Tutti ci sentiamo Unti dal Signore, ma solo Uno lo fu – Io sono Gesù di Giosuè Calaciura – Sellerio

La mia adolescenza è stata affaticata da alcune circostanze condizionanti. Una su tutte la mia orfananza precoce.

Non a caso sin dall’adolescenza sono stato attratto dalle cristologie, le storie di giovani che rivelavano di sé una natura eccezionale, dopo un’adolescenza affaticata.

Come Gesù diventa Cristo negli ultimi tre anni della sua vita, così altri personaggi vivono storie strutturalmente simili. Anzi, mi sforzavo di trovare quasi in ogni storia elementi cristologici. Ovviamente mi appassionavano anche le storie che raccontano proprio Gesù (ho parlato già di Jesus Christ Superstar e della Buona Novella di De André, qui).

Del Gesù adolescente si sa poco. Non conosciamo la sua vita ordinaria di bambino, di ragazzo, fino alla trasformazione in uomo, in Messia, in Cristo.

Per noi orfani adolescenti diventa facile immaginare che abbia condiviso le nostre difficoltà, il disagio di diventare grandi, senza la presenza di un padre.

La pubblicazione dell’ultimo romanzo di Giosuè Calaciura, Io Sono Gesù per la Sellerio, finalista al Premio Vittorini, ha risvegliato in me numerose sensazioni, che l’anzianità sembrava avere sopito.

Ho aspettato a leggerlo.

Ho aspettato qualche settimana a scrivere queste riflessioni.

La materia è per me molto delicata.

La scrittura di Calaciura è emozionata, risente frequentemente dello stato d’animo ed emotivo del protagonista. Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe il falegname e di Maria, che giunto ai trent’anni, si (e ci) racconta i passaggi cruciali degli anni precedenti. Le vicende, le scelte, le disavventure, che lo hanno portato a questo punto di stallo, apparentemente senza via d’uscita, dei suoi trent’anni.

Gesù di Calaciura, è un giovane disilluso. Non è ancora il Cristo. Non pensa di esserlo, non vuole esserlo.

L’uomo passato alla Storia ed alla Fede come il Figlio del Padre più padre che si possa avere, per Calaciura è un orfano. Giuseppe è andato via, ha abbandonato figlio e moglie, senza dare spiegazioni (almeno al ragazzo) e Gesù non si dà pace.

La madre, Maria, non è di grande aiuto. Anzi da tanti piccoli segnali Gesù interpreta una sua crescente delusione. Come se il figlio tradisse le sue aspettative.

Come ci è capitato un po’ a tutti, Gesù origlia i discorsi dei familiari, soprattutto nelle riunioni allargate a Gerusalemme, ricavandone informazioni frammentate, discordanti e tutt’altro che rassicuranti, sulla sua nascita, sulla sua vita, sulla sua famiglia.

L’inspiegabile ed inspiegata assenza del padre lo spinge ad una fuga minorenne, ad una telemachia, per le vie della Galilea.

Questo viaggio lo porterà a scoprire la generosità (di un altro falegname di nome Giuseppe), l’amore ed il desiderio, il tradimento e la delusione, il fallimento, il dolore del ritorno, sconfitto, piegato.

Per un lungo tratto Gesù si unisce ad una carovana di zingari circensi. Con loro scopre alcune sue qualità che non credeva di avere. Con un senso di premonizione incombente, il capo di questa carovana è niente meno che Barabba.

Queste pagine sono molto affascinanti. Si sentono gli echi di Melquiades, di Zampanò, e di tutti gli altri circensi che la letteratura ed il cinema ci hanno regalato. Tra tutti i richiami, ho percepito più forte l’eco di uno spin off dalla tragedia più cristologica di Shakespeare, l’Amleto. Sto pensando, ovviamente, alla brillante commedia di Tom Stoppard, Rosencrunz e Guildestern sono morti. Alle scene dei teatranti che giungono al castello.

Come ci è capitato un po’ a tutti, colpiti dall’assenza del padre (la morte non spiega tanto quanto la fuga, fidatevi), Gesù reagisce allontanandosi dai riti e dalla fede. Leggiamo pensieri atei nella mente del Figlio di Dio.

È scandaloso un Gesù orfano e ateo?

Per Calaciura no. La sua narrazione non mostra segni di scandalo. Racconta di un disagio umano, condiviso da tanti esseri umani. Se il Figlio di Dio ha voluto farsi Uomo, non è scandaloso che provi i dolori degli uomini, che provi il senso di abbandono come noi umani.

In tutta la sua fuga e ricerca Il Gesù dì Calaciura ripete spesso la frase che sappiamo chiuderà la sua vita: Padre mio, perché mi hai abbandonato?

Semmai il Gesù di Calaciura mostra di essere ignaro di questo disegno, di essere non tanto d’accordo con questo disegno. Tre anni prima del Getsemani non ha alcuna intenzione di bere quel calice.

Consapevole dei suoi limiti, delle sue umane debolezze, non pensa affatto che la campagna di ribellione propugnata dal cugino Giovanni, prediletto confabulatore della madre, lo riguardi, che sia preparata per lui.

Questa umana disillusione, questa umana esigenza di sottrarsi ad inutili sacrifici, rimanda alla mente il capolavoro di Martin Scorsese, L’ultima tentazione di Cristo. Rimanda a quel sogno di vita appagata, felice, ritirata, che non è concesso all’Unto.

Per tutto il racconto, il rapporto di Gesù con la madre è descritto come impari. Gesù chiede, Maria elude. Maria sa ciò che Gesù non sa. Maria si apparta con Giovanni (non ancora il Battista) e confabulano di cose che Gesù non sa, non capisce, non può capire. Può solo provare gelosia.

Così alla fine, nel momento forse più drammatico del suo trentenne disagio, non ci sorprende il sorriso della Madonna, all’arrivo di Giuda (si, proprio lui) che quasi ordina a Gesù di lasciare la sua disperazione e di andare da suo cugino Giovanni, che è arrivato il suo tempo. Si sono compiuti i giri del cielo, che portano all’arrivo del Messia, dell’Unto, del Cristo.

Di tutta questa vicenda, dal concepimento inconsueto, al Battesimo da Cristo, ci appare come regista unica, inesorabile, lei, Maria, la Madonna.

Come ci è capitato un po’ a tutti, che non ci siamo accorti dell’agire nell’ombra di nostra madre, mentre eravamo distratti a cercare chi era andato via, così il Gesù di Calaciura scopre solo all’ultimo passo prima della sua evangelica predicazione, il ruolo della Madre in tutto il suo percorso.

Ci è piaciuto questo Gesù, orfano, ateo, rabbioso, scontroso, deluso, riluttante che Giosuè Calaciura ci ha raccontato. Ci ha parlato di noi, ci ha raccontato di tutti noi, umani disperati in cerca di un padre, segretamente confidenti che sia il Padre, il Padre più padre di tutti, sottovalutando l’importanza di nostra Madre, che, intanto, ci apparecchia la vita.

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