In principio fu la lingua che creò il mondo – Ricordando Vincenzo Consolo nel decimo anniversario della sua morte.

In questo blog già due volte abbiamo visto questa foto che apre questo post.

L’occhio di Giuseppe Leone ha fermato mezzo secolo di storia della letteratura italiana, più propriamente siciliana.
Le ricorrenze di Sciascia e Bufalino le abbiamo già onorate. Oggi onoriamo il terzo soggetto di questa foto. 
Più giovane degli altri due. Fuggito da questa terra arsa per lavoro. Lo sguardo più traverso e meno scrutabile degli altri due.

Vincenzo Consolo, di cui oggi ricordiamo il decimo anniversario della morte.

Mi sono fatto aiutare dalla rilettura di due dei suoi libri che mi hanno colpito particolarmente, scelti esclusivamente per contesto mio e disposizione personale.

IL SORRISO DELL’IGNOTO MARINAIO

Liceale, afflitto da catullosità romantiche inguaribili, fui attratto dall’assonanza (del tutto arbitraria, ovviamente) con The Rime Of Ancient Mariner, di quel Coleridge, che insieme a Wordsworth, si ostinava a dirmi che avrei potuto anche battere in velocità il vento. Dipendeva solo da me.

Sempre adescato dalla possibilità di ampliare la sezione di letteratura siciliana della libreria ricevuta da mio padre, mi accinsi alla lettura di Il Sorriso dell’ignoto Marinaio, uscito anni prima, nel 1976, e che qualche notorietà aveva dato a Consolo, discendente vittoriniano alla casa editrice Einaudi.

La prima impressione fu lo sgomento.

Una lingua mai letta, mai ascoltata prima, attraversava righe e pagine, e se ne distaccava creando mondi fantastici, apparentemente irreali, ed al tempo stesso iperrealistici, pescati in fondo alla mia memoria ancestrale, generazionale.

Una lingua che non descriveva, ma fotografava, dipingeva quadri del mondo, passando dal colore e dall’affollarsi di Guttuso, o di Fiume, alla placidità, alla distensione, agli orizzonti vasti del modicano Guccione.

Il secondo sgomento venne approfondendo il ritratto, scoperto nel retro di uno sportello da cucina, che il Mandralisca salva dall’oblio e riporta nel messinese. Quel sorriso, beffardo, ironico, che sembra dire più cose di un intero libro, si sovrapponeva al sorriso che mio padre da pochi anni aveva lasciato sulle foto, come unica sua rappresentazione vitale.

“Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio, con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaio: non aveva il sonnolento distacco, né la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e a le vicende loro. E, avvertivasi in colui, la grande dignità di un signore.”

A chiudere questo cerchio, i tempi e le vicende che si svolgono in questo curioso romanzo. Consolo ci racconta dei tempi del Gattopardo, ma dalla punta messinese dell’isola. Ci racconta di garibaldini, di rivoluzioni, di nobili che vengono sopraffatti, e che compiono scelte diverse da Don Fabrizio e Tancredi. 

Il Gattopardo era il romanzo preferito da mio padre, che custodiva gelosamente in una prima edizione Feltrinelli.

Nonché pietra dello scandalo per la decisione di Vittorini, prima Mondadori e poi Einaudi di rifiutarne la pubblicazione.

La mia mente adolescente non lo sapeva coscientemente, ma con questa lettura salivo di livello nel gioco della mia vita.

Le vicende del barone Pirajno, di Mandralisca, appassionato cultore di arte e scienza, (la malacologia, addirittura) sono raccontate per quadri, documenti, lettere, conversazioni. 

La versatilità della penna di Vincenzo Consolo si manifesta in tutto il suo splendore. A tratti non si coglie la differenza tra il linguaggio del tempo degli atti ritrovati e la lingua del narratore.

Ma nella lingua scritta di Consolo si trova di tutto. 

Alto e basso, suoni ruvidi, rumore di denti che azzannano e sbranano, passi di corsa, pesanti che rimbombano, luci che spengono ardore. Su tutto una diffusa passione malpadroneggiabile.

Descrizioni caravaggesche, ricche come i quadri coloratissimi.

“Era, questa spiaggia, un ricamo di ori e di smalti. In lingue sinuose, in cerchi, in ghirigori, la rena gialla creava bacini, canali, laghi, insenature. Le acque contenevano tutti gli azzurri, i verdi. Vi crescevano canne e giunchi, muschi, vischiosi filamenti; vi nuotavano grassi pesci, vi scivolavano pigri aironi e lenti gabbiani. Luceva sulla rena la madreperla di mitili e conchiglie e il bianco d’asterie calcinate. Piccole barche, dagli alberi senza vele, immobili sopra le acque stagne, fra le dune, sembravano relitti di maree. Un’aria spessa, umida, con lo scirocco fermo, visibile per certe nuvole basse, sottili e sfilacciate, gravava sopra la spiaggia”

Lingua, rappresentazione di colori e forme, di atmosfere ed emozioni.

“Il San Cristoforo entrava dentro il porto mentre che ne uscivano le barche, caicchi e gozzi, coi pescatori ai remi alle corde veli reti lampe sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami, dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati; altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi, acuti e tondi, fori che s’aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie moccichini sventolanti.”

E poi al confronto sintetiche e lapidarie conclusioni.

“Si fece notte in un momento.”

O concise, ma illuminanti sinestetiche attribuzioni: 

“…libico ebano…
Siracusa bianca, euriala e petrosa…
Palermo rossa, ràisa e palmosa…”

Consolo, che condivide la cura per la parola e la lingua con il professore di Comiso, e la passione civile, capace di indignarsi e di farsi azione, con il Maestro di Racalmuto (o Regalpetra), ci restituisce l’immagine di un nobile diverso, rispetto a quello disegnato dal Principe di Lampedusa.

Enrico Pirajno Mandralisca non è Fabrizio Salina. Anziché arroccarsi nella difesa della sua superiorità offesa dagli sciacalli, decide di lasciare al futuro la sua ricchezza, la sua cultura, il frutto dei suoi viaggi, delle sue ricerche, compreso l’ignoto marinaio sorridente di Antonello Da Messina.

“L’unica azione degna che m’accinga a fare è quella di lasciare la mia casa, i miei beni e destinarli a scuola, insegnamento pei figli dei popolani di questa mia città di Cefalú. Sí che, com’io spero, la storia loro, la storia, la scriveran da sé, non io, o voi, Interdonato, o uno scriba assoldato, tutti per forza di nascita, per rango o disposizione pronti a vergar su le carte fregi, svolazzi, aeree spirali, labirinti… Lumache.”

C’è ancora un museo Mandralisca, una scuola, libri, quadri, opere a disposizione dei cittadini e dei visitatori delle coste tirreniche del messinese. La lunga bava di quelle lumache che arriva fino a noi.

NOTTETEMPO, CASA PER CASA

Trent’anni fa, dopo altre pubblicazioni di successo, si pensi per esempio a Retablo, Vincenzo Consolo torna in libreria con un nuovo romanzo, Nottetempo, casa per casa, che pian piano scala le varie selezioni e si aggiudica il Premio Strega 1992.

Tornano le campagne di Cefalù, tornano le memorie messinesi, i quadri dipinti con le parole, il dolore e la passione, trasmutati in suoni e fonemi.

Siamo nel ventennio fascista, e la civiltà delle spiagge messinesi, sia nella sua articolazione nobiliare (c’è ancora un Mandralisca) che nella sua articolazione più genuinamente popolare, sta per essere sopraffatta dalla violenza e dalla volgarità dei manipoli in orbace. Niente resterà di quella civiltà. L’Eden sarà violato ed i suoi abitanti più puri cacciati, o autoesiliati in cerca di altre spiagge, altri soli, altri mari.

“…se è in serbo per noi un altro approdo, se aleggiando va l’anima nostra, la nostra nostalgia per un diverso lido, è certo figura d’esso quest’apparenza notturna e scolorata, questa squallida scena, questo livido limbo, quest’esistenza anemica, è nel fuoco, nel guizzo della fiamma la natura della vita.”

Come nell’ignoto marinaio, Consolo è affascinato da questa fase di trapasso, questo momento di resetto, nella quale forse si comprende meglio la vita che finisce e quella che nasce

“In quest’istante rapido, in quest’immensa stasi, l’uomo rivive tutta la sua vita, come l’impiccato allo stringere del cappio o il ghigliottinato al precipitare della lama, vive la scaturigine, il percorso, la sua morte, vive il tempo suo e il tempo d’ogni altro, che a lui è legato per la comune sorte, con lui si spande, scorre, sfocia, finisce nell’immobile.”

Tanti personaggi solcano queste pagine. 

Il Luponario, afflitto dal male catubbo, che ulula per le strade di notte tutto il suo dolore, seguito a vista dal figlio Petro.

“…a supplicare i trapassati, che l’aiutassero, pietà, a varcare la soglia del tormento, il confine del dolore fermo, del vuoto immoto, dell’angoscia che rode e non dissolve.”

La Piluchera, Grazia, vedova (cattiva, secondo la definizione latina di prigioniera) e mescitrice di vino, dispensatrice della piccola ritrovata pace a Petro, prima della violazione del santuario.

“Ma la vera liberazione di cattiva, di legata per la vita a un’assenza, era negli occhi, non più velati, aperti e balenanti di malizia, d’allegria”

“Era la prima che gli voleva bene. Con Grazia aveva perso ogni paura, titubanza, a lei aveva confidato ogni pensiero, in lei cercato di frantumare, con furia, senza posa, la pietra del dolore.”

Una strana comitiva di strani stranieri, che si abbandona a riti satanici assatanati, guidata dal Superuomo inglese, ignorando la canea fascista, coinvolgendo baroni, garzoni e altri malcapitati nelle orge sfrenate ed estenuanti.

Consolo qui tratteggia atmosfere che ancora l’ultimo Kubrick, quello di Eyes Wide Shut, non aveva fissato sullo schermo. 

Una serie di quadri, di riferimenti, immagini di altre religioni, di altre culture, di altre latitudini, testimonianza di una cultura letteralmente sconfinata, cioè senza confini territoriali.

“Vide ogni donna uomo ogni animale, ogni carne goduta e da godere, ogni luogo conosciuto e da conoscere, ogni persona sfiorata o da sfiorare. Vide, come ombre lontane vaganti nell’Eliso, i Custodi della Tradizione, vide Pitagora Plotino Avicenna Paracelso Fludd Blake… Vide i sodali Maugham Rodin Schwob Duncan Fuller Montagu Reuss Conrad Katherine Mansfield Abd El Aziz ben Mohammed Casimira Bass Maria Teresa de Miramar Fernando Pessoa Ricardo Reis Alvaro de Campos… (Non vivere mai dentro la tua pelle!) Vide i beati dell’arte e dello spirito e l’infinita schiera d’altri, inconsapevoli dell’urgere alle Porte – annunziato dai Cavalieri abominevoli, da seminaristi spietati di Georgia, caporali sbavanti di Romagna, imbianchini impotenti di Baviera – del Flagello immenso, dello sgombero dal mondo del fecciume, del natale atteso, del sorgere radioso del Bimbo dall’Abisso”

Uno spazio lo trova anche per la dinastia regnante più nota ai tempi nostri. Prima  ancora di diventare nel nostro immaginario Leoni, ed affrontare l’inverno, nel 1992, Vincenzo Consolo ci descrive cosa sono stati i Florio, attraverso una rutilante, vagamente futurista, descrizione della Targa Florio, di cui riporto un breve esemplificativo cenno:

“Un’automobile, con scoppi, con stridori, con rimbombi, girando e rigirando su per i tornanti, si presentò infine là davanti in una nuvola di polvere, di fumo, con due uomini dentro in giacconi di pelle e mascherati che salutavano festanti con la mano. La banda in alto, sui gradini più alti del gran palco, sopra il bianco degli ombrellini e delle paglie, attaccò la marcia reale, con la grancassa e i piatti che coprivano i clarini, i flauti, le trombe. Quindi fu un succedersi d’automobili, sempre più rapide e sempre più accostate l’una all’altra, tutte rombanti e tutte circonfuse nella polvere. La gente strepitava, batteva le mani, la banda intonava marce e canzoni sempre più svelte e sempre più assordanti.”

Come gli altri due scrittori siciliani della foto di apertura, Vincenzo Consolo, si interroga sulla sua scrittura, sulla funzione della scrittura, sul medicamento contenuto in questa umana attività, che ha il sapore del divino.

“È mai sempre questa la scrittura, è l’informe incandescente che s’informa, il suo freddarsi, il trapassare stilla a stilla nel segno, suono, nel senso decretato, nella convenzione, nella liturgia della parola? È canto, movimento, pàrodo e stàsimo per liberare pena gioia furia rimorso, mostrare nella forma acconcia, nella più bella la tempesta? È malizia, compromesso, cedimento, riconciliazione con il mondo? Oh anima sfuggente, oscura, oh fondo tenebroso.

È menzogna l’intelligibile, la forma, o verità ulteriore?

Ma prima è l’inespresso, l’ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto. È il sibillino, il mùrmure del vento, frammento, oscuro logo, profezia dei recessi. È la ritrazione, l’afasia, l’impetramento la poesia più vera, è il silenzio. O l’urlo disumano.”

Anche Consolo, lontano dalla sua Messina, dalla sua Cefalù ci proverà:

“E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione”

Immedesimandosi nel Petro, che fugge, abbandona, per salvarsi, Consolo si cita, immaginando sulla spiaggia di Cefalù di rivedere la scena di ottant’anni prima:

“Sbarca il dotto barone nell’aurora, torna sul brigantino dalle isole effimere, isole vaganti col carico di rose di zolfo pomici ossidiane madrepore conchiglie, coi preziosi reperti degli scavi nelle dimore, nelle tombe del tempo, cocci monete maschere crateri brocche scifi pìssidi patere… Col ritratto d’un ignoto marinaio.”

Vi si specchia.  Riconosce, sente sua, gli regala, quella disposizione che darà senso alla sua vita.

“Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro.

Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore.”

E le sue parole, sulle sue pagine, ancora vanno nottetempo, casa per casa a ristorare la violenza, a ristabilire la giustizia, a consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità.

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