Son tutte belle le mamme del mondo? – La Spinta di Ashley Audrain – Rizzoli

Nei primi anni novanta sulla scena musicale comparve una dea canadese, Diana Krall. Affascinante, dalla voce inconfondibile, dalla sensibilità jazz spiccata, dalla tecnica pianistica ineccepibile.

Le sue esibizioni fecero rapidamente il giro del mondo e divenne un idolo della musica. Inoltre, per la sua personalità e per la sua provenienza marcata canadese, antitetica ai modelli USA, divenne anche un modello di donna, guida ispiratrice di molte donne consapevoli e determinate.

Poi negli anni duemila, inopinatamente, la Canadian Venus del Jazz, sposò quel genio, bruttarello e fisicamente insignificante, della musica cantautorale americana che risponde al nome di Elvis Costello. Divenne The Girl in The Other Room, madre di due figli, abbandonò la sua individualità canadese, accettò il mainstream USA e della sua Temptation si appannò il ricordo.

Da bambino cominciai a leggere molto presto, in età prescolare proprio, la mia sete di lettura era sempre insaziabile. Tra le varie offerte di casa mia spiccava la diffusissima Enciclopedia della Donna, della Fabbri Editori.

Tra un giornaletto, un racconto ed un libro la lessi tutta. Ritrovandoci all’interno tutte le qualità domestiche della mia mamma, il cucito, la cucina, il riuso, la bellezza casta, la maternità, la perfetta padrona di casa. La mamma della pubblicità. La mamma del dado da brodo Star (anche se mia mamma non era bionda, ma corvina e dalla risata solare come Anna Magnani).

Insomma l’immagine della donna e madre degli anni sessanta, stereotipata, e idealizzata, senza neanche lo specchio della forza poetica dei versi di De André

Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Ave Maria – La buona novella – Fabrizio De Andrè

Silvia Avallone, scrittrice che amo particolarmente, negli ultimi due romanzi si è occupata di maternità, di donne, di crescita e di figlie. Quando su Facebook ha consigliato il romanzo di Ashley Audrain, La Spinta, mi ha facilmente convinto.

Ashley Audrain è al suo primo romanzo. Ha lavorato per venticinque anni alla Penguin Books Canada, sui libri degli altri, ma non aveva ancora pubblicato un libro suo.

Ashley Audrain è canadese (e somiglia pure un po’ alla divina Diana Krall) e come tale sfugge al mainstream USA.

L’edizione che leggiamo in Italia si avvale della traduzione di Isabella Zani, e questo non è assolutamente un particolare secondario.

La Spinta è stato catalogato tra i thriller, con la sottocategoria del thriller psicologico. Mi sembra una catalogazione superficiale che non farà del bene a questo suggestivo romanzo.

La Spinta è una lunga confessione dell’indicibile. Una discesa agli inferi dell’animo di una donna. Una donna sincera, crudele innanzitutto con se stessa.

“Tutti pensieri che non mi lasciavo mai sfuggire di bocca. Pensieri che le mamme non pensano.”

Racconta di una maternità, maneggiando con cautela, ma senza infingimenti, lo stravolgimento della personalità, delle relazioni, della dignità e del rispetto, che una maternità comporta.

Affronta senza guanti protettivi l’incandescente materia dei sensi di colpa, dell’inadeguatezza consapevole, del rifiuto osceno legati alla maternità, provando a inquadrarle in un flusso ultra generazionale.

“Era un comportamento patologico, ma non riuscivo a smettere di punirla perché esisteva.”

Rivela la solitudine di una madre, l’impossibilità di condividere gli inconfessabili istinti di una madre, l’incomprensione del mondo circostante, la riprovazione (anche se silente) della inaccettabile manifestazione di sentimenti inauditi.

Descrive l’inadeguatezza degli uomini a comprendere il fuoco di testa che accompagna certi passaggi della maternità.

In questo romanzo le mamme non sono tutte belle, i mariti non sono tutti amorevoli, i figli non sono tutti pargoletti adorabili.

Qui ascoltiamo parole inaudite, prendiamo contatto con scandalose emozioni contrastanti, ma non per questo meno reali.

La Audrain ha il coraggio della sincerità, racconta il dolore e l’orrore, ci costringe a renderci conto che l’amore stesso è a volte insufficiente.

“Le madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare figli che muoiono.
E non dovremmo fare figli cattivi.”

Non si legge questo romanzo e si rimane indenni. Ci sottoponiamo al più spietato controinterrogatorio di un avvocato scaltro, sfrontato e oltraggiosamente sincero. Un avvocato che non si pone alcuno scrupolo nell’inchiodarci a quelle responsabilità cui nessuno ci aveva mai inchiodato. Il trionfo della verità, la disfatta della indulgente coscienza.

Per questi motivi sono incerto sul consigliare la lettura di questo libro.
Occorrono alcune avvertenze d’uso, necessarie.
Questo libro non può essere letto da tutti.

Questo libro può essere letto dalle mamme.
Per scoprire che non sono costrette a provare solo felicità, tenerezza e gratitudine per il compito divino di dare la vita. Per riconoscere l’umanità dei sentimenti e delle emozioni che colpevolmente si provano.

“Poteva essere tutto così facile, se solo me lo fossi concessa.”

Questo libro può essere letto dai papà.
Per imparare ad ascoltare, a tenere gli occhi ben aperti, a non giudicare aprioristicamente, situazioni ed atteggiamenti. Per imparare che nascondersi le cose che riteniamo impossibili, non le fa diventare davvero impossibili. Per accettare che esiste una dark side della maternità, che a volte occorre sporcarsi le mani con il deep web della maternità.

Questo libro può essere letto dalle figlie.
Per cominciare da subito a guardare in maniera più rotonda le proprie madri. Per riconoscere gli sforzi, anche quelli vani, che le mamme compiono. Per riconoscere prima possibile il solco ultragenerazionale che lega l’esperienza delle maternità. Per riconoscere prima possibile l’incidenza dei loro comportamenti, dei loro atteggiamenti sulle dinamiche evolutive delle madri (e di se stesse).

Questo libro può essere letto dai figli.
Per comprendere quanto inferno non detto li circonda. Per dare un senso ad atteggiamenti e comportamenti che spesso un senso non ce l’hanno. Per imparare a decidere che uomo vogliono essere.

Poi, dopo averlo letto, se il disagio rimane forte, costante, quasi insopportabile, se lo sforzo di comprendere sembra inarrivabile, torniamo pure a “Tutte le mamme”, la canzone con cui Gino Latilla, in coppia con Giorgio Consolini, vinse il festival di Sanremo del 1954, negli anni in cui le case delle famiglie italiane cominciavano ad essere invase dall’Enciclopedia della Donna e dal dado da brodo Star.

Dimentichiamo il Canada e entriamo negli USA.

Se ci sarà ancora possibile…

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