Chi mai può resistere al canto delle sirene? – Lei Lisa…io leso di Giovanni Fichera

Corpo di uccello o corpo di pesce, volti bellissimi, voci che incantano, le sirene attraversano il mito e la letteratura dall’inizio dei tempi.

Non saprei elencarle tutte le sirene che ho conosciuto.

Al cinema, come Daryl Hannah in Splash – Una Sirena a Manhattan o la Sirenetta disneyana, con la sua orchestra in fondo al mar, o i recentissimi sogni animati di Luca.

Nella musica, come la Printyl di Vinicio Capossela.

Nel mito omerico sfidate da Ulisse.

La sirena che più mi ha impressionato, che più mi ha coinvolto, è Lighea di Tomasi di Lampedusa. Tanto da suggerirmi un racconto, di cui ho parlato qui.

In un tramonto ancora caldissimo di fine agosto, sulle rive dell’ondoso Plemmirio, ho trovato un’altra sirena da aggiungere al già corposo elenco: Lisa.

Giovanni Fichera, maestro di cucina, dopo aver scritto di cucina (scrivendo comunque di sè e del suo piccolo mondo antico) pubblica un racconto dal titolo curioso: Lei Lisa… …io leso, con Morrone Editore.

Tomasi di Lampedusa è nato il 23 dicembre, come me. Ma io sono nato tanti anni dopo, nel 1965, come Giovanni Fichera, il 19 dicembre, e questa passione per le sirene che ci accomuna, e questi cabalistici ricorrenti anagrafismi, chissà se sono casuali. Queste date si avvolgono come le spire di una conchiglia e ci predispongono alla lettura di questo racconto marino.

“Lei Lisa… …io leso” è una fiaba, un sogno, un cunto, che vede Giovanni adolescente, perdersi (lisanire, diventare leso) per Lisa, una visione, un trompe l’oeil, un inganno forse.

Tra il mare non mare circondato da paesaggi industriali, frutto dello stupro ambientale di quegli anni, e Ortigia e Siracusa tutta, con il suo mare più vero, si dipana la vicenda del sogno di Giovanni.

Come nei sogni che si rispettano, quelli cinematografici soprattutto, le filame del sogno sono sospese e sospinte dal vento. C’è tanto vento in questo racconto. Se ne sente il suono, la voce, ammaliante (forse più di quella delle sirene), come prodotta da un teremin.

Tutta la storia è una conchiglia (come ci prefigurava il cortocircuito anagrafico) che ci racconta il suono di una adolescenza, delle sue illusioni e delle sue incomprensioni che fu nostra (de nostra fabula narratur).

L’occasione è ghiotta (quasi un colmo per un maestro di cucina come Fichera) per avvolgere nelle spire di questa conchiglia, tanti siparietti di vita vissuta, quotidiana, animati dalle voci (diverse non meno terribili sirene) della zia, della mamma, del papà, della majara, della sua personale memoria di tempi, luoghi, toni, dialetto e parole.

Nel suo meritato Strega di quest’anno, Emanuele Trevi scrive

“…la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta.”

Allora questa fiaba è un’inganno anch’essa, uno scangio. Non è Lisa la sirena che ha incantato Giovanni. All’autore mancano i suoi affetti cari di un tempo, ed allora è lui che scrive il suo canto di sirena, per incantare chi oggi non c’è e per persuaderlo a tornare sulla sua pagina, per rivivere ancora, come dice Trevi.

Gigi Marzullo motteggiava chiedendo a tutti se la vita è un sogno, o i sogni aiutino a vivere. Di sicuro la magia di questa fiaba sognata da Giovanni Fichera aiuta a ricordare, nella sua più letterale accezione di ripassare dal cuore.

Le sirene sanno quanto ne abbiamo bisogno.

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