…Invece era una girandola – Sembrava Bellezza di Teresa Ciabatti – Mondadori

Nella mia stanza di ragazzo sulla parete che guardavo dal cuscino, sopra il rack con lo stereo campeggiava un poster a colori di Marilyn Monroe.

Ero attratto dalla sua bellezza inconfondibile, dal suo fascino irresistibile. Ma non era solo bellezza fresca e inarrivabile. Mi interrogava il segreto dietro il suo sguardo ammiccante. Mi inquietava la sua dannazione, che dalla sua bellezza nasceva ed era alimentata. Mi emozionava la solitudine che gravava sul petto di Norma, nascosta dal prosperoso e desiderabile seno di Marilyn. Come se la bellezza fosse in fondo una colpa da scontare, da espiare.

Nel 2017 mi ero ritrovato a non avere tempo per leggere tutti i candidati allo Strega, ne scelsi uno: “La più amata” di Teresa Ciabatti. Sbagliai cavallo.

Quando quest’anno ho letto la dozzina candidata, ho ritrovato Teresa Ciabatti: “Sembrava Bellezza“. Ho deciso di cominciare da questo, per darmi una seconda opportunità.

Il romanzo ha un andamento decisamente jazz. La vicenda si stende su trent’anni, su due generazioni, ma non li racconta, non li rappresenta. Una storia di personaggi femminili, con ruoli e posture diverse, ma femminili. I personaggi maschili sono raggruppati in un “plotone” di esseri indistinguibili, che attraversano il trentennio senza avere mai valore in sé, senza un gesto, un pensiero, capace di incidere o di imprimere un’orma sul sentiero.   

Un racconto spezzato, eruttato dai succhi gastrici che hanno coperto per anni l’indigesto. Il tempo è ondulatorio, è sismico. Un flusso di coscienza in cui occorre entrare in punta di piedi, una girandola di parole e di frasi, il cui verso occorre apprendere con umiltà.

Una storia romana, di licei romani, di quartieri borghesi romani, di Parioli, di Prati, di Vaticano, Trastevere, Via del Corso, Bioparco. Una storia di immigrati dalla provincia mai veramente accolti, mai veramente integrati, fino alla vetrina dell’effimero successo, transeunte, caduco, rancoroso, cattivo.

Una storia di ricordi, veri, ingigantiti, deformati. Il disagio adolescente, la vergogna inconfessabile, lo scheletro nell’armadio, distribuiscono colpe e meriti, vizi e virtù, a proprio piacimento. Il racconto a se stessi è stato ripetuto così tante volte, così tante volte è stato modificato, la verità non sarà più conoscibile, rappresentabile (forse…). 

“È tutta una questione di fantasmi, gente che continua a muoversi nella testa come l’hai lasciata. Ritrovarla è una delusione, il fucile che rincula, facendoti sobbalzare in avanti, benvenuta nel presente.”

Una storia di vendette, presunte, effettive. Il piacere freddo, gelido di saldare un conto, rimasto sbilanciato per troppo tempo. Il sudore freddo inarrestabile di chi comprende di stare ricevendo quello che gli tocca, il saldo di un conto dimenticato, ma sempre aperto.

Una storia di ragazze scomparse per sempre, ritrovate danneggiate. Comunque cicatrizzate, anche nella disposizione verso gli altri, da crudeltà vere e violenze presunte. In una girandola di vicende che si sovrappongono oltre il tempo e gli stati. Emanuela Orlandi e Marilyn. Epiloghi casuali o predestinati di vicende in fondo tutte simili tra loro.

Ancora una storia di amiche, di “sorelle” adolescenti, ma Teresa e Federica non hanno niente in comune con le amiche geniali (Lila e Lilù), né con le amiche social (Bea ed Elisa, che, forse immeritatamente, hanno ceduto il passo nella selezione dello Strega). 

“La sorellanza che nasce unicamente nell’adolescenza e che, nonostante allontanamenti, trent’anni di lontananza, perdura nelle cellule, nel corpo, quanto la giovinezza nella mente,”

Paradossalmente in questa storia di amiche, le sorelle vere Federica e Livia non sono amiche, non sono in fase temporale, non sono in fase esperienziale. La loro corsa non le vede mai affiancate verso il traguardo. L’inseguitrice finisce per trascinare l’altra, che si ferma, inopinatamente, inaspettatamente. 

Figlie e madri si alternano in questo romanzo. Sorelle che diventano madri, figlie che diventano nemiche, amiche che diventano figlie. Madri e figlie, vere o funzionali, si ritrovano attraverso la dolorosa operazione contabile che si svolge lungo queste pagine. Senza questa somma algebrica, senza la sua rappresentazione geometrica, la musica non suona armonica.
Pochi padri, incerti, inutili. I padri risorgono (anche come padri) quando si sottraggono al rancore, alla vendetta, alla guerra non dichiarata, quando sfuggono all’equazione in cui sono stati imprigionati e il cui teorema non conoscono e non capirebbero. 

Una storia di colpe addossate, ma non vere. Taciute, nascoste, ignote a tutti, pur se reali ed inconfutabili. Una storia di sensi di colpa, riversati sul proprio sangue, considerato premio immeritato. Al punto da perderci il senso e l’equilibrio, da perdere per sempre, da inseguire senza sapere come raggiungerlo. Una storia in cui la bellezza è una colpa, come fu per Marilyn, la cui espiazione è lunga e dolorosa.

Una storia di rancori, covati, coltivati, adulati, alimentati, da farne una motivazione, la spinta ideale a cui aggrappare la propria vita. Una storia di rancori ignorati, insospettabili, che schiaffeggiano inaspettati a distanza di anni. Che restituiscono la vista agli ostinati ciechi, ottusi e distratti, autocompiaciuti.

Una storia in cui il successo è un surrogato di soddisfazioni sensuali e relazionali mai raggiunte, di conflitti mai risolti. In cui il successo è inseguito per soddisfare “l’impulso di distruggere”. In cui quando il successo scema e la dopamina dell’arrogante imposizione dei propri capricci non ha più fornitori, per ritrovare le sensazioni forti, occorre affrontare finalmente quei conflitti irrisolti. Provare a farci i conti, a saldare sugli sbilanci, ma senza riuscirci fino in fondo, tanta è la deformazione della verità.

Ma poi qual è la verità? Chi scrive ha la penna dalla parte del manico. Chi racconta ha tutto l’agio di piegare gesti, parole, senso alla propria gloria.

“Allora chiudo gli occhi, chiudo forte gli occhi, sono diventata scrittrice per questo: inventare, sistemare. Eccomi adulta coraggiosa, eccomi ad allungare il passo, scattare, mettermi sotto – le finestre, i balconi, i burroni, i dirupi della vostra giovinezza –, spalancare le braccia, prendere al volo le ragazze.”

C’è una tragedia in questa storia. C’è sempre una tragedia in ogni storia. Come tutte le tragedie che si rispetti, ognuno ne ha la sua versione, ognuno ne racconta la sua parte, ognuno ne vive una sua porzione. Chi conosce la verità tace, sempre e per sempre. Protagonisti e vittime uniti da un legaccio, sepolto tra le sinapsi danneggiate, o affondato dentro il rancore che schiaccia il cuore e indirizza verso la rabbia, la vita.

Stupri e violenze che segnano il DNA e si ereditano come il colore dei capelli o la forma del labbro. Violenze morali e psicologiche, più o meno consapevoli, che segnano quanto gli stupri ereditari. 

Un nastro di plastica flessibile di violenza, di sopraffazione, di reazione e di eccessi, che si accartoccia sul bastoncino come una girandola e vortica con il vento, ribaltando aleatoriamente colpe e meriti e restituendo alla generazione successiva quello che ha tolto alla precedente.

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