Qual è lo spin off? – Mastro Geppetto di Fabio Stassi – Sellerio

In principio fu Nino Manfredi.

La musichetta composta da Fiorenzo Carpi per Le Avventure di Pinocchio di Comencini risuona in testa alla nostra generazione senza alcuno sforzo di memoria. Saranno cinquant’anni la prossima primavera che Mastro Geppetto ha assunto indelebilmente le sembianze di Nino Manfredi.

Poi fu il Pinocchio della Disney.

Il peluche di quella versione di Pinocchio fu inseparabile compagno del mio primogenito, dei suoi sogni più lieti, come il Carissimo Pinocchio di Johnny Dorelli.

Poi fu la farfalla di Benigni.

Infine lo stesso Benigni chiuse il cerchio con Matteo Garrone, sostituendosi a Manfredi nell’immaginario dei giovanissimi.

Per stessa ammissione di Fabio Stassi è proprio questa ultima performance del Premio Oscar toscano a sovrapporsi ad un suo ricordo personale, intimo, e a fargli elaborare la storia che racconta nel suo ultimo libro per Sellerio, Mastro Geppetto, appunto.

Dalla comparsa dei Vangeli, la figura di San Giuseppe, il falegname che si prese cura di Gesù, finché potè, sta sempre in secondo piano. Custodisce, vigila e protegge, ma la sua vita non attira mai l’attenzione di lettori o spettatori. Come misteriosamente compare nella vita di Maria, altrettanto misteriosamente scompare dalla vita di Maria e Gesù, quasi come un insalutato ospite.

Così, mutatis mutandis, nella vicenda di Pinocchio, il babbo Giuseppe falegname, detto Geppetto, pur artefice di tutta la vicenda, rimane sempre un passo indietro ed è assente per buona parte delle avventure.

Stassi intuisce che le cose non stanno esattamente come ce le hanno raccontate. 

I burattini di legno non si animano, giocano, compiono marachelle, si ravvedono e diventano bambini.

Le signore coi capelli turchini, se pur bellissime e con altrettanto belli mazzi di fiori in mano, non sono Fate.

D’altronde il professore e scrittore Aurelio Picca, l’anno scorso su Repubblica, avrebbe voluto bruciare quella fiaba di Collodi (e non solo quella).

Deve essere stata una burla. Uno scherzo toscano come quelli che ci hanno raccontato in Amici Miei, Monicelli e compagni. Uno scherzo crudele, violento, imperdonabile, dall’esito catastrofico. Ma uno scherzo.

Una leva poggiata sull’infelicità, sul rancore, sulla follia di un vecchio falegname, povero, incompreso, solo, senza nessuno che lo ami.

Quando non abbiamo qualcuno che ci ami, tutto diventa grigio e polveroso, stantio, ammuffito, incrostato. Ci attaccheremmo a qualunque barlume, anche falso e illusorio, di amore, per poter riaprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Anche ad un burattino di legno, con i piedi rifatti, perché bruciati da un focolare dimenticato.

Nessun segnale, nessun avvertimento, che la nostra mente, i nostri sensi possano percepire e metterci sull’avviso, o farci dubitare siamo disposti a riconoscere. La nostra sete di amore abbatte ogni resistenza e ci lanciamo in tutte le situazioni, anche impossibili, per confermare, per assicurarci che quel calore, quell’alito di amore esiste, è vero, ci darà una piena esistenza.

Non sono di Pinocchio, allora, quelle avventure. La marionetta di legno, passa di mano in mano, ignara e inconsapevole di essere strumento di cattiveria, di illusione e di raggiro sentimentale.

E’ un vecchio, solo, con una strana parrucca giallognola ed una coperta ridotta ad un velo addosso, con le scarpe che non ne possono più, ad attraversare campi e colline, paesi, foreste, circhi, e altri posti inospitali, in cerca del suo figliolo. 

Sono sue quelle avventure, quel percorso di degradazione, che ci hanno raccontato.

Stassi però non è Collodi, la sua poesia è molto intensa, sensibile, curata, ma non è fiabesca. Dal Pesce Cane il suo Geppetto non uscirà mai più. Anche se proprio nel ventre di quel Pesce Cane, Geppetto troverà la forza di parlare, e troverà pazienza ed ascolto. 

Il virus della solitudine marchia i suoi appestati, ed essi tra loro si riconoscono, e si capiscono. 

Oltre il linguaggio, oltre il corpo, oltre lo sguardo.

Al mio bambino, vista la passione per Pinocchio, avevo regalato la videocassetta di un film di Steve Barron del 1996, Le Straordinarie Avventure di Pinocchio. Un burattino di legno, animato benissimo, viveva le sue avventure sullo schermo. in maniera quasi troppo realistica. Non siamo però arrivati a finirlo. Ad un certo punto c’è la scena in cui Geppetto viene arrestato ed ingiustamente incarcerato per le colpe del suo figliolo burattino, e per l’ottusità del sistema giudiziario. Forse fu troppo realistica anche quella scena, ma mio figlio cominciò a piangere e disperarsi, a chiedere aiuto per Geppetto, il papà amorevole, di cui ebbe una pena infinita.

Forse mio figlio, con la sensibilità accentuata dei bambini, aveva intravisto che tutta la vicenda fiabesca in realtà era un percorso di dolore, di solitudine e di pena per quel padre putativo, per quell’uomo solo, in cerca disperata di amore, per Mastro Geppetto, come Fabio Stassi ci avrebbe raccontato con cura ed affetto quasi venticinque anni dopo.

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