L’illusione del giusto – Giovanni Balsamo – Fanucci Editore

L’estate del 1980 fu un’estate bellissima. Fui felice quell’estate.

Avevo 14 anni, estate al mare nella casa che avevamo comprato due anni prima. Un piccolo villaggio di una ventina di casette, con parco e grotte naturali, ad un passo dal mare. Tanti ragazzi e tante ragazze, provenienti da posti diversi. Ricordo che ci riunivamo per suonare, cantare insieme. Il mondo mi prometteva una insensata felicità.

Fu l’ultima estate vissuta insieme a mio papà. Il sapore dolce come la panna del ricordo di quella estate, mi servì ad attenuare l’agro, come di fragola, della mancanza.

Quell’estate c’erano un gruppo di ragazzi che venivano da Palermo, o lì vicino, un pochino più grandi di noi, che suonavano la chitarra e cantavano canzoni che io ancora non conoscevo. Canto di primavera e Non mi rompete del Banco di Mutuo Soccorso erano tra le preferite. Si prestavano facilmente al canto collettivo, fatto di lalalallallla e nannannnana, magari attorno ad un falò sulla spiaggia, o nel terrazzino libero accanto casa mia, noncuranti dell’ora tarda. Tanto i nostri genitori erano i primi ad unirsi a noi per cantare, quindi non disturbavamo il sonno ad alcuno. 

Un altro autore saccheggiato in quei karaoke, che non sapevano di esserlo, era Bennato, Edoardo Bennato. In particolare ricordo l’emozione di comprendere finalmente il senso di Un Giorno Credi. Anche se il piacere più sottile, più superbo, più impudico era quello di azzeccare il tempo giusto della sincope, quando cantavamo tutti insieme, facendo la parte della tromba, in quella coda medievale del brano.

A questa canzone, all’ebbrezza della sincope azzeccata, ho pensato quando ho visto il romanzo di Giovanni Balsamo, L’Illusione del Giusto.

Quel Giusto del titolo di cui ci venivano promesse delucidazioni sulle sue illusioni, mi richiamava il giusto del primo verso, della canzone di Bennato, quando credeva di esserlo, prima di ricominciare da capo.

Preso in mano il libro, mi sono reso conto che si tratta di un commissario siciliano (un altro?), un commissario a Palermo dal cognome non proprio siculo, Marongiu.

Savatteri ci ha raccontato che negli anni novanta, con la comparsa di Camilleri, fu sdoganato il noir in terra di Sicilia. Da allora fu possibile raccontare storie di investigazioni, di polizia, di indagini, anche in Sicilia, senza dover per forza mettere in scena la Mafia. (La Sicilia non è più quella di una voltaGaetano Savatteri).

Da allora è stato un florilegio di scrittori noir, di giornalisti, poliziotti, magistrati che in Sicilia potevano vivere serenamente le loro vite raccontate da altrettanto (più  o meno) valenti scrittori siciliani.

Prima di questo romanzo non avevo letto niente di Giovanni Balsamo.

Fin dalle prime pagine il romanzo mi ha catturato. La penna di Balsamo è felice nelle descrizioni dei pensieri del commissario Marongiu.

Il commissario si muove per la città di Palermo con la competenza di una guida turistica, di uno storico dell’arte, di un amante appassionato di questa città. Ci regala numerose perle sulle storie e sui luoghi di questa città, ci restituisce il fascino antico e stratificato della Palermo, del suo Stupor Mundi.

Il substrato culturale del commissario Marongiu (del suo autore) si arricchisce di tanti riferimenti artistici, musicali, cinematografici, letterari. Questi riferimenti impreziosiscono le sue riflessioni ed i suoi dialoghi, e rendono piacevole la lettura anche delle digressioni, poche ma sempre funzionali.

Un pantheon in cui mi è facile identificarmi, a cominciare dalla bellissima trasposizione cinematografica della distopia orwelliana, che fu Brazil di Terri Gilliam.

Un romanzo di pipe e tabacchi, di cui l’autore mostra conoscenza ed esperienza.

Un romanzo di speculazioni intellettuali, di investigazioni e di enigmi.

Un romanzo di coscienza civile, di solida idealità politica, di rispetto e di valori, di giustizia.

I personaggi che compongono il contesto delle avventure del commissario Marongiu sono credibili, e riconoscibili, già dopo le prime pagine lette. Anche il plot vero e proprio del romanzo è parso credibile in ogni passaggio. 

Il commissario Marongiu rivela di sè una non comune preparazione sul tango e una vera e propria passione per questa arte argentina. Ne conosce autori, musiche, testi, contesti e significati. Lo balla con perizia, con soddisfazione.

Un vero e proprio tanguero che acciuffa tangheri.

Il Commissario Marongiu era già comparso in altri romanzi precedenti, che mi è venuta voglia di leggere.

La ricchezza dei riferimenti, l’amore per la città di Palermo, la musica che accompagna le pagine, mi rimanda al clima dei romanzi di Santo Piazzese. Aver scelto La Marca come cognome di uno dei personaggi, uno di quelli che compare tra i primi, mi sembra un voluto omaggio di Balsamo allo scrittore dei Delitti di via Medina Sidonia.

Una lettura davvero piacevole che consiglio vivamente. 

Quasi come godersi uno spongato da Ilardo.

Giovanni Balsamo, vive nella sua Palermo ed è un apprezzato dottore commercialista. I libri sono la sua passione. Anche la musica.

Guardando le sue foto legate alla pubblicazione di questo romanzo, non è assolutamente difficile riconoscervi quel ragazzo con i capelli lunghi, con la sigaretta di nascosto da papà, che imbracciava la chitarra nell’estate del 1980 e ci invitava a cantare 

L’odore degli zingari è come il mare…

Oppure 

Non mi svegliate ve ne prego…

Oppure 

Un giorno credi di esser giusto…

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