Né di Venere, né di Marte… – L’isola Degli Alberi Scomparsi di Elif Shafak – Rizzoli

Forse l’impegno e lo sforzo di ricostruzione del mio albero genealogico nascono proprio dalla consapevolezza dell’ereditarietà epigenetica del dolore. Dal sapere che dentro di noi scorre ancora la linfa di situazioni, eventi, profumi, sapori, emozioni avvenute in altri tempi ad altri avi. Non possiamo mai sapere quanto quell’emozione che stiamo provando in un dato momento e situazione, sia solo frutto della situazione del momento e quanto sia condizionata da una traccia genetica rimasta impressa nel DNA che di lombo in lombo è giunta fino a noi.

“Già molte volte in passato le era venuto il sospetto di avere dentro una tristezza che non era proprio sua.”

Questa riflessione è di Ada Katzantzakis, una delle protagoniste dell’ultimo libro di Elif Shafak, L’Isola Degli Alberi Scomparsi, edito in Italia da Rizzoli.

Elif Shafak, da quando una coraggiosa guida ce l’ha segnalata ad Istanbul, ignorandone l’esilio e la messa la bando, è la scrittrice preferita per affrontare i nodi della memoria, dell’esilio, della rinascita.

Questa volta Shafak ci porta a Cipro, ci immerge nella storia dell’isola, e degli isolani, divisi tragicamente tra greci e turchi, esuli sia che rimangano sull’isola divisa dalla linea verde, sia che ne abbandonino il suolo, il clima, le tradizioni, gli amori, le memorie.

Un’isola rivale, colma di eterne insanabili rivalità, persino tra carrubbi e fichi.

“Quindi, ecco, dalle mie parti c’è un tantino di rivalità tra carrubi e fichi.
I fichi sono morbidi, sensuali, misteriosi, emotivi, lirici, spirituali, introversi e autosufficienti. Ai carrubi invece piace il cerebrale, il materiale, il pratico, il misurabile. Parlate a un carrubo di problemi di cuore, e non ne ricaverete alcuna reazione. Neanche un fremito. Dovesse raccontarla un carrubo, tutta questa storia, è certo che la sua versione sarebbe molto diversa dalla mia.”

Una divisione di cui la natura non sa e non vuole tenere conto.

“Ci sono molte cose che un confine – perfino uno netto e ben sorvegliato come questo – non può fermare. Il vento etesio, per esempio, il meltemi o meltem dal nome delicato ma dalla forza sorprendente. Le farfalle, le cavallette e le lucertole. Le chiocciole, anche, con tutta la loro mesta lentezza; e ogni tanto, un palloncino che sfugge alla presa di un bimbo, sale al cielo e devia verso l’altra parte… in territorio nemico.”

Divisa e rivale su tutto, tranne nella superstizione.

“Mentre le religioni si scontrano per l’ultima parola, e i nazionalismi propalano un senso di superiorità ed esclusività, da ciascun lato del confine le superstizioni convivono in splendida armonia.”

Ogni volta che leggo un libro di Shafak vengo colpito dalle sue formidabili tracce di memoria, e dalla sua esule capacità di rievocarle nitidamente e pienamente con tutti i cinque sensi, oltre la pagina.

E mi sorprende sempre ritrovare molte delle tracce della mia memoria, delle mie nonne, dei miei avi, delle tradizioni, degli odori, delle vite, dei paesi di cui si è farcito il mio DNA. 

La religiosa superstizione (né di venere, né di marte, ci si sposa, si parte o si dà principio all’arte).

“Tra i giorni della settimana, il martedì era il più infausto: di martedì non ci si sposava, non si partiva e non si partoriva, potendolo evitare.”

La tendenza prescientifica, naturale e olistica di leggere nei più piccoli avvenimenti segni di premonizione.

“Panagiota raccomandava invece di fare sempre attenzione ai segni: un gufo che bubolava nell’oscurità, una scopa che cadeva per conto suo, una falena che ti volava in faccia… tutti presagi malauguranti. Inoltre, credeva che certe piante fossero cristiane, altre musulmane e altre ancora pagane, e bisognava accertarsi di aver piantato in giardino quelle giuste.”

Una certa tendenza a vivere nascosti agli dei, capricciosi e vendicativi, che, invidiosi di successi e gioie, potrebbero ribaltare la nostra fortuna catastroficamente, per una esigenza di riequilibrio, di pareggio di bilancio immanente.

“Il fatto è che abbiamo paura di essere felici. Fin dalla più tenera età ci insegnano che nell’aria, nel vento etesio, avviene continuamente uno scambio misterioso, per cui ogni sprazzo di soddisfazione sarà seguito da un accesso di sofferenza, ogni scoppio di risa da una lacrima pronta a scendere, perché così funziona questo strano mondo, e per questo noi cerchiamo di non far troppo trasparire la felicità fuori, anche quando ce la sentiamo dentro.”

La centralità del cibo, quale mezzo di comunicazione, di gancio e di legame tra culture diverse e tra tempo, spazio e generazioni.

“Il cibo è il cuore di qualunque cultura» rispose la zia. «Se non conosci la cucina dei tuoi avi, non sai chi sei.”

Il legame indissolubile che insegue ognuno di noi con il luogo dove è nato, sia quando lo lasciamo, sia, o soprattutto, quando ce ne allontaniamo.

“Il luogo dove siamo nati è la forma della nostra vita, anche quando ne siamo lontani, anzi specialmente in quel caso.”

Shafak è maestra nel farci comprendere che questi elementi sono comuni alle due fazioni di isolani, greci e turchi, armati l’uno contro l’altro da urgenze belliche  e storiche, indotte da disequilibri che nascono altrove. In questa elaborazione ci arriva netta la consapevolezza che non solo greci e turchi, isolani rivali, sono accomunati da questo sangue della memoria, ma tutto il Mediterraneo ed i suoi popoli vibrano per la stessa corda. 

Questa sua maestria è la chiave di tutti i suoi successi, della inevitabile identificazione dei lettori, della condivisione del dolore dell’assenza, della mancanza, cui non avevamo saputo dare un nome adeguato prima di leggere i suoi libri.

“Magari diamo altri nomi al dolore perché siamo troppo spaventati per chiamarlo con il suo nome.”

In questo romanzo Shafak ci racconta il dramma di Cipro attraverso una storia d’amore lunga e tortuosa di quasi cinquant’anni. Ci racconta della sete di libertà, della voglia di vivere, della delusione, del dolore, del risarcimento, della ricostruzione, della conciliazione tra anima e corpo, tra uomo e natura, quale via d’uscita.

Una variopinta carrellata di personaggi anima la vicenda nei vari momenti. Più che negli altri romanzi ci ho trovato una predisposizione cinematografica, ho immaginato interpreti potenziali. Sempre per quell’intreccio indissolubile tra memoria collettiva e memoria personale, non ho potuto evitare di immaginare la zia Meryem con il volto e la mimica e la voce di Lucia Sardo, non a caso quanto di più vicino possa trovare a mia nonna.

La sua capacità narrativa riveste le sue importanti riflessioni di una storia, credibile, appassionante, che ci cattura, sfruttando tutti gli espedienti possibili per tenere altissima la nostra attenzione. Una tecnica non libresca, ma vitale, naturale appunto, come ci dice lei stessa:

“Il fatto è che nella vita, a differenza di quanto accade nei libri, le storie ci arrivano non tutte intere ma a pezzi, a schegge frammentate ed echi parziali, una frase compiuta qui, uno spezzone là, un indizio nascosto nel mezzo. Nella vita, a differenza di quanto accade nei libri, dobbiamo intessere le nostre storie con fili sottili come le venature impalpabili che percorrono le ali di una farfalla.”

Ma non solo.

Come il titolo può fare comprendere, in questo romanzo c’è una fortissima presenza del mondo naturale. Alberi, piante, animali, uccelli, insetti, tutto concorre a dare pienezza al racconto, all’atmosfera, al suono di questo affettuoso romanzo.

Il padre di Ada, Kostas, greco cipriota, fuggito in Inghilterra in due tempi, è uno studioso delle piante e degli alberi. La sua competenza, la sua conoscenza del mondo vegetale è lo strumento per ricordare altre minuziose essenze dell’isola e della sua vita. In particolare i suoi ultimi studi si concentrano sulla individuazione di come gli eventi vissuti dalle piante, dagli alberi, traccino ricordi sulla loro memoria genetica, e influenzino il comportamento delle piante da esse discendenti.

Non a caso la riflessione sulla ereditarietà epigenetica che Shafak pone al centro della sua elaborazione narrativa. Se avviene per gli alberi, deve necessariamente avvenire anche per le donne e gli uomini. La botanica come specchio della psicologia umana.

“Se le famiglie, come si dice, sono come le piante, strutture arborescenti con radici intricate e singoli rami che sporgono ad angolazioni sgraziate, i traumi famigliari sono come la spessa resina trasparente che gocciola dai tagli nella corteccia: colano per generazioni.”

Insomma, entrati in questo meraviglioso mondo narrativo di Elif Shafak, non ci sorprenderà, né ci turberà, ma troveremo assolutamente naturale che a tenere i fili della memoria, delle complesse emozioni vissute da personaggi e popoli, a raccontarci la Storia e le storie di questo romanzo sia una splendida ultracentenaria pianta di fico.

“E noi piante guardavamo, aspettavamo e ricordavamo.”

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