Tra Verga e Westworld, Squid Game, la serie Tv coreana più vista di tutti i tempi

Durante una strana estate adolescente mi trovai in un villaggio turistico, con le sue sigle, le sue animazioni e i suoi giochini, più o meno stupidi.

Un pomeriggio il gioco ammazzacaffè chiedeva di indovinare l’autore della canzone Stand By Me. Con la mia solita pedanteria volli precisare e urlai: Ben E. King, con la E. del secondo nome evidenziata. Gli animatori però fraintesero e capirono Benny King, dandomi per sbagliata la risposta. A nulla valsero le mie proteste, con trascrizione su lavagna improvvisata della corretta risposta pronunciata. Mi dissero che questa E. non c’era nel nome e, quindi, comunque avevo sbagliato. la risposta non era coerente alle regole spiegate prima.
Non era ancora tempo di Internet e di Google e non avevo modo di fondare le mie affermazioni. Non vinsi quello stupido giochino, fui eliminato.

I giochi, ancor più se stupidi, hanno delle regole e queste regole vanno osservate, rigidamente, altrimenti tutto il patto di convivenza dei giocatori rischia di saltare. Sono una cosa seria i giochi, ancorché stupidi. Soprattutto nei giochi, pacta sunt servanda.

Abbiamo visto anche noi Squid Game, la serie Tv coreana (non ancora doppiata, ma sottotitolata) che ha sbancato tutte le classifiche televisive. Centoundici milioni di spettatori in meno di un mese dall’uscita. Più di Breaking Bad, più di Bridgerton. Bezos si è dovuto complimentare con la concorrente Netflix per il clamoroso successo.

Squid Game, letteralmente il gioco del calamaro, è un piccolo capolavoro che si colloca nell’orbita del premiato Parasite. In una Corea del Sud, sempre piovosa e contrastata tra opulenza e miseria indicibile, alcune persone vengono convinte a partecipare ad un giochino.

Da questo momento la lettura di questo articolo è severamente interdetta a chi non ha visto la serie e vuole vederla (nel dubbio consiglierei di fermarsi anche a chi non vuole vederla, per ora, non si sa mai).

Per quanto ci si possa sforzare non è proprio possibile evitare gli spoiler.

Quindi, non rovinatevi il piacere di farvi sorprendere da questo già classico della Tv. Fermatevi e tornate dopo averla vista. Vi aspettiamo qui.

SEGUONO SPOILER – SEGUONO SPOILER – SEGUONO SPOILER – SEGUONO SPOILER –

Poiché se state leggendo queste righe avrete sicuramente visto la serie, do per scontata la vostra conoscenza di giochi, personaggi, massacri e sviluppi.

In Squid Game troviamo una rappresentazione allegorica potente (posso dire pasoliniana?) della contrapposizione tra ricchi sfondati e poveri disperati. I vinti, proprio come in Verga, non hanno alcuna possibilità di fare il salto di classe. Ogni loro azione, bravura, intuizione, forza e passione, finisce solo per essere uno spettacolo a divertimento del potere obeso, annoiato, debosciato e perverso, che applaude parimenti al vincitore ed allo sconfitto, nella piena consapevolezza della loro uguale condizione di vinti irredimibili.

Alcuni giochi da bambini diventano il pretesto per giocarsi la vita. Sin dal primo “Un, due, tre Stella!” (con quell’orrida bambola sorvegliante) si capisce che le chance di sopravvivenza crescono se si adotta una pur embrionale forma di strategia di cooperazione. Un ossimoro, in una gara in cui si capisce subito che solo uno vincerà.
Eppure, mentre ad ogni Stella! i mitra falcidiano a decine i malcapitati giocatori, colti in movimento, un suggerimento da Sang-Woo e la prontezza di Ali, che afferra il numero 456, il nostro protagonista, in volo per salvargli la vita, costituiscono la prima cellula di squadra. La resistenza passa per la resilienza, per la solidarietà.

Ancora più avanti si delineeranno le squadre, le affinità, le sintonie, e saranno elementi di forza non indifferenti.

Dopo il primo gioco, una risicatissima maggioranza di uno, consentirà ai superstiti di salvarsi e tornare a casa, rinunciando ai premi maturati.
Il ritorno nell’inferno reale della vita di ciascuno però, alla fine spingerà la maggior parte di essi a scegliere quell’inferno virtuale, ma con una pur remota speranza di salvezza (almeno economica).

Quella bolla appesa sulle loro teste che si riempie sempre più di soldi è una tentazione troppo grande per abbandonarla.

Sopravvivere in balia degli eventi, senza una reale prospettiva di salvezza?
Oppure, cimentarsi, giocarsela, rispettando le regole del gioco, rischiando concretamente la vita, ma con una prospettiva di salvezza?

La domanda è crudele. Ma è una domanda eterna ed universale.

Ma non è l’unica domanda che questa umanità vinta, provata, disperata si troverà a porsi.

Dopo alcuni giochi in cui le squadre si affiateranno, si formeranno vere e proprie affinità, ci si conoscerà, arriverà un gioco nel sesto episodio che rimetterà tutto in discussione.
Ingannati dai precedenti, i superstiti verranno invitati a formare coppie, squadre di due per affrontare il gioco. Ognuno sceglierà in base all’affinità (e in base all’utilità). Ma scopriranno che il gioco prevede uno scontro all’interno delle coppie e che uno solo per coppia sopravviverà. La propria vittoria non ucciderà più altri sconosciuti, ma il tuo partner, il tuo simile, il tuo affine (in un caso saranno marito e moglie doversi eliminare).

Dovranno, quindi, chiedersi cosa sono disposti a fare per vincere, fino a dove possono arrivare.

Il sesto episodio è un episodio cruciale. Il più struggente. Il conflitto ineludibile tra la compassione e la solidarietà con l’esigenza primordiale ed istintiva della salvezza offrono a molti protagonisti l’occasione di gesti nobili o efferati. Mostreranno la loro vera natura, mostreranno cosa sono disposti a sacrificare, se la vita e la speranza, per consentire ad un altro di raggiungere il suo obiettivo, o la propria umanità, la propria coscienza pur di sopravvivere, ingannando, mentendo, chi si fida di te.

Attraverso tutta la vicenda dei giochi e dei massacri si volge un’altra storia dall’epilogo sorprendente. L’avventura del poliziotto infiltrato in cerca del fratello.

Per alcuni episodi veniamo coinvolti nella sua capacità di intrusione, sempre timorosi di scoprire che il fratello scomparso possa essere uno dei disperati eliminati. Solo alla fine scopriremo che il fratello è il Front Man, il leader della casta che gestisce questa organizzazione di uomini e risorse per mettere in scena la tragica commedia criminale dei giochi e dei massacri. Anche in questo caso, davanti alla vita e alla morte, ci si deve chiedere cosa si è disposti a sacrificare. Non riuscendo a convincere il fratello poliziotto a passare dalla sua parte, il Front Man non avrà altra scelta che la via Caina, dovrà ucciderlo.

Questa agnizione ci rivela ancora qualcos’altro. Anche le guardie ed i vigilanti sono disperati, vinti. Probabilmente reclutati tra le guardie solo per la casualità di avere scelto la busta rossa, anziché la blu, nel giochino di reclutamento. Poveri contro poveri, nella illusione di un riscatto che non arriverà.

Dopo aver sacrificato nel gioco delle biglie il proprio compagno selezionato nella coppia, il proprio ganbuu, la disillusione prende il sopravvento tra i pochi sopravvissuti. L’ultimo gioco, il ponte di vetro, metterà in evidenza definitivamente limiti e potenzialità di ciascuno, sarà l’ultima occasione per redimersi o perdersi definitivamente.

Si salveranno in tre, la ragazza profuga dalla Corea del Nord, con la sua storia di tragedie inenarrabili e con il fratellino fuori ad aspettarla, ed i due protagonisti Sang-Woo e Gi-Juhn.

Ancora una volta la scelta tra bene e male precipita sulle loro teste. La ragazza si è ferita accidentalmente ed è in pericolo di vita. Il balordo e perdigiorno Gi-Juhn tenterà di far di tutto per salvarle la vita, anche di fermare il gioco. Lascerà alla sua umanità di prendere il sopravvento. Sang-Woo, il brillante laureato di successo, caduto in disgrazia per la sua avidità, approfitterà della distrazione dell’altro per finire la ragazza, eliminando un altro concorrente fra lui e i soldi che gli permetteranno di riparare ai suoi errori.

Quella bolla di vetro ormai ricolma di banconote fruscianti sembra non lasciare spazio ad altri sentimenti.

L’ultimo gioco, lo Squid Game vero e proprio, il gioco del calamaro, è il pretesto per un confronto fisico e violento tra i due ex amici. Complici anche i resti dello smoking indossato per la cena prima del gioco, i due sembra che animino un vero e proprio duello rusticano, senza regole, senza padrini, senza rispetto, come Turiddu e Compar Alfio, compresa la inaspettata e truffaldina manciata di terra negli occhi a confondere l’avversario.

Sotto una tipica pioggia torrenziale coreana, che infanga vista e sentimenti, giungono faticosamente all’epilogo in cui Abele (Gi-Juhn) potrebbe uccidere Caino (Sang-Woo), ma la sua natura umana, la sua irreversibile compassione, mostrata in ogni passo dei giochi, glielo impedisce. Ritorna alle regole del gioco (le regole, sempre le regole, fonte primaria) e si avvia a raggiungere la testa del calamaro, vincendo così il gioco. Ma…

Ma se vincesse il gioco, se pur osservando le regole, la conseguenza indiretta sarebbe l’eliminazione dell’amico avversario. Non è disposto ancora ad altri orrori. Si ferma ed offre un’ultima occasione di salvezza per tutti e due. Rinunciare al premio, tornare casa sani e salvi entrambi. Tra ricchezza e salvezza della vita e della coscienza non ha dubbi.

Qui l’ennesimo colpo di scena, l’ennesimo ribaltamento etico.

Rivelando, infine, che quello che era sembrato solo amore per il denaro, brama di ricchezza, era, invece, disprezzo di sé, della propria vita, ed esigenza imprescindibile di salvare la madre dai guai apparecchiati da lui stesso, Sang-Woo, decide di fidarsi del suo amico balordo e sentimentale e, sotto quella pioggia battente, affida la madre all’amico, ormai prossimo ricco sfondato, e si uccide, sacrificandosi, lasciandogli intatti premio, vita e coscienza.

Una drammatizzazione di un ambiguo e sfuggente confronto tra bene e male, in cui il bene non sta sempre da una parte ed il male dall’altra. ma sono entrambi frutto della stessa domanda:
Cosa sei disposto a sacrificare per ottenere quello che vuoi?

Ma la serie non finisce qui. D’altronde i più attenti di voi avranno trovato l’accento verghiano, ma non hanno trovato ancora che c’azzecca WestWorld, l’altra straordinaria serie Tv HBO, citata nel titolo di questo post.

Un’altra strabiliante sorpresa ci aspetta nell’ultimo capitolo. La mente di tutta l’organizzazione, l’ideatore ed il realizzatore di tutta questa situazione ludico criminale è uno dei giocatori stessi, il numero 1, Jil-Nam, il vecchietto di cui si era preso cura tutto il tempo fino all’eliminazione con le biglie lo stesso protagonista. Come l’uomo con il cappello nero di Westworld, Jil-Nam, non vuole solo assistere ad uno spettacolo macabramente divertente, vuole giocare anche lui, vuole provare anche lui dall’interno l’ebbrezza di giocarsi la vita.
Tanti indizi disseminati che, onestamente, non avevamo colto, si mettono a posto e diventa chiaro che tutta questa pantomima pensata per fare divertire spettatori strapaganti, era solo un mezzo per sfuggire alla sua noia esistenziale, alla sua sfiducia nel genere umano.

Questo è un passaggio cruciale. La montagna di soldi di Jil-Nam gli può consentire tutto, anche questa follia organizzata, e l’impunità, ma non avrà il sapore della vita vera. Neanche il suo fingersi povero tra i poveri, vittima tra le vittime, gli restituirà la gioia e la pienezza della vita. Solo nella vicinanza, nella solidarietà e nella sincera disinteressata amicizia di Gi-Juhn ha trovato un barlume di vita, una goccia della pienezza di vita dell’infanzia, un ganbuu.

L’inevitabile lieto fine vagamente moralistico, fatto di solidarietà natalizia, decreta il vero vincitore.Il balordo, lo spiantato, il cercagrane Gi-Juhn, che dividerà il suo premio con la madre di Sang-Woo, come promesso e con il fratellino della ragazza profuga e si trasformerà in un cacciatore spietato di componenti di quell’organizzazione, come gli Hunters di Al Pacino (altra meravigliosa serie Tv di Amazon) a caccia di nazisti torturatori in fuga.

I giochi sono una cosa seria, hanno le loro regole inoppugnabili e che vanno osservate scrupolosamente. Nei giochi, dentro quella cornice di regole, emerge la nostra vera natura, come abbiamo già potuto sperimentare negli anni giovanili. Quando il nome Gingolph lo usavo per il mio personaggio di mago nelle avventure di Dungeons & Dragons, il gioco di ruolo, dove i coraggiosi ed i codardi, i compassionevoli e gli spietati, emergevano come tali, anche senza volerlo, seguendo la propria natura.

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