La Scuola Cattolica di Stefano Mordini, il film

Leggere “La Scuola Cattolica” di Edoardo Albinati è stata una impegnativa, necessaria, traversata oceanica. La minuziosa ricostruzione di una stagione, di famiglie, persone, quartieri, contesti, Paese, sociologia e politica, che hanno portato al massacro del Circeo, al delitto per antonomasia, ha richiesto attenzione e cura. Ma ne è valsa la pena. Ora gli occhi di tutti noi sono Wide Open. Non abbiamo alibi.

Questi occhi spalancati sono quelli che portiamo al cinema a vedere la trasposizione cinematografica della analisi di Albinati.

Inevitabile confrontare spirito ed anima di libro e film.

Il film è fatto bene. L’ho visto con un amico che non aveva letto il libro, ed ho potuto misurare l’effetto del film, anche da solo.

La tesi del libro e la ricostruzione di persone, famiglie e ambienti sono rispettate nelle scelte artistiche e cinematografiche.

Il film lascia lo stomaco aggrovigliato, lascia arrabbiati, impotenti, disperanti.

Eppure il massacro si desume dalle conseguenze, non vi si assiste direttamente. Ma l’angoscia si prova, si sente, tutta.

Certo se su centinaia di pagine ne dedichi il 10% alla descrizione cruda dell’evento, e poi nel film comprimi (giustamente ed inevitabilmente) in alcuni quadri tutto il lavoro di ricostruzione che era il 90% del libro, alla fine nel film pesa di più la descrizione cruda dell’evento, e la forza delle immagini, ripeto più immaginate che viste, ti fa ricordare prevalentemente quello.

Il film rappresenta un passo avanti nella definizione della mascolinità negativa, pesante, intollerabile anche ad alcuni uomini, che sta alla base di atteggiamenti e comportamenti oggettivamente violenti.

Essere maschi, romani, in quel quartiere, in quella scuola, attribuisce un diritto alla violenza, ancor di più se le vittime sono dù poracce.

E non basta limitarsi a dire che così andava nel seicento, alla Manzoni. Questo presunto diritto alla violenza persiste ancora oggi nella testa di molti.

Il film mostrandoci le facce fa emergere però una contraddizione.

Se la tesi del film e del libro è quella di considerare tutti quei giovani potenzialmente responsabili di efferati delitti, e non ricorrere, quindi, all’alibi di ritenere pazzi ed eccezione scandalosa Angelo Izzo e compagni, perché fin dalla sua prima apparizione Angelo Izzo (molto somigliante all’originale, peraltro) ha proprio la faccia e gli occhi del pazzo?

Il film si deposita da qualche parte nell’inconscio.

La notte dopo averlo visto, un sogno molto angosciante mi ha svegliato.

Ci troviamo nel mezzo di una manifestazione di piazza, io e mio figlio, che, ad un tratto, con un’espressione perfida e sfottente che non gli ho mai visto, e che sottovaluto, si avvicina ai carabinieri sulla camionetta, spacciandosi per incaricato da altri carabinieri di organizzare il recupero ed il trasporto di alcuni invalidi verso un’altra piazza distante.

In un primo momento decido di credergli e lo assecondo.

Ma quando elenca i tre da recuperare chiamandoli: cerebroleso, cerebronegro, cerebroebreo, e vedo arrivare tre suoi amici travestiti da sberleffo, mi rendo conto della pericolosa goliardata e mi allontano, seguendo da lontano la vicenda.

I ragazzi se ne vanno con la camionetta e i carabinieri. Provo a seguirli ma li perdo.

Rimango a vagare a lungo, angosciato. Mi chiedo se li avranno arrestati. Mi chiedo come ho fatto a non accorgermi prima di questo lato del carattere di mio figlio, cosa avrei potuto fare per aiutarlo.

Dove ho sbagliato?

L’inconscio, con questo sogno, mi ha rivelato un’ultima considerazione su questo film.

Il libro mi aveva colpito più come figlio, potenziale assassino del Circeo, come dice Albinati di sé e dei suoi compagni del quartiere Trieste.

Il film mi interpella di più come genitore, potenzialmente distratto, o peggio, responsabile inconsapevole della eventuale trasformazione in potenziali assassini dei propri figli (e i miei da un po’ vivono pure nel quartiere Trieste).

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