Vivere! Senza malinconia – Tropitalia di Mario Venuti

Ma che ne sanno i soliti ignari della Soncini, di Jannacci che stonava e cantava: “perché la vita è bella e la voglio vivere senza tu!”.

Mario Venuti esce dalla pandemia con un nuovo disco. Tropitalia.

Un disco di cover, senza inediti. Inedita è la forma che viene data a queste canzoni, così note e ascoltate così tante volte, che altrimenti avrebbe corso il rischio di appiattirsi sulle originali.

La chiave stilistica che unisce (quasi) tutte le cover di questo disco è il riferimento costante alle sonorità e alle ritmiche brasiliane, samba e bossa nova. Il canto di Venuti scivola costantemente su accenti portoghesi, samba e bossa gli hanno da sempre portato Fortuna.

La sonorità ed il titolo dell’album ci riportano inevitabilmente alla rivoluzione (mancata) del Tropicalismo. Tropicàlia si chiamava il disco prodotto da Caetano Veloso, con Gilberto Gil e Gal Costa, con cui volevano fare irrompere nella musica brasiliana degli anni Sessanta, i valori del tropicalismo. Canzoni politicamente impegnate, sociologicamente consapevoli, arrangiate con mix intelligenti di bossa nova, rock, musica africana ed altre influenze, volevano guidare una rivoluzione politica e sociale in tutta l’America Latina, partendo dal Brasile.

Il popolo preferì la bossa nova di Vinicius De Moraes.

Il gioco di parole del titolo e la musicalità delle cover sono l’unico punto di contatto con quell’esperienza del nuovo disco di Mario Venuti.

Venuti sceglie di reinterpretare undici canzoni che spaziano dagli anni Trenta agli anni Novanta. Canzoni popolari, sanremesi, hit di grande successo, con cui scatta subito l’effetto karaoke, visto che tutti ne conosciamo a memoria qualche verso ed il ritornello.

Nessuna coscienza politica, nessuna consapevolezza sociologica a sostenere il progetto (a meno che non si voglia forzare la lettura di “Non ho l’età” verso la condanna della pedofilia).

Non tutte le ciambelle di questo disco riescono con il buco, è meglio dirlo subito (come “Non ho l’età”, appunto). Ma alcune letture sono davvero godibili e meritano l’ascolto.

Da Sanremo arrivano cinque scelte.

Il sempre vivo successo inatteso di NadaMa che freddo fa”. La sua versione sambeggiante che ha anticipato l’uscita del disco è riuscita, è godibile, diverte, spinge a ballare.

La canzone simbolo di Loretta Goggi, che quest’anno compie quarant’anni (la canzone, no la Goggi), “Maledetta Primavera”, che qui si accompagna ad un arrangiamento per archi, poco tropicale, ma impreziosito dalla partecipazione di Patrizia Laquidara.

Il cuore è uno zingaro” che diventa una struggente e sensuale beguine.

“Non ho l’età” e “Voar” (Volare) che sono le meno intriganti del disco.

Due hit clamorose, di enorme successo popolare, sono profondamente rivoltate in questo progetto.

Figli delle stelle”, la hit delle hit della disco music italiana, che con i suoi nuovi coretti bossa tende pericolosamente ad insediarsi nella nostra testa, moltiplicando l’allegria della versione originale. Al prossimo karaoke sarà impossibile non lanciarsi nel “papparappapapara” di questa bossa.

Xdono”, il successo rivelazione di Tiziano Ferro, che qui trova il gioco tipico dell’antifona e della risposta, comune a tante canzoni brasiliane. L’arrangiamento ritmato e screziato da inserti di fisarmoniche che danno sapore ancora più popolare, riveste con abito da campagna questo brano.

Alcune menzioni speciali.

Vita” di Dalla e Morandi, qui riproposta su tessuto bossa, con fischio leader, e cantata a due voci, con l’altro brasiliano della nostra scena musicale italiana, Joe Barbieri. Un impasto speziato e che ci lascia desiderio di riascoltarla.

Vivere”, si. La canzone di Bixio del 1937. Una sambetta fascista, come nel film orwelliano di Gillian. Venuti si lascia andare ad un canto pieno melodico, sincopato giusto un po’. Ne rispetta filologicamente il testo, ma nella scanzonata allegria che ci mette si sente che nella sua testa risuona la voce incerta ed incespicante di Enzo Jannacci che nel 1976 cantava “perché la vita è bella e la voglio vivere senza tu!”.

Il più bel brano del disco, senza dubbio.

Infine le due carezze.

Mario Venuti si cimenta con “Quella carezza della sera” dei New Trolls, il manifesto dell’orfananza. L’arrangiamento tropicale, intimo e raccolto, doloroso, aggiunge quel tocco di saudade al brano che ne fa una versione da oggi imprescindibile.

Chiude il disco “Una carezza in un pugno”, grande successo di Celentano, qui rappresentato solo con chitarra e voce. Un tocco di verità, un momento intimo, che ci lascia immaginare Mario Venuti seduto in penombra nella sua stanza, alla luce della luna, bloccato dalla pandemia, che si curva su di se e cerca di guardarsi dentro, di ritrovarsi nei suoi ricordi, di ritrovare le tante assenze che gravano sul cuore, di colmarle con un canto sussurrato ed una vertigine di memorie e di sentimenti, per sconfiggere la paura.

Forse Mario Venuti vuol dirci che politica e sociologia passano sempre dal cuore degli uomini, e ritrovare quel cuore che ha battuto nel petto di questo Paese negli anni del Festival, della liberazione dei costumi, del boom economico, della solidarietà austera, della compattezza contro i nemici (più interni che esterni), della condivisione nelle piazze, nei circoli e nei bar, sarebbe l’unica rivoluzione politica possibile dopo questa pandemia.

Una inversione della tradizione: il carnevale dopo la lunga quaresima.

Il Tropicalismo all’italiana, insomma.

Tropitalia, appunto.

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