Principesse e lumachine – Una fiaba contro la paura

Se vuoi fare bene il genitore devi dotarti di una robusta duttilissima creatività.

I figli ti impongono tante di quelle istanze che devi imparare la nobile arte dell’equilibrio.

Non esistono corsi di formazione, lauree (anche brevi), scuole di alta specializzazione. Impari dagli errori, continuando a farne tanti, sempre di più, e ti giustifichi spacciandoli per guizzi creativi.

Quando mia figlia aveva circa tre anni, nell’estate del 2003, improvvisamente cominciò ad aver paura di allontanarsi da noi.

Nel tentativo di inventarmi qualcosa che la rinforzasse e la accompagnasse inventai una favola, che ogni sera le raccontavo prima di addormentarsi.

Funzionò.

Dopo quasi 18 anni, sono venuto a conoscenza di un concorso letterario per Fiabe della Buonanotte. Convinto anche dalla buona causa sottostante, ho trascritto dai miei ricordi quella fiaba e l’ho inviata.

È piaciuta.

Si trova in questo volume della Rudis Edizioni.

Una parte del ricavato di questa raccolta sarà devoluto tramite l’associazione “Non esistono cause perse” ( https://www.facebook.com/nonesistonocauseperse ) a sostegno di Emma, una bambina di 2 anni affetta da SMA1.

Potete seguire la storia di Emma tramite il blog-diario curato dalla mamma, Elisa, cliccando qui: https://www.facebook.com/profile.php?id=100063560583440

Per sostenere questa causa basterà solo un like alla pagina Facebook.

Ma se voleste fare di più, potreste comprare il volume sul sito www.rudisedizioni.com sfruttando anche uno sconto del 15%, digitando nello spazio del codice promozionale AMICI .

Il testo della favola che mi sono inventato per amore, comunque, lo trovate qui di seguito:

CAROLINA E LEOLUCHINA LA LUMACHINA

Ai miei figli Carolina e Caroletto

“Uffa! Che noia questa febbre”

La fronte appoggiata alla finestra, il nasino arrossato, Carolina guardava sconsolata dalla finestra il giardino del Palazzo, sotto quel cielo grigio invernale, dopo che aveva piovuto.

Mentre sbuffava e tirava su col naso, sentì una vocina flebile che la chiamava “Principessa, principessa…”.

Abbassò lo sguardo e vide una lumachina che si sforzava di alzare il capino, fuoriuscito dal guscio per farsi sentire.

“Ciao, come ti chiami?” Le chiese.

“Sono Leoluchina, la lumachina”, rispose.

“Ciao, sono la Principessa Carolina, che ci fai qui?”

“Sto esplorando il mondo. Sono partita tanto tempo fa dalla soffitta di questo palazzo e sono arrivata fino qui”

“Che bello!” Esclamò Carolina, “possiamo giocare insieme allora, oggi”.

“Prima raccontami un po’ di te, con chi vivi in questo palazzo?”

“In questo palazzo vivo con la mia famiglia, la famiglia regnante di questo stato. C’è mio papà, il Re Carolone, la mia mamma, la Regina Carolaina, mio fratello, il Principe Caroletto, ed io, la Principessa Carolina.

Il Re Carolone è molto buono e giusto e forte e tutti gli vogliono bene, ed io tantissimo.

La mia mamma è molto amorevole e affettuosa, condivide con il re le fatiche del regno, con grande capacità, e Caroletto ed io le vogliamo tanto, tanto bene.

Caroletto, pur essendo ancora piccolo, dicono tutti che sia già molto saggio, anche se non sempre mi fa giocare con lui (ma io gli voglio bene lo stesso).

Infine ci sono io, che sono la più scoppiettante di tutta la famiglia.”

Leoluchina, la lumachina, annuiva gongolando.

Carolina la fece salire sul dorso della mano.

“Ora vieni con me, ti porto a vedere i miei giochi”.

E passarono insieme tutto il pomeriggio, giocando.

Qualche tempo dopo, quando la primavera stava già lasciando il posto all’estate, Carolina uscendo dal portone del palazzo sul patio, vide sul tavolino esterno Leoluchina, la lumachina.

“Ciao Leoluchina”, trillò Carolina “Cosa ci fai qui?”

“Ciao”, le rispose, “sto continuando la mia esplorazione del mondo.”

“Dopo tanto tempo sei ancora qui?” Incredula le disse Carolina. “Di questo passo non vedrai mai nulla nella tua vita.” E, senza darle il tempo di decidere alcunché, la fece salire sul dorso della mano e sprizzò: “Andiamo insieme. Ti porterò io che sono più veloce e ti farò vedere quanto è bello il regno del mio papà.”

Scesero i gradini del patio, salutarono i due micioni addormentati sui rami dell’albero che ombreggiava il palazzo, e si avviarono per la strada.

Sulla destra, un po’ più in alto della strada stessa, si vedeva una distesa di papaveri rossi, che ondeggiavano al sole del pomeriggio e che davano risalto al muretto che costeggiava la strada.

Sulla sinistra una distesa di coloratissimi tulipani rallegrava lo sguardo.

Dopo questi campi, la strada curvava leggermente a sinistra e si alzava lentamente sul livello del terreno. Si preparava al ponte che superava il torrente.

Affacciatasi dal ponte, Carolina disse a Leoluchina, la lumachina: “Guarda giù le barchette chiatte, che usano i pescatori per prendere i pesci buonissimi che poi ci preparano in cucina”.

Leoluchina, la lumachina, cercava di aggrapparsi alla mano di Carolina che si muoveva freneticamente ad indicare le meraviglie del mondo.

Passando oltre c’era uno spiazzo dove due cavalli bianchi correvano e saltavano, mettendo a Carolina tanta voglia di correre.

Prendendo la diramazione a destra che si allontanava, salendo, dal piccolo fiume, passarono per un altro campo dove c’erano tante caprette, alcune bianche, alcune nere, che sgambettavano sui prati. Due cani pastore facevano i burberi, abbaiando e rimbrottando le caprette, ma si vedeva che erano buoni e non avrebbero fatto male a nessuno.

Inoltrandosi verso dove il sentiero si stringeva, sul muro laterale, una distesa di glicine, più in terra che sui rami, attraeva il loro sguardo a destra.

Poi d’improvviso il muro ed il glicine finivano e il sentiero quasi si mischiava al terreno circostante. A tenere ferma la direzione e la strada era la galleria formata dai rami delle Jacarande ai lati, che si incrociavano sopra di loro.

Carolina esclamò meravigliata: “Guarda Leoluchina, la lumachina, che bel colore tra blu e viola c’è nell’aria! Sembra che i raggi del sole, passando tra i rami cambino colore e come lampade colorate illuminino questa nostra strada tutta blu e viola.”

Carolina, non si era mai spinta da sola fino a lì. Per un attimo si guardò indietro e si accorse di non scorgere più il Palazzo. Ebbe un pochino di paura, ma l’impegno preso con Leoluchina, la lumachina, e anche il suo desiderio di esplorare ancora, la spinsero ad andare ancora avanti.

Arrivarono ad una fontana con tanti rubinetti da cui uscivano acque freschissime. Carolina si avventò al primo rubinetto assetata. Si scordò della sua amica Leoluchina, la lumachina, che scivolò dalla mano sul bordo della vasca. Fortunatamente Leoluchina, la lumachina, si raggomitolò subito dentro il guscio ed appena finì la sua corsa sul bordo, piano piano rimise le corna fuori e poi, rassicurata dalle sue corna, tutta la testa.

“Scusa Leoluchina, la lumachina” spruzzò Carolina. “Ero morta di sete, tutte queste corse, tu capisci, vero?”.

Carolina stese nuovamente la mano, dopo averla asciugata sul dorso della tutina che indossava, e Leoluchina, la lumachina, rimontò a bordo del suo aereo personale più pazzo del mondo.

Nello spiazzo pieno d’erba, cui arrivarono, c’erano un sacco di mucche che pascolavano, dlindlonando con i loro campanacci al collo. Sembrava che suonassero una canzone. Carolina prese a ballonzolare a tempo di musica, cantando a squarciagola: “Dolon dolon dolon dolon dolà”.

Mentre la povera Leoluchina, la lumachina, cercava di incollarsi al dorso di quella mano che dirigeva l’orchestra dei campanacci.

Il sole intanto calava, la luce del giorno si affievoliva, e Carolina avanzava euforica, inondando Leoluchina, la lumachina, dei suoi racconti e delle sue scoppiettanti chiacchiere.

Quando arrivarono, infine, al bosco, la luce era calata del tutto. Si era fatto tardi.

Ora Carolina cominciò ad avere paura.

I rami degli alberi diventarono braccia che tentavano di afferrarla. I versi degli animali del bosco sembravano orribili.

Carolina, improvvisamente seria e riflessiva disse alla sua compagna di viaggio: “Leoluchina, la lumachina, ora io devo tornare a casa. Non posso più accompagnarti ad esplorare il mondo. Ti lascio qui, su questo ramo. Ti auguro tanta buona fortuna, tanta quanta quella che servirà a me per tornare a casa con questo buio.”

“Grazie Carolina. Insieme a te ho visto tante cose e tanti posti che ci avrei messo anni per vedere. Io proseguo da qui, vai pure a casa tua e senza paura.”

Carolina, si mise subito a correre verso il palazzo, ma il buio stava diventando fitto. Tutte le cose colorate e belle che la avevano rallegrata all’andata, erano ora grigie e paurose.

Si fermò con il cuore in affanno. Stava per essere sopraffatta dalla paura quando ebbe un’illuminazione.

Si ricordò di una volta, quando era più piccola, ed aveva avuto la stessa paura, nelle scale del palazzo che erano diventate improvvisamente buie.

Aveva urlato terrorizzata ed era accorsa la Regina Carolaina, che l’aveva abbracciata e l’aveva rassicurata. Le aveva detto Carolaina: “Vedi Carolina, nel tuo cuore, che ti sembra piccolo, in realtà, c’è tantissimo spazio, ci sono tantissime stanze, che riempi con le persone che ti vogliono bene. Quando avrai paura, quando ti sentirai sola, guarda dentro il tuo cuore, apri le porticine delle stanze e troverai forza ed aiuto.”

Così fece.

Guardò dentro il suo cuore e trovò la prima porta, la aprì, ci trovò la forza e la bontà di Re Carolone. Dalla porta accanto, appena socchiusa, fuoriuscì l’amore e la dolcezza della Regina Carolaina. Nella porticina sotto quelle trovò la acerba saggezza e l’allegria del Principino Caroletto.

Improvvisamente quelle tre stanzette aperte del suo cuore si illuminarono e diventarono una torcia che fece luce sulla strada e in quattro salti e di corsa arrivò al Palazzo.

Davanti al Palazzo c’era la Regina Carolaina, che l’aspettava.

Carolina, con la foga di un torrente che scende da una ripida montagna, le raccontò di tutte le avventure vissute con la sua amica Leoluchina, la lumachina, e di quanto si era divertita.

Poco più tardi, dopo la consueta procedura d’uscita, quando si mise nel letto con la mamma vicina, Carolina raccontò anche della paura, del timore di non riuscire a tornare, e del rimedio che aveva ricordato ed usato per tornare senza problemi.

Carolaina, si chinò su di lei, le baciò i capelli e le disse: “Brava Carolina, stai diventando grande.

Buonanotte Principessa Carolina”.

 

 

 

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