Lato A e Lato B – Ancora due sorsi di Strega

Continuiamo ad esaminare la dozzina stregata del 2021.

Quando ero bambino si usava ascoltare la musica dai 45 giri. Microsolchi di diametro più contenuto, 18 cm circa, che con una velocità maggiore (45 giri rpm, appunto), al contatto con la puntina del giradischi sui microsolchi, riproducevano, più o meno fedelmente, il brano inciso.
Nella stragrande maggioranza dei casi un brano per ogni lato (Lato A e lato B). In qualche rarissimo caso di 45 giri degli anni sessanta, si potevano trovare anche due brani in un lato. 

Nel lato A di un usuratissimo 45 giri di Peppino Di Capri stavano insieme “Let Me Cry” e “Malatia”. Nel Lato B stava “Nun è peccato”.  

Questo post vuole assomigliare a quei rarissimi 45 giri con tre brani.

Nel lato A, ci occupiamo del candidato Emanuele Trevi che con Due Vite, ci racconta due storie al prezzo di una, come le due canzoni sullo stesso lato del 45 giri.

Nel lato B ci occupiamo della candidata Donatella Di Pietrantonio con Borgo Sud, nel quale sviluppa la storia che ci aveva presentato già con L’Arminuta.

Mettiamo il lato A sul piatto.

Emanuele Trevi con Due Vite ci racconta la storia di Rocco Carbone e Pia Pera. Due scrittori sottovalutati e poco conosciuti (almeno da me, che confesso di averli scoperti con questo libro).
Le due vite sono raccontate con uno stile narrativo degno della migliore letteratura. La prosa di Trevi scorre e si intreccia tra le gambe e le braccia dei suoi amici. 

Impariamo a conoscere le asprezze di Rocco, le sue idiosincrasie. I suoi rigori morali, la sua rabbia, la sua maniacale attenzione alla scrittura.

“Testardamente, lui cercava di semplificare, di ripulire. Se l’anatomia umana glielo avesse consentito, si sarebbe spesso e volentieri lucidato le ossa e i nervi con uno spazzolino di ferro.”

Impariamo ad amare anche la sua infelicità, costante, sistematica, perseguita con impegno e dedizione totali.

Pia Pera ci viene presentata come una donna di grande sensibilità e di grande sfrontatezza. Una intellettuale milanese, una scrittrice appassionata, di passione sentimentale e di passione civile. 

“Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi. Pia fu brava a fare buon viso a cattivo gioco, non ho mai conosciuto una persona così coraggiosa…”

L’amicizia con Rocco è romana fino al midollo. Si snoda lungo il Tevere, si srotola tra sale da caffè, teatri, salotti mondani, ville fuori porta. Incontra musica e arte, si imbatte in Carmelo Bene, svicola tra droghe e suggestioni. E’ lo strumento attraverso il quale Trevi ci racconta la ricchezza culturale di Roma, di quella Roma.

Pia Pera oscilla tra Milano e Roma, dove si unisce alla navigazione ondeggiante dei due amici romani. Ma uno dei legami più forti di Pia Pera è la Russia, la lingua russa, la letteratura russa.

“Nel gennaio del 1996 intanto era uscita da Marsilio, in una collana diretta da Vittorio Strada, la sua traduzione dell’Onegin, in versi liberi di straordinaria leggerezza, pieni di tutte le migliori qualità di Pia: la malizia, l’intelligenza scintillante, il brivido metafisico al punto giusto.”

Questa passione la porterà ad imbarcarsi nell’avventura che più le costerà in ogni senso. La riscrittura del capolavoro di Nabokov, Lolita, dal punto di vista della ninfetta Dolores. Diario di Lo. Pur suggestivo ed intrigante come tema ed elegante e raffinato nella stesura, Trevi ci racconta che le vicende editoriali e letterarie di questa pubblicazione amareggiarono Pia Pera. La segnarono profondamente e portò sempre con sé questa amarezza e questa frustrante sensazione di incomprensione.

Trevi sfoggia sincerità nei suoi racconti. Non si autogiustifica, non si rassicura. Ci racconta anche la sua parte di responsabilità nel declino dell’amicizia con Rocco Carbone. Le fasi dell’allontanamento, l’incapacità di riprendere la consuetudine anche dei corpi, il rancore e il risentimento.

Il senso di questo libro ce lo spiega Trevi stesso:

“…la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta.”

Leggendo questo libro io li ho visti Rocco e Pia, ci ho parlato, mi hanno raccontato quello che sarebbe rimasto senza voce. Sono affiorati nelle parole di Trevi. Si sono imposti alla mia attenzione. Ed ora non vedo l’ora di leggere Diario di Lo…

Alziamo il braccio con la puntina e giriamo il disco dal lato B.

Con “L’ArminutaDonatella Di Pietrantonio ci ha fatto conoscere la protagonista di questa storia. La giovane ragazza che compie un balzo acrobatico e lascia la “sua” famiglia in cui è cresciuta, in cui ha imparato il sentimento di stare al mondo, per inseguire la sua famiglia biologica, per ricostruire le trame che sentiva spezzate, sfilacciate.

In Borgo Sud la troviamo già grande, già arrotolata nelle vicende della sua vita. Insegnante all’università di Grenoble, a coltivare il suo dolore e la sua delusione. Le vicende del romanzo la riporteranno a Pescara, la riporteranno a Borgo Sud, a rivivere momenti, scene, a farci i conti più o meno definitivamente.

Questo ritorno sarà l’occasione per raccontarci come si è sviluppata la vicenda che l’ha portata a Grenoble.

Ritroviamo quell’atmosfera contadina, secca e asciutta, che si vergogna dei sentimenti, tipica del suo nido familiare, anaffettivo e apparentemente insensibile, ma che nasconde tumulti che non esplodono perché non si sa come esprimerli.

“Mio padre arrivava la sera, gli cedevo il posto e stava lí fermo, un po’ a disagio. Le chiedeva come ti senti e lei rispondeva cosí cosí. Poi non sapevano parlarsi, lui guardava con un certo timore la figura familiare distesa – mai in faccia – e le gocce che scendevano lente dalla flebo.”

Relazioni scarnificate, ridotte a legami ossuti, forti, inesorabili, ma talmente asfittici da perdere di valore, avari e trattenuti.

“Di cosa sia morta mia madre io non so ancora di preciso. Di cancro, ma di molto altro. Una somma di zeri. Zero il valore che dava al restare viva, zero la sua utilità. I figli erano – eravamo – distanti, in caso di necessità non le chiedevamo mai aiuto, un consiglio, uno sguardo. La sua avarizia ci era nota da sempre.”

In questo sviluppo della storia prende quota e cresce irresistibilmente la relazione tra la protagonista ed Adriana, la sorella ritrovata.

“Con mia sorella ho spartito un’eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa.”

Una sororanza che trova nel vuoto dell’origine la pienezza della sua forza. 

Un rapporto importante, che supera distanze, rancori, incomprensioni e costituisce la sostanza della vita di entrambe.

Donatella Di Pietrantonio ha raffinato la capacità di raccontare questi sentimenti che restano tra ossa e pelle, che urlano all’improvviso, perché troppo spesso sono rimasti serrati dietro le palpebre, hanno rosicato i denti da dentro per uscire, hanno pizzicato i polpastrelli che temevano di carezzare.

Non è Pescara, non è Grenoble, non è Borgo Sud, né Firenze, Milano o Roma, è il nostro cuore che custodisce il segreto della nostra preghiera, che magari non sappiamo a chi rivolgere, ma sappiamo cosa vuole chiedere.

La salvezza è un percorso di pietre aguzze e di labbra morsicate, di mani che si stritolano, di occhi che si cercano e di preghiere mute.

Togliamo il disco dal piatto, lo rimettiamo nella sua copertina e lo mettiamo via.

Non è mai facile il compito della giuria dello Strega, ma quest’anno mi sembra una salita più ripida.

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