e un dopo, possa rientrare in un disegno

“se guardo oltre le nuvole io non trovo ragione”

Cerchiamo di offrire noi stessi come senso, come fine, come ponte

“se mi guardo allo specchio vedo te
io vedo te”

Fin da subito, e nei giorni, nei mesi, negli anni successivi ci conforta sentire dentro di noi quel filo che continua, rivedere nel nostro sguardo, nell’andatura, in quel modo di storcere la bocca disegnando, che quella vita non si è spenta del tutto. Trova in noi una nuova forma di essere.

Ma la battaglia è lunga, vi posso garantire che non finisce veramente mai.

“se non elaboro ancora il tuo lutto è perché ho il metabolismo lento”

E’ una guerra di trincea, di posizioni conquistate, perse, riconquistate

“nella notte mi sveglio con la mano al collo di un demone
che mi toglie il fiato, faccio resistenza, con il mio autocontrollo
con la mia pazienza, spero sia soltanto un altro sogno”

Fingiamo spesso di non sentirlo il dolore, poi all’improvviso, come una metafora, come un’errore nell’algoritmo, con le difese abbassate perché stiamo pensando ad altro, uno sparo, una vera e propria detonazione, la domanda: Perché? Perché è successo? Perché a te? Perché a me? Perché a noi?

“Perché tutto quello che mi resta è una domanda
polvere da sparo in un solo colpo da spararmi nella testa”

L’esplosione rimbomba, risuona, riempie i pensieri, impedisce i gesti, occlude prospettive ed aspettative. 

Occorre il massimo dello sforzo per trovare una tregua

“prendo un bel respiro, per un po’ l’accetto
poi riascolto del tuo cuore in petto
stringo negli occhi il ricordo in un mare di lacrime”

E di nuovo BUM!

“Perché tutto quello che mi resta è una domanda
polvere da sparo in un solo colpo da spararmi nella testa”

Ci si sente soli. Non si trova negli altri la capacità di sentire davvero quello che ci sta succedendo. Nessun aiuto ci può venire da chi non ha passato questo guado, da chi non ha attraversato la notte con la mano di quel demone sul collo.

“Tutti che parlano e sanno capire
come mi sento, sanno cosa dire
-la vita è questa non puoi farci niente
così come inizia dovrà anche finire
tu focalizzati sopra i dettagli, affidati al tempo e non sbagli-
e nel frattempo che lento ricuce io resto sveglio ma spengo la luce”

La canzone di Gaudiano è vera, è autentica, narra la sua storia. Il ritmo, l’armonizzazione, la sonorità del pezzo esaltano questa ricerca, questo viaggio doloroso. Il violino, evocando vagamente un lamento pellerossa, incornicia il percorso in una dimensione spirituale, come se chiedessimo a Manitù di rispondere lui a questo incalzante “Perchè?”

Si, il brano non richiede lettura allegorica. Vuole offrire identificazione, e conforto, a chi sente la stretta di questo demone. 

Ma noi che l’ascoltiamo, che ci emozioniamo con questo dolore, che ne ricordiamo l’intensità possiamo anche provare ad allargare il discorso.

Come ci sentiamo quando perdiamo il riferimento, la guida, il quadro, quell’Amore a cui ci rivolgiamo, dentro il quale troviamo pienezza e relazione?

Orfani, ci sentiamo, orfani. 

Tutto perde senso. Le domande cominciano ad esploderci nella testa. Le notti diventano accidentate, asfissianti. I giorni diventano spenti, soffocanti. Gli altri diventano l’Inferno, come sentenziava Camus.

Solo se ritroviamo il senso di quel filo di continuità, solo se guardandoci allo specchio ritroviamo in noi quel senso, solo se ritroviamo negli altri quel senso, il bruciore si attenua, la polvere da sparo vola via, e la pienezza della vita e della relazione colmano i vuoti.

In quel post cercavo di dire che l’orfananza può diventare, e spesso diventa, fame, avidità, sensibilità esasperata, determinazione. 

Se quando guardo nello specchio vedo te, allora ho una doppia responsabilità, ho una doppia ragione per trovare la mia (e la tua) strada. per dare un senso anche a quell’evento.

Questa luce negli occhi è la chiave del reciproco riconoscimento, della speciale fratellanza, dell’Orfananza. 

Con questa canzone forse abbiamo trovato la causa ed il modo di questo riconoscimento. Deve essere la polvere da sparo di quella martellante domanda esplosiva che forse non vola mai via del tutto, più spesso ci lascia addosso uno specifico odore, una specifica luce.

…e con questa sono quaranta le volte che non ho potuto farti gli auguri per la Festa del Papà…

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