Vaccinato! – A qualcuno è andata bene, ma non a tutti – Un racconto pandemico di Gingolph

Si mi sono emozionato quando mi hanno consegnato il certificato con entrambe le somministrazioni.

Ho pensato che l’incubo sta finendo. Non era così scontato.

Durante la pandemia ho raccolto una suggestione ed ho raccontato la storia di Veronica Sapio, una giovane ragazza partenopea, alle prese con la pandemia, lontana da casa. Eccolo.

VERONICA SAPIO

di Gingolph

“Non è che tutte le notti di Natale passate a Napoli devono sempre essere Natale in casa Cupiello?”

Veronica sbottò cosi al telefono con la sua amica e collega Marzia, mentre quella la sfruculiava da Milano: “Te Biace ‘o Presebbio?”

“Si, si vabbè, tanto lo so quante scopate ti farai con i tuoi terroncielli! Mi racconterai tutto.”

Rientrò nel portone ed ancora sorridendo risalì al secondo piano di quell’antico palazzo di fronte alla Chiesa del Gesù, dove aveva abitato fino a due anni fa.

Aprì la porta e una carezza di profumo di sugo la avvolse.

“Mammà, sto qua. Stavo al telefono con Marzia quella scostumata che non ti piace come va vestita.”

“Uh Gesù, non mi piace mo’. Non mi fare antipatica con le tue amiche. Quella mette quei calzettoni colorati con qualunque cosa, mi sembra una piccerella, mentre ntosta trent’anni passati.”

Da quando era stata assunta nella grande azienda milanese con sede in Gae Aulenti, dove svettava la ormai arcinota torre di UniCredit, a Napoli tornava sempre meno, giusto per Natale.

A Napoli la aspettava la mamma Gina, che si preoccupava subito di cosa e quanto avesse mangiato in quei lunghi mesi che era sfuggita al suo governo.

Stasera sarebbero venuti anche suo fratello Pompeo, con Giovanna e le piccole Paola e Chiara. A mezzanotte avrebbero attraversato la strada e sarebbero andati tutti a sentire la messa passando, distrattamente come sempre, vicino a quella meraviglia del Cristo Velato.

Mentre usciva dalla sua stanza indossando ancora i suoi jeans del liceo si fece un selfie nello specchio del corridoio, che mandò subito a Marzia: “Sono quelli del liceo, io ci entro ancora, tu?”.

“Zia Veronica, zia Veronica, siamo qui!” 

Gli urletti delle bambine le fecero dimenticare di controllare la risposta di Marzia: “Io ci entro ancora sì, e me li levo tutte le volte che voglio ;-), tu?”.

Una, bionda come le bambole, ed una, nera lucida come Anna Magnani, le sue nipotine le stavano raccontando, accavallandosi incomprensibilmente, tutto quello che era successo dall’ultima volta che si erano visti.

“Uè milanesa. Non me lo dai un abbraccio di quelli da mancare il fiato?”

Pompeo aveva sei anni più di lei. Non era sempre stato il fratello che avrebbe voluto. Per una lunga fase si erano detestati molto pesantemente. Poi erano cresciuti e si erano ritrovati, proprio quando il lavoro di lei li aveva allontanati.

“Ma cos’è? Come si fa? Come si gioca?”

Pompeo lavorava in quel negozio di giocattoli a Chiaia, per cui trovare giocattoli e sorprese per le bambine era sempre una sfida vera.

Per fortuna quell’anno a Milano avevano riaperto in Cordusio I Giochi dei Grandi, dove si trovavano soluzioni innovative e tradizionali al tempo stesso. Aveva trovato un teatro in miniatura, da costruire integralmente, dalle poltroncine ai personaggi, che avrebbe impiegato moltissimo del loro tempo e della pazienza di Pompeo. Ma che una volta costruito avrebbe potuto permettere loro di rappresentarci tutte le storie che volevano inventare, con i pupazzi che volevano creare.

Un gioco senza fine, praticamente.

Il giorno di Natale le campane le dissero dove si trovava prima che aprisse gli occhi. Se non avessero suonato le campane il suo gps si sarebbe ritrovato subito seguendo la scia del profumo del sugo, che da ieri ancora sobolliva in vista del pranzo.

I giorni delle feste passarono velocemente tra carte, nocelle, qualche amica ritrovata e qualche passeggiata. 

Non poteva permettersi ancora troppa autonomia nelle ferie e, quindi, non riuscì neanche quell’anno ad aspettare l’alba in piazza Plebiscito, tra la folla rumorosa e oscenamente contenta, che aspettava il 2020.

A Milano l’anno era cominciato con un nuovo incarico più impegnativo e più sfidante. Oggi coordinava un team di 7 persone che lavoravano alla evoluzione digitale di un gruppo di clienti più sensibili alle novità. 

Si trovava sempre più spesso a superare l’orario di lavoro senza neanche rendersene conto.

A febbraio era troppo presa dal lavoro di impostazione del team che quasi non si accorse che da qualche giorno la notizia di una probabile epidemia pericolosa si diffondeva intorno a lei.

Improvvisamente precipitarono gli eventi.

Zona rossa e lockdown divennero termini inauditamente familiari. L’azienda le comunicò che poteva accedere via VPN da casa ed utilizzare le forme del remote o smart working.

Le ragazze ed i ragazzi del suo team non erano ancora pronti. Non avevano il livello di formazione e di seniority per accedere alla VPN e l’azienda li collocò in cassa integrazione.

Tutto quel portafoglio clienti ricadde su Veronica come unico referente. Aveva sempre avuto la capacità logica di gestire le complessità e anche questa volta riuscì ad organizzarsi efficacemente. 

Piano piano lo sgomento e l’angoscia lasciarono il posto ad una nuova routine: telefonino sempre acceso per comunicare via whatsapp con clienti e altri capi team dell’azienda; il pc con Skype in modalità latente sempre avviata per le comunicazioni dei capi; il tablet sempre pronto per surfare tra social e siti per seguire le informazioni.

Divano, abiti comodi, musica in sottofondo, frutta fresca in frigo, bicchieri di latte, qualche biscotto, si sentiva in pace con se stessa, connessa con il mondo, era il centro del nuovo mondo che ruotava intorno a lei. Gli agi del delivering soddisfacevano tutti i suoi bisogni.

“Guarda Marzia, non sai che ti perdi”

“Mi sembrano pallosini questi film”

“Ma sono capolavori introvabili del cinema che la Cineteca di Milano mette a disposizione in streaming gratuito per alleviare la noia di chi resta in casa. Dobbiamo approfittare…”

“Già quelli sceneggiati su RaiPlay che mi hai consigliato mi hanno annoiato abbastanza. Niente, stasera vedrò qualcosa di allegro, leggero e spensierato. Ciao secchiona”

“D’accordo, come vuoi, ci sentiamo domani, un bacio”

Certo il mondo della rutilante Milano o della rumbeggiante Napoli si era ridotto ai 55 mq della sua casa in affitto a Milano, e poteva raggiungerlo solo attraverso uno dei display dei suoi dispositivi. 

Ampia sala con divano enorme, distanziato dal 50 pollici da un tappeto che le aveva regalato Raffaele, prima di decidere che voleva di più e non poteva restare con lei un minuto oltre. Avrebbe potuto restituirglielo, ma le piaceva tanto il gioco di colore della trama, che se lo era tenuto molto volentieri (peggio per lui).

Sotto la Tv la soundbar che all’occorrenza diffondeva le sue playlist di musica finto jazz, che facevano tanto atmosfera lounge.

Prima dell’angolo con la grande finestra, inutile perché non si vedeva mai il sole, c’era la porta del bagno. Dall’altro lato un muretto basso divideva la zona tecnica di cucina dal tavolo dove una volta la settimana riceveva gli amici a cena (prima del lockdown, certo).

Nascosto tra due pareti che dal divano sembravano sovrapposte come fosse una sola, il disimpegno che la portava nella stanza con il grande lettone e lo specchio sul tetto, lasciato dal padrone di casa. Non una sua idea, ma a cui si era abituata molto presto.

I giorni passavano senza percettibili cambiamenti. Solo ogni tanto sentiva una crescente sottile ansia che le affaticava il respiro.

Sui social si fronteggiavano due modi di vivere questa incredibile situazione. 

C’erano quelli che non perdevano occasione per rilanciare notizie terrorizzanti, per insinuare dubbi sulla legittimità degli atti governativi, sulla credibilità dei pareri scientifici su cui si basava la discussione pubblica. 

C’erano altri che cercavano di diffondere serenità, di stimolare la solidarietà umana, di costruire le basi di un domani dove saremmo approdati migliori.

Purtroppo, dopo alcuni giorni, Veronica cominciò a subire il fascino perverso della prima specie di abitanti dei social. Le notizie terrorizzanti fecero più eco nella sua testa delle rassicurazioni. 

In tv sentiva solo le urla e i litigi, su whatsapp, nei vari gruppi, era attratta solo dalle catene di fake news.

Entrò in una bolla di negatività e di ansia.

Smise di telefonare o rispondere al telefono, l’ultimo barlume di lucidità che le era rimasto le aveva consentito di comprendere che le sue parole zoppicavano. I suoi pensieri andavano ad una velocità che lingua e denti non riuscivano a seguire e chi la ascoltava non capiva cosa dicesse.

La forzata e prolungata solitudine aggravarono il suo stato. 

L’angoscia prese il sopravvento. 

Smise di mangiare regolarmente, abbandonò i gruppi whatsapp, disattivò i profili social, spense la tv. 

Ad un certo punto cadde in un sonno profondo. 

“Che addore ‘e sugo!” 

Pensò, riemergendo dal sonno. Si girò e a fatica riaprì gli occhi. Si vide riflessa nel grande specchio sul letto. 

“‘O sugo me l’aggia ‘nsuonnatu…”. Si deluse. 

Mano a mano che però alzava la testa dal letto l’odore del sugo diventava sempre più forte, una catena che la sollevava come un argano. 

Seduta a mezzo letto, sentì rumore provenire dalla cucina. Si spaventò. “Chi c’è!” Urlò con voce tremante. 

“Nicarié, te sì svegliata. Stai dormendo da due giorni”

“Che dici, mammà?”

“Eh! Dico o veramente. Quella Marzia mi chiamò che tu nun rispunnevi cchiù al telefono. Io so’ asciuta pazza. Grazie a tuo cugino Giovanni, il carabiniere, mi feci fare quella certificazione e so’ venuta sola con la mia macchina”

“Mammà, ma tu non hai guidato mai fuori Napoli”

“Che facevo, non venevo? Ti trovai nel divano con la testa fuori verso terra. Ti ho preso, ti ho lavato comme quanno eri piccerella e ti ho messa nel letto”

“Non mi ricordo niente, mammà”

“‘O saccio! Ti lamentavi, dicevi che così non poteva durare, che questa vita doveva cambiare…”

“Forse si mammà. Deve cambiare questa vita…”

“Cosa vuoi cambiare? Cosa ti fa stare male, figlia mia”

“Non lo so mammà, ci devo pensare. 

Ah! Mi sento bene, riposata e che bello che tu sei qua! 

Tengo fame, mangiamo?”

“Ecco, ecco. Pronti i maccarruni col sugo di mammà”

“Mmmhhh! Che profumo! Sto sugo è un sogno d’Oriente! Chesto certo nun s’addà cagna’!”

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5 pensieri su “Vaccinato! – A qualcuno è andata bene, ma non a tutti – Un racconto pandemico di Gingolph

  1. Leggendo sono riaffiorati tristi ricordi e forti sentimenti di quella tragica primavera, sanati solo con l’amore ❤️

    1. L’amore, ma anche il sugo di mammá, dovrebbero essere definiti Patrimonio dell’umanità

  2. Purtroppo “le basi di un domani dove saremmo approdati migliori”, non mi pare si stiano ponendo, tutt’altro. Da quando è stato decretato il ritorno alla normalità, si è assistito ad un “fuggi fuggi” dalle tane,una ripresa incontrollata e frenetica degli stessi ritmi e bisogni di prima, un ritorno ad un’esistenza “inautentica”, “fuori da sé”, “una deiezione nelle cose”, come prima…

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